L’accoppiata sistema elettorale proporzionale-partiti di massa ha avuto vittime designate, anche illustri. Ad essere privilegiata da questa proposta di un sistema democratico avanzato fu la creazione di una catena di comando che consentisse a un leader di munirsi di una leadership devota e a volte capace e appassionata.
Per quanti non potevano eccellere per meriti propri (accademici o di competenze specialistiche ecc.), la ruota del pavone al capo li condannava a restare confinati nell’ombra, a levigare le loro ambizioni. A non emergere, per non impensierirlo e creargli crucci.
È la storia di Antonio Giolitti e Togliatti fino, si può forse dire, ad Antonio Tatò ed Enrico Berlinguer e a Giuliano Amato e Bettino Craxi, per fare qualche esempio.
Francesco Saverio Nitti sperimentò subito sulla propria pelle, nel secondo dopoguerra, che per lui nel vertice del potere non c’era posto. Di qui un’esistenza vissuta tra solitudine e ruoli di pura immagine e di minoranza.
La politica contemporanea rifugge, quando non le esecrano, dalle competenze e dalla stessa cultura, perché per rimediare alla mancanza di entrambe, in parlamento e nei grandi partiti in grado di distribuire risorse e mance, ci sono apparati e strutture di servizio. Suppliscono anche alla più cosmica ignoranza dei rappresentanti di un popolo che esercita la sua (dubbia) sovranità votando nella misura del 48%.
L’esempio più eclatante nella storia della Repubblica è il ministro Matteo Salvini. Non dispone di nessuna cultura se non l’arte malefica di riuscire a profferire ogni giorno idiozie micro-demagogiche in contrasto con quelle del governo di cui fa parte.
Può così, con il suo carico di miserabilismus, permettersi di declassare il consenso elettorale al suo partito, la Lega, dal 33% al 9%. Senza che nessuno (premier, capo dello Stato, la tristissima stampa che ci trastulla la pena di vivere ecc.), in questo paese prigioniero di ombre, fallito come Stato e come nazione, osi chiedergli di cambiare aria o mestiere.
Neanche il mondo politico che gli agrari spedirono in parlamento con l’Unità d’Italia era impressionante per la sua preparazione legislativa, tecnica o culturale. Ma si riconosceva in personaggi come Francesco Saverio Nitti o Sidney Sonnino, per fare due esempi diversi.
Era un liberale di sinistra, cioè riformista, che prima di essere scelto come ministro nel governo Giolitti del 1911, aveva ritenuto opportuno munirsi di conoscenze scientifiche e tecniche anche specialistiche. Per rispettare il mandato degli elettori oltre che la sua personale moralità.
Nel nuovo saggio su di lui redatto da un giovane studioso come Massimo Crosti, tanto l’autore quanto storici di una diversa generazione come Francesco Barbagallo convengono nel datare l’appartenenza di Nitti “alla felice epoca storica in cui si poteva affermare che una vasta cultura fosse il miglior viatico per una efficace azione politica”. (p.xii)
Questo bisogno di munirsi di una sorta di dote o scorta di competenze e conoscenze era strettamente collegato a quanto il ceto politico odierno pensa di poter esorcizzare fino a prescinderne, cioè una visione generale, un disegno del futuro, e della collocazione dell’Italia in esso.
Quando nella primavera del 1911 Giolitti assegna a Nitti il ministero di agricoltura, industria e commercio, l’intellettuale (e parlamentare dalle elezioni del 1904) di Muro Lucano da un ventennio si era impadronito di una tematica estesa e significativa.
La saprà mettere a frutto sul piano delle riforme come il controllo pubblico sulle assicurazioni generali, come l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, l’Iri ecc. Fanno parte dell’elaborazione di una teoria dello sviluppo che Giuseppe Are seppe cogliere in lui, contrastando l’allora facile profezia che dal Sud non potesse venire se non arretratezza e corruzione.
Ma, per dare la dimensione reale del personaggio, a ragione Crosti ricorda due momenti in cui Nitti espresse una prospettiva, vale a dire il possibile indebolimento, se non il declino, dei regimi democratici.
Dopo la prima guerra mondiale quando, al pari di J. M. Keynes, giudicherà eccessivo il peso delle sanzioni a carico della Germania, prevedendo che, per reagire ad esso, Berlino avrebbe scatenato il secondo micidiale conflitto internazionale.
In secondo luogo, il successo degli Stati Uniti nella guerra fredda non gli fece velo nel paventare i grandi pericoli connessi all’isolamento dell’Urss. Ma non precipitò mai nell’album di cui è ricco il Pci, cioè nella figura patetica, ambigua, del compagno di strada, dell’iscritto in un registro speciale segreto. Nitti non si prestò neanche a figurare come il primo sottoscrittore dei manifesti (in generale sempre filo-sovietici) e del culto delle differenze auto-attribuite dal Pci. Quella della lega buona, accreditata da Eric Hobsbawn, cioè del “comunista italiano”, una sorta di isola felice nella plaga miserevole del comunismo centro-europeo e mediterraneo.
Crosti non ha riserve nell’offrire l’immagine non sempre inedita, ma da questo volume costruita sull’analisi dell’ampio spettro del pensiero politico, di Nitti. Tutto converge verso quella minoranza di italiani, rievocata e anche di recente da Giuliano Amato come la sua patria ideale: liberal-democratici, quando non liberal-socialisti.
Perché non hanno avuto, al di là di qualche influenza, né grande né piccolo successo? La domanda prorompe spesso nelle domande di Amato, la si percepisce sottotraccia nella narrazione di Crosti e in chi l’aveva tradotto in partito, appunto il Partito Italiano d’Azione.
Dopo si esaurì l’alba di questo movimento politico per lasciare quasi tutto lo spazio alla sinistra socialista e comunista, al suo legame di ferro, scolpito nell’antifascismo.
Voglio dire che la cultura politica del terzaforzismo finì travolta dal piombo nell’ala che gli si era incuneato come un fuoco inceneritore a lenta accensione dopo gli anni Venti quando tutto venne sacrificato all’alleanza con l’Unione Sovietica e con i comunisti.
Non suonò un campanello d’allarme nel 1939 quando Stalin strinse un’alleanza di spartizione quasi coloniale con Hitler. Purtroppo, lo scoppio della guerra contro il nazifascismo costrinse a riproporre un’alleanza innaturale dei liberaldemocratici e dei socialisti liberali con i comunisti. In Italia, Nenni fece durare questa stagione dei pas d’ennemi a gauche fino al 1956, non sradicando il filo rosso dell’unità della sinistra. Era ormai una gogna, il cappio al collo di una primavera liberal-socialista.
Da soluzione empirica, risposta circoscritta il frontismo è diventato feticcio e mito impedendo l’affermazione delle idee di personaggi come Nitti.
Ancora oggi la bandiera dell’antifascismo di Elly Schlein è lo straccio, la vecchia maschera di un cedimento assoluto al comunismo, anche se quest’ultimo fortunatamente sembra avere la vitalità di un morto che cammina.
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Massimo Crosti, *Nitti interprete del Novecento*, prefazione di Francesco Barbagallo, Editoriale Scientifica, Napoli 2024, euro 16.

