di Vicky Amendolia
(Componente della Segreteria nazionale di SD Socialdemocrazia)
Ci sono parole che, nel linguaggio politico, andrebbero usate con maggiore prudenza. Una di queste è “contenitore”. È un termine che sa di provvisorio, di artificiale, di qualcosa costruito per raccogliere ciò che è sparso senza preoccuparsi di ciò che tiene insieme. Eppure, è proprio questo il termine scelto da Carlo Calenda e Luigi Marattin per descrivere il loro nuovo “percorso liberaldemocratico comune”, un’iniziativa che, nelle intenzioni, vorrebbe unire riformisti e liberali in una terza via rispetto al populismo di destra e di sinistra.
L’intento, almeno sulla carta, può apparire condivisibile ed è, comunque, certamente lodevole. Ma il linguaggio, in politica, non è mai neutro: spesso rivela la cultura che lo ispira. Parlare di “contenitore” significa concepire la politica come un mezzo e non come un fine, come un involucro più che come una costruzione. Un contenitore raccoglie, ma non edifica; somma, ma non unisce; ospita, ma non fonda. L’Italia, invece, ha bisogno di una casa comune riconoscibile, costruita su principi, storia, idee e coerenza, che sia riconosciuta dai cittadini come una “terza forza” solida e monolitica nei programmi e negli intenti.
Il nostro Paese vive una crisi che non è soltanto economica, ma profonda e morale. È una crisi di civiltà politica. La disaffezione verso le istituzioni cresce, il ceto medio si restringe, i giovani emigrano, la povertà culturale si diffonde. La politica, smarrita e autoreferenziale, ha smesso di essere una scuola di pensiero e di responsabilità, riducendosi a mera gestione del consenso. Si è fatta cronaca, non storia; marketing, non visione. Come scriveva Norberto Bobbio, “la democrazia vive solo se alimentata da spirito democratico; senza di esso sopravvive come un guscio vuoto” [1]. E oggi quel guscio appare sempre più fragile.
Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita e alla dissoluzione di progetti politici che si presentavano come “nuovi centri”, “aree riformiste” o “campi larghi”. Esperimenti nati in laboratorio e destinati a spegnersi nel silenzio delle urne. Mancano di anima e di metodo, costruiti attorno a personalismi e non a una visione collettiva, su urgenze elettorali e non su radici culturali. È anche per questo che milioni di italiani scelgono di non votare, formando così il partito di maggioranza del nostro Paese: non per indifferenza, ma per delusione. Hanno smesso di credere che la politica possa migliorare la vita delle persone e non si riconoscono più in partiti che paiono comitati di comunicazione.
In questo contesto, la parola “contenitore” non solo è inadeguata, ma pericolosa. Perché ripropone l’idea che basti un nuovo involucro per rianimare un contenuto ormai sbiadito. Serve, invece, una rinascita ideale, una federazione fondata su valori condivisi e su un programma comune nell’interesse dei cittadini.
Noi di SD Socialdemocrazia lo diciamo da tempo: non serve creare nuovi simboli effimeri, ma unire energie reali. Non un “contenitore”, ma una federazione politica inclusiva e valoriale, stabile e strutturata, in cui i partiti aderenti mantengano pienamente la propria identità e autonomia organizzativa e gestionale, impegnandosi però insieme nella definizione e nell’attuazione di un programma politico condiviso, fondato su ideali comuni e sull’interesse generale. Una federazione di forze che, pur nella diversità, convergano verso una visione di società fondata sulla libertà, la giustizia sociale e la responsabilità collettiva.
Non si tratta di cancellare le storie o di appiattire le differenze, ma di costruire un nuovo umanesimo politico, in grado di conciliare libertà economica e giustizia sociale, modernità e solidarietà, innovazione ed etica pubblica. Come ricordava Giuseppe Saragat, “il socialismo democratico non è un compromesso, ma un equilibrio tra libertà e giustizia” [2]. È su quell’equilibrio che deve fondarsi ogni progetto riformatore che voglia essere credibile e duraturo.
