Trasformare i piccoli comuni in luoghi di formazione, tecnologia, lavoro e nuova comunità: il rapporto destinato alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica da Olitec – Fondazione Olivetti Tecnologia e Ricerca, ente no-profit attivo nel campo della ricerca, dell’innovazione tecnologica e della formazione, propone una strategia nazionale per il futuro dei piccoli comuni, partendo non da teorie astratte, ma da esperienze concrete e da progetti che dimostrano come anche i borghi più piccoli possano tornare a essere luoghi di formazione, innovazione, lavoro e nuova comunità.
La Fondazione Olitec ha attivi 8 centri in piccoli paesi ed opera in particolare nell’ambito delle discipline BRIA – Bioinformatica, Realtà Immersiva e Intelligenza Artificiale, sviluppando attività di ricerca e percorsi di formazione avanzata orientati anche all’inserimento lavorativo. È proprio attraverso questo modello, che mette insieme ricerca, formazione, tecnologie avanzate e presenza fisica dei giovani nei territori, che la Fondazione ha iniziato a sperimentare una possibile risposta al problema dello spopolamento dei piccoli comuni.
In questa prospettiva assume particolare significato il percorso che ha portato Olitec prima a Collalto Sabino e oggi a Nespolo (Rieti), dove si apre una importante prospettiva di sviluppo legata alla formazione avanzata e alle tecnologie del futuro.
A Collalto Sabino, in provincia di Rieti, la Fondazione ha avviato nel 2024 un centro dedicato alla ricerca e alla formazione nelle tecnologie avanzate. Il progetto prevedeva attività nei settori della bioinformatica e della realtà immersiva, con la presenza di giovani ricercatori e percorsi di formazione rivolti anche alle nuove generazioni. Nel maggio dello stesso anno è stata inaugurata la fase di sperimentazione, con il coinvolgimento di giovani sviluppatori e imprese.
Quella di Collalto non è stata quindi soltanto l’apertura di una nuova struttura, ma la sperimentazione di un modello vincente: portare in un piccolo borgo giovani, competenze, ricerca e formazione, creando una presenza continuativa capace di entrare in relazione con la comunità locale.
È proprio questa esperienza a rendere particolarmente significativo il passaggio successivo rappresentato da Nespolo.
A Nespolo è infatti previsto, nell’orizzonte programmatico 2030-2040, un progetto per la realizzazione di un centro residenziale di formazione dedicato alle tecnologie nucleari e spaziali, con 120 posti letto, collegato a percorsi scientifici, attività laboratoriali, partner accademici e concrete opportunità professionali.
L’accoglienza positiva manifestata dagli amministratori e dagli abitanti di Nespolo rappresenta un elemento particolarmente significativo. Dimostra che, quando una comunità è matura e riconosce in un progetto una possibilità concreta di crescita, l’innovazione può diventare non un elemento estraneo al territorio, ma uno strumento per rafforzarne l’identità e le prospettive future.
Il progetto di Nespolo mostra affinità con una progettualità, di poco precedente e sposata da Olitec, sviluppata nell’ambito della mia tesi di Master sostenuta presso la LUISS GUIDO CARLI (Master di secondo livello in Comunicazione e Marketing Politico ed Istituzionale diretto da Francesco Giorgino-relatore Francesco Di Costanzo) dal titolo “Vallecupola Valley”, nella quale veniva analizzata la possibilità di rilanciare un piccolo borgo proprio grazie all’insediamento di un centro di ricerca e formazione altamente specializzato, capace di portare stabilmente giovani, competenze e nuove attività in un territorio segnato da un grave ed atavico spopolamento. Obiettivo principale “Inaugurare nel paese” una scuola di formazione sulle nuove tecnologie, con una caratteristica fondamentale: non limitarsi a produrre ricerca, ma prevedere una presenza fisica e continuativa di giovani studenti, ricercatori e insegnanti sul territorio.
Il progetto, inizialmente presentato per Vallecupola, non ha trovato accoglimento da parte del Comune di Rocca Sinibalda, a causa della diffidenza di alcuni abitanti la contrattazione è stata probabilmente troppo velocemente respinta ma, sempre nell’area del Reatino, ha ora una nuova concreta possibilità con Nespolo (pur puntando su una differente progettualità adattata alle peculiarità del luogo), segno che la proposta di una startup di questo tipo era ben rispondente alle nuove strategie che puntano proprio sul ripopolamento dei piccoli centri legandolo anche (ma non solo) allo sviluppo delle nuove tecnologie.
D’altra parte, l’esperienza di Collalto Sabino, ha permesso di dimostrare concretamente che la presenza di un centro di ricerca e formazione può trasformarsi in una vera funzione territoriale e produrre effetti che vanno ben oltre l’attività della singola struttura. Il caso di Collalto rappresenta infatti uno degli esempi concreti sui quali si fonda la strategia proposta dal Rapporto presentato in Senato.
L’esperienza sul campo ha consentito anche di individuare quelle problematiche ostative che frenano il buon esito delle contrattazioni con i territori e che, nell’interesse degli stessi, dovrebbero trovare una sponda matura nella capacità di mediazione delle stesse amministrazioni, con i residenti.
