Il corposo studio che meriterebbe un oscar “alla Quentin Tarantino” consta di 5 capitoli tematici: mercato del lavoro, pensioni, imprese, famiglie, gestione interna. Partiamo dai dati base: nel 2022 l’INPS ha portato a casa un avanzo di 7 miliardi di euro, mentre nel 2021 registrava 3 miliardi di disavanzo. Il problema è che nei prossimi anni il PIL crescerà molto meno e la spesa sociale graverà sempre di più sulle casse dello Stato, come anche riportato nella nota programmatica al documento di legge di bilancio del MEF. Nel complesso, gli assegni pensionistici erogati agli uomini superano quelli elargiti alle donne del 36%. Aumentano dell’8,1% le prestazioni assistenziali, su una platea complessiva di 16,1 milioni di pensionati. I beneficiari con disabilità sono 382.000. Il congedo di paternità obbligatorio ha avuto un’impennata del 64%, e cresce anche la richiesta di congedo parentale generico. I bambini beneficiari del bonus asilo sono stati 425.000. Nei primi quattro mesi del 2023 il reddito di cittadinanza ha raggiunto un milione e duecentomila nuclei beneficiari.
Soffermiamoci sul mercato del lavoro: il tasso di occupazione in Italia è al suo massimo storico, cioè al 61%, ma restiamo comunque molto indietro rispetto ai valori del resto d’Europa. I contributi sociali complessivamente elargiti ammontano a 236,3 miliardi di euro, in aumento del +9,3% rispetto al triennio 2019-2021. I lavoratori autonomi sono il 21%, in trend decrescente; aumenta invece il lavoro temporaneo, comunque molto instabile, così come aumentano i dipendenti del settore privato. Gli occupati in part time sono il 18%, in perfetta sintonia con la media europea che è proprio del 18%, ma il nostro part time è involontario, quindi non sistematico come altrove: è una forma contrattuale che nasconde di per sé una grande tipologia di lavoro semi sommerso. E dell’eterna lotta tra pubblico e privato, cosa vogliamo dire? I dipendenti pubblici italiani sono pari al 13% della forza lavoro complessiva, ben al di sotto della media OCSE – che è invece al 18%. I contratti pubblici part-time sono il 7%; quelli privati oscillano tra il 26% del tempo indeterminato al 45% del tempo determinato. La maggior parte dei dipendenti pubblici è Over 55, quota assolutamente superiore alla media OCSE, e guadagnano circa €10.000 in più all’anno rispetto a quelli privati, ma a fronte di 10 settimane lavorate in più; questo, nonostante quelli pubblici siano i lavoratori più “vecchi” di tutta la forza lavoro italiana. Le donne sono più penalizzate nel settore privato perché guadagnano il 7% in meno rispetto alle loro omologhe nel pubblico. Divari che sono anche geografici: a Sud i dipendenti pubblici guadagnano circa il doppio rispetto a quelli privati. Preoccupa, ma non tanto, il netto aumento le dimissioni volontarie in linea con il fenomeno di origine americana chiamato “Grandi Dimissioni”: i dati riportano un worker turn over che, se nel 2019 era fermo al 35,5%, nel 2022 è salito al 36,7%. Nel solo Piemonte, l’anno scorso si sono registrate ben 89.000 dimissioni volontarie.
I toni lugubri non evaporano neanche parlando dell’intervento statale a sostegno del lavoro: vero è che oggi 1 assunzione su 4 è incentivata, grazie ad alcuni espedienti tecnici come Decontribuzione Sud, Esonero giovani, Apprendistato e Incentivo donna. Il rapporto INPS ha cercato di capire se si tratta di soluzioni politiche davvero efficaci, ma ne risulta che la Decontribuzione Sud non lo è affatto, a differenza di Esonero giovani che una minima efficacia la dimostra, ma solo nella fascia dei giovani fra i 30 e i 35 anni. e senza alcun impatto sulle retribuzioni. Il solo progetto Decontribuzione Sud ha fatto spendere in Italia negli ultimi 10 anni la spaventosa cifra di 200 miliardi di euro. Dunque, cosa aspettarsi dal futuro? La nota programmatica del MEF alla legge di bilancio in fieri riconferma per il 2024 la decontribuzione, ma solo su alcune fasce, mentre sarà del tutto depennata la decontribuzione ai giovani e alle donne, categorie per le quali si potrà procedere solo con alcune (parziali) forme di sgravi.
Sarà stato perché Madame Fornero era in ascolto da remoto, o sarà perché i fatti sono semplicemente quelli che sono, ma il richiamo all’insuperabilità attuale della Legge Fornero da parte degli esponenti INPS è stato forte e chiaro in aula: “il governo ha necessità di contenere la spesa pensionistica, perciò ha scelto di confermare e, anzi, frenare ulteriormente la possibilità di uscita anticipata dal mondo del lavoro. Il 2024 non sarà roseo come il 2022, né lo saranno i prossimi anni“. Emerge forte il segnale, da parte dell’INPS, di una lungimirante (furba?) propensione a trasformarsi fin d’ora da istituto pensionistico a enorme banca dati condivisa, e quindi in prestigioso istituto di ricerca che, grazie a decenni di continui rilievi statistici condotti sul più grande bacino di utenti disponibili (l’intera popolazione, insomma) vuole continuare sulla strada che lo vede già quale principale soggetto storico e sociologico italiano. In 8 anni l’INPS ha già pubblicato la bellezza di 68 workpapers tematici. Il messaggio ai giovani ricercatori è limpido: usate i nostri dati per trovare la soluzione ai problemi che ci circondano.
Ma quando un ragazzo dalla platea chiede “cosa dobbiamo fare per garantirci la pensione?“, la risposta è degna del migliore Dario Argento: “dovete lavorare, tanto e di più“. Come in un’ecatombe zombie, allora, si salvi chi può.