Il problema della politica italiana non è solo il bipolarismo sterile, ma la sua incapacità di guardare oltre l’immediato. Tutto viene concepito in funzione del prossimo sondaggio o della prossima elezione. Noi crediamo, invece, in un patto lungo, un progetto che, già per la sua sola esistenza, susciti fiducia e guardi vent’anni avanti; che formi una nuova classe dirigente e restituisca alla politica la dignità di arte del governo e non del consenso.
Gli italiani non chiedono miracoli, ma stabilità, serietà e competenza. E solo una federazione costruita su basi etiche e culturali può garantirle. Una federazione che non si limiti a invocare il pragmatismo o la moderazione, ma che torni a parlare di uguaglianza, dignità, cultura e lavoro. L’alternativa al populismo non è il tecnicismo, ma la politica alta. Non è la neutralità, ma la responsabilità.
Il riformismo che serve oggi non è quello che accompagna il corso degli eventi, ma quello che li orienta. Deve essere creativo e coraggioso, capace di affrontare le nuove sfide – dalle disuguaglianze globali alla rivoluzione tecnologica – con spirito etico e visione strategica. La giustizia senza libertà diventa oppressione, ma la libertà senza giustizia diventa privilegio. Solo il loro equilibrio può fondare una società giusta e dinamica.
Una federazione tra forze socialdemocratiche, liberali, repubblicane e riformiste non deve essere un’operazione di sopravvivenza, ma un atto di responsabilità collettiva. Deve nascere dal basso, dai territori, dai circoli, dai movimenti civici, da chi ogni giorno tiene in vita la Repubblica con il proprio lavoro e la propria competenza. Solo così si potrà ricostruire il legame tra cittadini e istituzioni.
La crisi della rappresentanza è anche una crisi di fiducia. E la fiducia non si ricostruisce con gli slogan, ma con l’esempio. Una politica che torni a dire la verità, a spiegare le scelte, a non trattare i cittadini da sudditi ma da protagonisti, può ancora riconquistare la speranza. Ma per farlo non serve un contenitore di convenienze.
Chi oggi parla di percorsi comuni senza una visione profonda rischia di perpetuare la logica del provvisorio che ha logorato la democrazia italiana. Noi di SD Socialdemocrazia non cerchiamo rifugi elettorali, ma una missione. Non inseguiamo sigle, ma principi. Non vogliamo aggiungere nomi, ma restituire senso alla parola “partito” nel suo significato originario: parte viva della società che si fa carico del bene di tutti.
Come scriveva Piero Gobetti, “la rivoluzione liberale non è un evento, ma un metodo di rinnovamento continuo” [3]. E come insegnava Bobbio, la democrazia non si misura solo nei numeri, ma nella qualità morale di chi la serve.
Oggi più che mai serve una politica che torni a essere responsabilità, non opportunità; visione, non calcolo; servizio, non carriera. Solo così potremo restituire agli italiani la fiducia perduta e dimostrare che la buona politica non è un ricordo del passato, ma la condizione stessa del nostro futuro.
Questo non è un articolo d’occasione, ma una dichiarazione di metodo, di impegno e di disponibilità al dialogo con chi voglia perseguire obiettivi simili ai nostri. Noi di SD Socialdemocrazia, che nati “ieri” non abbiamo ancora partecipato a competizioni elettorali con la nostra sigla – ma al nostro interno contiamo competenze e personalità di rilievo – stiamo lavorando sin dalla nostra nascita per costruire una federazione politica riformista e valoriale. Non aspiriamo a brandire la palma della “primogenitura”, ma a dare il nostro contributo perché nasca una nuova realtà che unisca le forze eredi delle grandi culture democratiche del Novecento – socialista, liberale, repubblicana, laica e cristiano-sociale – attraverso un Patto d’Azione fondato sull’etica pubblica, sulla giustizia sociale e sulla libertà responsabile.
Non vogliamo contenitori, ma contenuti. Non campi larghi, ma case solide. Non alleanze di comodo, ma una comunità di convinzioni. Perché solo dove tornano a camminare insieme etica, competenza e libertà può rinascere una vera alternativa politica e civile.
Bibliografia essenziale
[1] Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino, 1984.
[2] Giuseppe Saragat, Scritti e discorsi, Edizioni del Lavoro, Roma, 1978.
[3] Piero Gobetti, La Rivoluzione Liberale, Torino, 1924.