Nella relazione si legge un passo fondamentale: “L’arrivo di una nuova realtà in un piccolo borgo può generare entusiasmo, ma anche diffidenza. Le comunità ristrette sono caratterizzate da una forte prossimità tra le persone, dalla memoria condivisa e da un senso di appartenenza molto radicato. Sono elementi preziosi, ma possono trasformarsi in resistenza quando qualcosa modifica equilibri consolidati. Quando la Fondazione iniziò la propria attività a Collalto Sabino non mancarono diffidenze, voci, maldicenze e quelli che nel rapporto vengono definiti «colpi bassi». Non si tratta di elementi da utilizzare per accusare singole persone, ma di una dinamica che può manifestarsi in qualsiasi comunità nella quale un progetto nuovo viene percepito come un possibile elemento di cambiamento. La vera risposta, però, non è stata quella di trasformare il conflitto in una contrapposizione permanente. È stata la presenza. Continuare a lavorare, spiegare le finalità del progetto, mantenere gli impegni e dimostrare attraverso i fatti che l’obiettivo era produrre un beneficio per il territorio ha consentito progressivamente alla realtà dei risultati di prevalere sulle diffidenze. È una lezione fondamentale per tutti i piccoli comuni che cercano di contrastare lo spopolamento. Non si può chiedere a giovani, famiglie, ricercatori, imprese e professionisti di arrivare in un borgo e, nello stesso tempo, pretendere che nulla cambi. Se il nuovo residente viene accettato soltanto a condizione che non modifichi nulla, il ripopolamento diventa impossibile. L’identità di una comunità non si difende chiudendosi al nuovo, si difende mettendo il nuovo nelle condizioni di conoscere quella storia, rispettarla e contribuire a costruirne il futuro”.
Nespolo: dalla sperimentazione a un modello di futuro
Se Collalto testimonia un’esperienza già concretamente avviata, Nespolo (con i suoi 200 residenti attuali) può rappresentare il passaggio successivo: la trasformazione di quella esperienza in un modello strutturato di formazione e innovazione ancora più rilevante.
Il progetto, previsto per il periodo 2030-2040, immagina un centro residenziale di formazione sulle tecnologie nucleari e spaziali, con ben 120 posti letto, percorsi scientifici, laboratori, partner accademici e opportunità professionali.
Per un comune di poche centinaia di abitanti, una struttura di questa dimensione potrebbe modificare significativamente la frequentazione quotidiana sul territorio (si legge nel Rapporto).
La presenza degli allievi potrebbe determinare un incremento giornaliero vicino al 58%, mentre, considerando anche docenti, tecnici, personale amministrativo e attività collegate, la popolazione effettivamente presente potrebbe arrivare a circa 360-400 persone.
Non si tratta, naturalmente, di confondere la popolazione presente con quella residente. La vera sfida sarà trasformare una parte di queste presenze temporanee in una comunità stabile, attraverso il recupero delle abitazioni, l’arrivo di lavoratori e famiglie e il rafforzamento dei servizi.
Ed è proprio questo il valore strategico del progetto.
Nespolo non avrà bisogno di diventare una città per assumere una funzione di rilievo nazionale. Potrebbe diventare qualcosa di diverso: un piccolo comune specializzato in una funzione avanzata, capace di attrarre conoscenza, formazione e lavoro.
È questa la direzione nella quale il rapporto Olitec propone in generale di guardare al futuro dei piccoli borghi.
Non tutti dovranno fare le stesse cose. Non tutti potranno diventare centri tecnologici o universitari. Ma ogni territorio può individuare una propria funzione, una propria specializzazione, una propria ragione per essere abitato.
Da Collalto fino a Nespolo, il percorso dimostra che questa idea progettuale può essere sperimentata, verificata e trasformata in un modello concreto e soprattutto che il futuro dei piccoli borghi non può essere costruito soltanto difendendo, con timore e diffidenza, ciò che esiste. Deve essere costruito creando nuove ragioni per restare, tornare e arrivare. È questa, in fondo, la sfida che il rapporto pone al Paese: trasformare i piccoli comuni da territori da preservare a territori nei quali tornare a investire, vivere, studiare e lavorare e crescere, pur preservandone storia e tradizioni.
A seguire le parti più tecniche del rapporto che riportiamo per meglio spiegare la Strategia
Il Rapporto è a firma di Massimiliano Nicolini, presidente della Fondazione Olitec
L’Italia dei piccoli comuni non rappresenta un frammento marginale del Paese, una realtà residuale da osservare con nostalgia o un patrimonio da mantenere in vita esclusivamente attraverso manifestazioni culturali, iniziative stagionali e interventi occasionali. Essa costituisce, al contrario, una delle grandi infrastrutture territoriali della Repubblica, perché nei comuni con meno di 5.000 abitanti vive una parte significativa della popolazione nazionale e ricade oltre la metà della superficie italiana, insieme a montagne, boschi, sorgenti, bacini idrici, terreni agricoli, aree protette, infrastrutture energetiche, edifici storici e presìdi indispensabili per la sicurezza ambientale. Il rapporto “L’Italia che rinasce dai borghi”, che sarà distribuito ai membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, nasce dalla necessità di portare questa realtà al centro del confronto politico nazionale, superando la rappresentazione del piccolo comune come luogo inevitabilmente condannato al declino. La premessa dell’autore si apre con una dichiarazione netta, destinata a chiarire l’intera prospettiva del lavoro: «Sono favorevole ai piccoli borghi non per nostalgia, ma per convinzione». Non si tratta, quindi, di tentare una ricostruzione artificiale del passato, ma di comprendere se l’Italia voglia ancora permettere ai propri cittadini di vivere lontano dalle grandi concentrazioni urbane senza dover rinunciare al lavoro, alla salute, all’istruzione, alla sicurezza e alla possibilità di costruire una famiglia.
