di Vicky Amendolia
C’è un paradosso che attraversa Israele: mentre Benjamin Netanyahu continua a proclamare sicurezza e forza militare, il Paese sprofonda lentamente in una fragilità economica che rischia di diventare irreversibile, con l’ulteriore aggravio che le scelte di Netanyahu hanno rinfocolato in tutto il mondo il più bieco antisemitismo che il popolo di Israele non merita.
L’antisemitismo che rialza la testa dopo Gaza è la solita cloaca che si riversa puntuale nei momenti peggiori. Condannarlo non è un gesto nobile: è semplicemente il minimo sindacale di civiltà. Gli ebrei hanno dato al mondo cervelli che hanno cambiato la storia; i loro persecutori hanno lasciato solo rovine e vergogna.
Israele è uno Stato che ha fatto fiorire il deserto e inventato il futuro, salvo poi rinchiudersi in un presente fatto di muri, ritorsioni e paure. La sicurezza ottenuta a colpi di bombe è come l’eroina: dà l’illusione di vivere, ma in realtà ti consuma.
Gli ebrei restano un popolo geniale, ma lo Stato di Israele, se non cambia rotta, rischia di restare solo un fortino assediato dalla propria ombra.
Condannare l’antisemitismo, dunque, è doveroso; ma altrettanto doveroso è dire che Israele non può continuare a vivere di paura e di guerra, né nascondersi dietro l’eterna giustificazione della propria sicurezza. Perché la sicurezza senza giustizia non dura: produce solo odio, rigenera conflitti e offusca la straordinaria eredità culturale e morale che il popolo ebraico ha donato all’umanità.
La sua “guerra senza fine” contro Hamas non sta solo insanguinando Gaza, ma sta svuotando le fondamenta stesse dello Stato ebraico. Israele non è più il laboratorio economico che aveva fatto, a buon motivo, innamorare investitori e analisti, la “Silicon Wadi” di cui si parlava con orgoglio fino a pochi anni fa. Oggi è un Paese ingessato, che si barcamena fra bilanci emergenziali, debiti in crescita e un isolamento politico crescente. A furia di inseguire il mito dell’invulnerabilità, Netanyahu sta trasformando l’economia in un colabrodo.
Il problema, tuttavia, non è solo contabile. È anche politico e strategico. Israele ha costruito la propria identità nazionale su una narrativa di forza e resistenza, spesso percepita come necessaria in una regione ostile. Ma Netanyahu ha trasformato questa percezione in una gabbia. Non più difesa, ma militarizzazione totale della società. Non più deterrenza, ma guerra infinita e in una guerra infinita, l’unico esito certo è il logoramento.
I numeri parlano da soli: tra il 2023 e il 2025, la spesa militare ha superato i 56 miliardi di dollari e, secondo calcoli indipendenti, sfonda i 67 miliardi se si considerano i mancati introiti fiscali e i costi indiretti (1). Non c’è welfare state che possa resistere a una simile emorragia: scuole, ospedali, infrastrutture civili vengono sacrificati sull’altare dell’eterna mobilitazione. È una dinamica che ricorda da vicino altre esperienze storiche: la corsa agli armamenti dell’Unione Sovietica negli anni Ottanta, che contribuì a mandare in bancarotta un impero, o la logica imperiale americana che, dal Vietnam all’Iraq, ha dimostrato come la potenza militare possa trasformarsi in debolezza economica.
L’aspetto più inquietante è la sproporzione dei mezzi. Israele si trova costretto a usare sistemi d’arma costosissimi per neutralizzare minacce a basso costo. Un missile dell’Iron Dome può valere milioni, mentre i droni che intercetta costano qualche migliaio di dollari. È come spegnere un fiammifero con un idrante d’oro: scenografico, ma economicamente suicida. Un aspetto che non riguarda solo la contabilità, ma la strategia. In una guerra di logoramento, chi produce armi a basso costo vince per inerzia: Hezbollah e Hamas possono produrre in serie con sostegno iraniano, mentre Israele brucia miliardi al mese per proteggersi. È un’equazione che porta inevitabilmente al collasso.
Le conseguenze sociali sono già evidenti. Il Pil israeliano ha registrato una contrazione del 3,5% nel secondo trimestre del 2025 (2), segno che l’effetto della guerra non è più contenibile nei soli bilanci statali. L’inflazione, tornata oltre il 3,6% (3), divora il potere d’acquisto delle famiglie. L’alta tecnologia, orgoglio nazionale e cuore pulsante dell’economia, ha perso circa il 15% della forza lavoro e subito un crollo del 70% negli investimenti esteri (5). Il divieto imposto ai lavoratori palestinesi – oltre 115mila persone escluse da edilizia, agricoltura e sanità – pesa come un macigno: circa 830 milioni di dollari al mese di perdite (6). Parallelamente, centinaia di migliaia di riservisti richiamati alle armi hanno visto svanire attività e posti di lavoro, con un 41% costretto a chiudere o a essere licenziato (4). È un Paese che smantella da solo la sua economia. Ma dietro i numeri ci sono le persone. Cittadini che vedono i loro stipendi ridursi, giovani che sognano di emigrare a Berlino o a New York, famiglie che non riescono più a sostenere i costi delle case. La retorica della sicurezza totale si traduce, nella vita quotidiana, in precarietà economica e in una crescente sfiducia verso le istituzioni. Uno Stato che promette protezione ma non garantisce pane e lavoro rischia di trasformarsi in un gigante dai piedi d’argilla.
