di Vicky Amendolia
Il rossobrunismo, Vannacci e la sinistra che ha lasciato il campo agli altri
La politica ha un curioso modo di affrontare i propri fallimenti: quando perde gli elettori, anziché domandarsi perché se ne siano andati, preferisce spiegare loro che hanno sbagliato. Se poi finiscono a destra, la diagnosi è pronta: populismo, ignoranza, paura. Il paziente, naturalmente, non guarisce. Ma il medico conserva un’ottima opinione di sé.
È ciò che sta accadendo in Europa. Milioni di cittadini che un tempo avrebbero riconosciuto nella sinistra il proprio riferimento cercano oggi altrove protezione, identità e rappresentanza. Non perché siano improvvisamente diventati tutti fascisti, ma perché qualcuno ha smesso di occuparsi delle ragioni per le quali la sinistra era nata.
La vicenda della Sassonia-Anhalt ne offre una dimostrazione particolarmente inquietante. Dopo il successo dell’AfD, il partito di Sahra Wagenknecht, nato da una scissione della sinistra, si è dichiarato disponibile a collaborare con l’estrema destra su singole politiche, pur escludendo una coalizione formale. Non c’è ancora un accordo di governo, ma il confine politico che fino a ieri separava quelle forze è diventato, quanto meno, attraversabile.
È in questo spazio che prende forma il cosiddetto rossobrunismo: una miscela che conserva alcune parole della sinistra — popolo, lavoro, giustizia sociale — e le innesta su nazionalismo, insofferenza verso il pluralismo e domanda d’autorità. Non elimina il disagio sociale: gli cambia bersaglio. Alla società da rendere più giusta sostituisce una comunità da difendere da qualcuno.
Il problema, dunque, non è soltanto ciò che propone. È il vuoto che gli consente di prosperare.
In Italia quel vuoto ha assunto un volto particolarmente inquietante: Roberto Vannacci. Futuro Nazionale, nato appena nel febbraio scorso, viene accreditato dai sondaggi intorno al 7-8%. Una crescita che non può essere liquidata come folclore, né spiegata con la solita formula della “pancia del Paese”.
Vannacci offre un’identità netta, un linguaggio comprensibile e risposte riconoscibili. Dove molti partiti esitano, lui afferma. Dove distinguono, lui semplifica. Dove spiegano la complessità, lui indica un colpevole. E il consenso, prima ancora di giudicare la qualità delle risposte, premia spesso il fatto che qualcuno sembri averne.
Ma sarebbe un errore scambiare questa efficacia comunicativa per innocuità politica. Il suo programma propone, fra l’altro, l’abolizione della legge Mancino, la valorizzazione del cosiddetto «patriarcato mediterraneo», restrizioni ai contenuti televisivi definiti “genderisti” e “omosessualisti”, il rifiuto delle unioni civili e l’introduzione dell’educazione militare nelle scuole e altre assurde e pericolose amenità. Il pericolo per la democrazia non consiste nel fatto che Vannacci possa vincere un’elezione: in democrazia il consenso non è una colpa. Consiste nella possibilità che, attraverso quel consenso, si renda progressivamente accettabile una concezione della società nella quale la libertà individuale viene subordinata a un modello identitario, il pluralismo è tollerato finché non disturba e i diritti diventano concessioni revocabili dalla maggioranza.
Ma denunciare il pericolo non basta. Bisogna comprendere perché trovi tanto ascolto.
Una parte della cosiddetta sinistra ha progressivamente smarrito proprio ciò che avrebbe dovuto renderla necessaria. Ha spesso accettato la precarietà come prezzo inevitabile della modernizzazione, affidato al mercato problemi che il mercato aveva contribuito a creare e sostituito la mobilità sociale con una retorica del merito particolarmente convincente per chi è già arrivato.
Nel frattempo ha dato l’impressione, talvolta, di occuparsi con maggiore passione delle identità che delle condizioni materiali delle persone. I diritti civili restano fondamentali, ma non possono sostituire quelli sociali. Un cittadino deve poter vivere liberamente e dignitosamente: non gli si può chiedere quale delle due cose preferisca: se chi perde il lavoro, teme per i figli, non riesce a curarsi o vive l’insicurezza quotidiana non trova più una risposta politica, qualcun altro arriverà a offrirgliene una. E magari gli dirà anche contro chi prendersela.
