A chi sfoglia i quotidiani esteri è già noto che secondo alcuni analisti il futuro promette questo: la Russia prima otterrà una pace dittatoriale in Ucraina, poi attaccherà la Nato.
Vent’anni fa ci avrebbero pensato in pochi. Pochissimi. Vent’anni fa era facile dire “questi sono gli americani“, perché tra noi Europei e loro Cowboy c’era un consenso bipartisan su molte tematiche, soprattutto sulla Russia. Oggi, invece, “gli americani” non esistono più, perché la divisione all’interno del loro stesso paese è enorme.
Intanto, il sogno sovietico sembra avverarsi: gli americani stanno lasciando l’Europa e gli europei resteranno da soli coi russi. A dargli credito, gli USA manterranno il loro ombrello nucleare sull’Europa ma ritireranno le forze armate convenzionali. Quanto velocemente? Difficile dirlo. E si tratta di una scelta di principio? Oppure c’è una condizione di base che renderebbe negoziabile questa decisione? In ogni caso, siamo di fronte a un cambiamento fondamentale. E va considerato che, rispetto ai tempi del muro di Berlino, oggi l’Europa è molto più forte internamente.
Dati alla mano, infatti, oggi il vecchio continente ha una popolazione più numerosa e un’economia più forte. Dell’Unione Sovietica è rimasta solo la metà, cioè la Russia, e la maggior parte degli Stati satellite dell’ex blocco orientale sono ora membri UE e/o NATO. Ma molti dubbi restano sulla mossa di aumentare le tasse per avere una solida difesa comune. Sul piano economico, alcuni studiosi iniziano a temere che molte aziende europee si sposteranno in altre regioni del mondo, pur di non fallire. Allora le istituzioni europee proveranno a tagliare la spesa sociale? Difficile. Anzi, impossibile: per fortuna c’è ancora chi tutela il welfare, qui da noi.
Ma c’è ancora un’altra possibilità: a certe condizioni, la Cina potrebbe diventare il nuovo garante dell’Europa, anche sul piano di eventuali vantaggi economici. Tutto ciò ha un prezzo, ovviamente. Che va calcolato al millesimo. Lo ha fatto, l’amministrazione Trump?
A Bruxelles molti politici spingono sulla necessità di rafforzare le relazioni con Pechino. E non solo perché la Cina ha enorme influenza sul Cremlino, (è il maggior partner commerciale della Russia e l’attore più influente in tutta la regione post-sovietica). Ma bisogna considerare che le economie di Cina ed Europa si completano a vicenda in molti settori, e Pechino non vuol certo vedere il suo più grande cliente finire nei guai. Di certo il prezzo del suo sostegno politico sarà per noi gravoso: i cinesi vorranno meno tariffe commerciali, e vorranno meno retorica sui diritti umani, nonché carta bianca su Taiwan.
Passiamo al versante interno russo: per quei liberali russi che si oppongono al regime, i negoziati fra Trump e Putin sono ideologicamente spiacevoli. Ma pragmaticamente le considerazioni sono ben diverse. Perché? Il regime di Putin avrebbe potuto indebolirsi, se fosse stato sconfitto in Ucraina. Ma ciò doveva accadere nel 2022. Ora è tardi: più dura la guerra, più autoritaria diventa la società, e più intensi diventano i conflitti interni.
Se il regime di Putin crollasse adesso, sarebbe comunque molto improbabile un’evoluzione democratica in Russia. Potrebbe deflagrare un conflitto interno armato, foriero di un nuovo regime autoritario. A ben vedere, quindi, una distensione è ancora nell’interesse dello sviluppo liberale russo.
Gli esperti di sicurezza affermano che congelare la guerra adesso porterebbe con molta probabilità a una successiva guerra ben più importante, perché Putin potrebbe reimpiegare il suo esercito per attaccare (ad esempio) gli Stati baltici. Certo, se Trump concorderà un cessate il fuoco con Putin, sarà improbabile che Vlad gli sputi poi nel piatto lanciando un’operazione contro la NATO. Putin conosce Trump: sa che la prende molto male se lo fai sembrare stupido. E l’Europa, allora, reagirebbe.
Lo zar non può rischiare di avere tre forze (USA, Europa e Nato) schierate contro di lui allo stesso tempo. Sarebbe un grave errore. Ma, naturalmente, ciò non significa che un dittatore non possa sbagliare. La Storia lo insegna.
Putin, però, è un calcolatore a sangue freddo, e sceglierà un’opzione più semplice per mantenere alta la mobilitazione della società in caso di cessate il fuoco. Ad esempio, potrebbe ingaggiare una battaglia totale contro i dissidenti ancora presenti in Russia. Intanto, l’Ucraina dovrà restare preparata, con strutture di difesa allertate, esercito pronto, armi a volontà e aerei sempre disponibili.
Il messaggio a Putin dovrà essere: puoi attaccare ancora, ma se la prima volta hai perso 200.000 soldati, ora ne perderai 500.000. È la cosiddetta “teoria del porcospino”, consigliata oggi da molti strateghi: mantenere l’Ucraina armata fino ai denti in modo che Putin non oserà più attaccarla.
Questo dovrà essere compito principale di Kiev, ma anche dell’Europa. Perché gli USA hanno detto molto chiaramente: “vogliamo occuparci di altro”.
Ma, ricordiamolo, gli USA non smetteranno di vendere armi. Per questo l’Ucraina ha firmato l’accordo sulle terre rare con Trump: in cambio di ulteriore supporto militare. Un accordo sensato? Non sul piano pratico: sappiamo bene che l’estrazione di materie prime richiede decenni. Per guadagnare, devi prima investirci molto. E se non parliamo di petrolio e gas, i profitti non sono molto alti, soprattutto in situazioni di partenza già instabili. Ma è un accordo valido come narrazione popolare: Trump può venderlo ai suoi elettori, mostrandosi trionfante speculatore.
Aspettiamo il 9 maggio, data in cui Putin vorrebbe invitare Trump a Mosca per il “Giorno della Vittoria“. Gli Americani dovrebbero capire l’enorme valore che la cosa ha per il Cremlino. Allora sì, che Trump potrebbe chiedere molto in cambio. È un asso nella manica, ed è così che devono giocarsela. Gli americani, e magari pure gli europei.


1 commento
Analisi molto interessante. A margine, tocca dirlo sia pure con rammarico, conforta soprattutto il fatto che l’Italia in tutto questo non toccherà palla. E meno male, considerati gli attori in campo.