Per sostenere il ritmo della spesa, Israele ha fatto ricorso massiccio all’indebitamento, proprio mentre i tassi internazionali restavano elevati. Non a caso le tre principali agenzie di rating hanno declassato il merito creditizio dello Stato (7). È un segnale inequivocabile: il Paese non è più percepito come un porto sicuro per gli investitori. Persino il capitale ebraico della diaspora, da sempre linfa vitale, inizia a guardare altrove.
Eppure, a tenere in piedi l’impalcatura non sono i mercati, ma Washington. Dal 2023 gli Stati Uniti hanno riversato oltre 22 miliardi di dollari di aiuti straordinari, che si sommano ai 3,8 miliardi annui già stabiliti (8). È il solito paradosso: un Paese che si proclama autosufficiente sopravvive in realtà solo grazie a un flusso esterno di denaro e armi. Senza l’ombrello americano, il governo Netanyahu non reggerebbe un mese. Eppure, questa dipendenza viene abilmente camuffata con la retorica della “resilienza nazionale”.
La verità è che la guerra infinita non è più nemmeno una questione di sicurezza. È lo strumento che permette a Netanyahu di restare al potere. Senza conflitto dovrebbe affrontare i processi per corruzione, lo sgretolarsi delle alleanze interne, la rabbia sociale. Con la guerra, invece, si presenta come l’“uomo forte” che difende Israele dall’annientamento. È lo stesso schema già visto altrove: i leader deboli alzano il volume della guerra per non affrontare la fragilità della politica interna. Ma il costo di questa narrazione lo pagano i cittadini: un’economia in caduta, famiglie sempre più povere, giovani che guardano all’estero, investitori che voltano le spalle.
La professoressa Karnit Flug, già governatrice della Banca d’Israele, ha messo in guardia: «Il deterioramento economico rischia di accelerare in assenza di un radicale cambio di rotta» (9). Un avvertimento che Netanyahu ignora, perché la sua sopravvivenza politica dipende proprio dal mantenere il Paese in uno stato di guerra permanente. Lo confermano anche le conclusioni della Conferenza Eli Hurvitz, che ha sottolineato come Israele regga non grazie alle scelte del suo governo, ma alla tenuta della società civile e a un diffuso spirito di solidarietà (10).
E qui emerge l’altro lato della medaglia: Israele regge, ma non grazie al suo governo. Regge grazie ai suoi cittadini. Alla capacità di una società civile che, pur colpita, tiene insieme il Paese con senso di responsabilità e solidarietà. È questa resilienza che impedisce il collasso immediato. Ma fino a quando? La società civile può resistere alla corruzione, all’incertezza politica, persino alla crisi economica. Ma può resistere indefinitamente a una guerra senza fine?
Il futuro di Israele dipenderà dalla risposta a questa domanda. Continuare su questa strada significa consegnare il Paese a un destino di isolamento e declino, trasformandolo in una fortezza assediata e impoverita. Netanyahu, con la sua ostinazione, sta costruendo un futuro che non garantisce né pace né prosperità. Sta scavando la fossa del Paese per salvare la propria carriera politica.
Ogni guerra infinita, prima o poi, presenta il conto. La storia lo dimostra: imperi più grandi e potenti sono crollati sotto il peso dei loro eserciti e delle loro illusioni di invulnerabilità. Israele non farà eccezione, se non troverà il coraggio di uscire da questa spirale. Netanyahu può illudersi di sopravvivere politicamente, ma sta trascinando con sé l’intero Stato. E la domanda che resta sospesa è una sola: quanto ancora i cittadini israeliani saranno disposti a pagare il prezzo della sua ambizione personale?
Bibliografia essenziale
1. Banca d’Israele, Economic Review 2024-2025.
2. Central Bureau of Statistics Israel, National Accounts Q2 2025.
3. FMI, Israel Country Report 2025.
4. Israel Employment Service, Labour Market Report, luglio 2025.
5. Startup Nation Policy Institute, Hi-Tech Industry Survey 2025.
6. Calcalist, “The cost of the Palestinian labour ban”, maggio 2025.
7. Moody’s, S&P, Fitch, Sovereign Ratings Reports, 2024-2025.
8. U.S. Congress, Foreign Aid Appropriations Israel, 2023-2025.
9. Karnit Flug, intervento a Israel Democracy Institute, giugno 2025.
10. Eli Hurvitz Conference on Economy and Society, Report