È così che il disagio sociale diventa risentimento.
A rendere più profonda questa frattura ha contribuito anche l’Europa. Quella immaginata da statisti come Giuseppe Saragat non era una gigantesca burocrazia incaricata di uniformare realtà profondamente diverse, né un mercato comune nel quale capitali e merci circolano più facilmente della solidarietà politica. Era una comunità di popoli liberi, democratici e solidali.
L’Europa costruita nel tempo se ne è progressivamente allontanata. Ha moltiplicato vincoli, procedure e organismi, ma non altrettanto la propria capacità politica. Impone identici obblighiaPaesi che uguali non sono per struttura economica, infrastrutture, storia e possibilità di sviluppo, invece di porre le condizioni perché essi abbiano pari opportunità, così dimenticando che trattare allo stesso modo situazioni profondamente diverse non produce uguaglianza, ma il contrario.
E mentre gli interessi economici e finanziari hanno acquistato un peso crescente nella formazione delle decisioni, il cittadino europeo ha spesso avuto la sensazione di comparire alla fine del procedimento, giusto in tempo per ricevere il conto.
Abbiamo finito così per costruire un’Europa molto attenta all’Averee sempre meno all’Essere. Poi ci stupiamo se cresce l’euroscetticismo e se le destre radicali trasformano questa distanza in consenso.
Il problema non è rinunciare all’Europa, ma ricostruirla: più politica, più democratica, più solidale e soprattutto più capace di riconoscere che il bene dei popoli viene prima dell’ortodossia dei meccanismi.
Anche la storia, del resto, dovrebbe suggerire qualche cautela nell’affidarsi alle etichette. Benito Mussolini fu socialista: militante, dirigente e direttore dell’«Avanti!» e il suo avvento sappiamo cosa di abominevole ha comportato per l’Italia. Hitler guidava il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Naturalmente il nazismo non era socialismo: ed è proprio questo il punto. Le parole possono sopravvivere alle idee che esprimevano e perfino essere utilizzate contro di esse.
Non si tratta di paragonare Wagenknecht o Vannacci ai dittatori del Novecento. Si tratta di ricordare che il socialismo democratico non è semplicemente redistribuzione: è giustizia sociale insieme a libertà, pluralismo, universalismo e dignità della persona. Se si conserva il vocabolario e si cancellano quei principi, non si è scoperta una nuova sinistra. Si è soltanto lasciata la vecchia insegna sulla porta. La storia non concede il diritto di usucapione sulle idee.
E qui si arriva al problema italiano più amaro. Esistono forze socialiste, socialdemocratiche, liberaldemocratiche, repubblicane, radicali e riformiste che condividono molto più di quanto le rispettive sigle lascino supporre. Eppure continuano a frammentarsi, ciascuna custode della propria storia, del proprio simbolo e naturalmente della propria interpretazione autentica del riformismo.
Nel frattempo, gli altri raccolgono voti.
Difendere la propria identità politica è legittimo. Trasformarla in una religione della marginalità lo è molto meno.
La risposta al rossobrunismo non può essere imitare la destra: l’originale sarà sempre più convincente della copia. Deve essere invece la ricostruzione di una forza riformista capace di tenere insieme lavoro e libertà, sicurezza e garanzie, crescita e redistribuzione, governo dell’immigrazione e dignità umana, efficienza dello Stato e giustizia sociale.
E deve avere il coraggio di unirsi.
Perché quando la sinistra lascia incustodite le proprie ragioni, qualcun altro ne raccoglie le parole e le usa contro i principi che le avevano generate.
A quel punto non basta indignarsi per il successo dei generali.
Bisogna chiedersi chi abbia lasciato loro libera la piazza.


1 commento
Il generale è spinto da forze poderose. Da stati e dal mondo economico-finanziario.
Mi sono sempre chiesto anche perché di costui si sono messi a scrivere e discutere ogni tipo di mezzo di comunicazione di massa.