Il rapporto mostra come i comuni con popolazione inferiore o pari a 5.000 abitanti siano oltre 5.500, quasi sette amministrazioni comunali italiane su dieci, e come nei loro territori vivano circa 9,66 milioni di persone, pari a oltre il 16% della popolazione nazionale. Questi comuni amministrano quasi il 55% della superficie dell’Italia, ma lo fanno spesso con organici ridotti, risorse discontinue, infrastrutture fragili e una crescente difficoltà nel garantire servizi che nelle città vengono considerati ordinari. Tale squilibrio dovrebbe indurre il Parlamento a considerare la questione dei borghi non soltanto come una materia di politica locale, bensì come un tema di sicurezza nazionale, di equilibrio demografico e di tutela del territorio. Quando un paese perde abitanti, infatti, non diminuisce soltanto il numero delle persone iscritte all’anagrafe, ma si riducono gli alunni, chiudono le attività commerciali, diminuisce la domanda di trasporto pubblico, diventa più difficile mantenere un medico, si deteriorano gli immobili e si indebolisce quella manutenzione quotidiana di strade, boschi, fossi, terreni e reti idriche che nessuna amministrazione centrale può sostituire integralmente. Il rapporto sintetizza questa dinamica con una frase particolarmente efficace contenuta nel capitolo dedicato agli scenari demografici: «La scomparsa funzionale precede quella anagrafica». Un comune può continuare formalmente a esistere, avere un sindaco, un consiglio e un numero di residenti registrati, pur avendo già perso gran parte delle funzioni che consentono alle persone di condurre una vita completa.
L’analisi ricostruisce l’andamento demografico dal principio del nuovo millennio fino a oggi e individua un cambiamento profondo intervenuto dopo il 2011. Nel primo decennio degli anni Duemila, la popolazione aggregata dei piccoli comuni aveva mostrato una crescita moderata, sostenuta soprattutto dai flussi migratori e dalla capacità di alcuni territori prossimi alle aree produttive di attrarre nuovi abitanti. Dal 2011 in poi, tuttavia, la tendenza si è progressivamente invertita: il numero complessivo dei residenti è sceso da circa 10,36 milioni a 9,66 milioni nel 2025, con una perdita di quasi 700.000 persone, corrispondente a circa il 6,7%. Il dato deve essere letto tenendo conto delle variazioni amministrative e del passaggio dei comuni da una classe demografica all’altra, ma la direzione del fenomeno rimane evidente e viene confermata dal saldo naturale negativo, dall’aumento dell’età media, dalla diminuzione delle nascite e dalla partenza delle generazioni più giovani. Nel 2023 oltre il 60% dei piccoli comuni ha perso popolazione e 341 amministrazioni non hanno registrato neppure una nascita, un segnale che non riguarda soltanto la demografia, ma la possibilità stessa di mantenere scuole, servizi pediatrici e una proporzione sostenibile tra popolazione attiva e anziana. Il rapporto invita quindi a non misurare il declino soltanto attraverso il numero degli abitanti, ma ad affiancare a questo dato la struttura per età, le iscrizioni scolastiche, l’occupazione reale delle abitazioni, la presenza di imprese, i tempi di accesso agli ospedali e la capacità amministrativa degli enti locali.
Le proiezioni contenute nel documento delineano tre possibili traiettorie fino al 2040, precisando che non si tratta di profezie, ma di scenari condizionati dalle decisioni che verranno assunte nei prossimi anni. Nello scenario di inerzia, cioè qualora non fosse realizzato alcun intervento strutturale, la popolazione dei piccoli comuni potrebbe scendere tra 8,7 e 9 milioni di abitanti, con una perdita compresa tra circa 650.000 e 960.000 persone rispetto al 2025. Nello scenario di stabilizzazione selettiva, costruito attraverso reti di comuni capaci di condividere servizi, strutture produttive e funzioni territoriali, la popolazione potrebbe invece attestarsi tra 9,2 e 9,4 milioni, contenendo il declino e migliorando la composizione generazionale. Lo scenario di trasformazione territoriale, il più ambizioso, prevede il recupero di un numero significativo di abitazioni, la creazione di almeno 200.000 o 250.000 posti di lavoro fisicamente localizzati, la nascita di campus residenziali e l’insediamento di attività tecnologiche e formative, con la possibilità di mantenere nel 2040 una popolazione compresa tra 9,5 e 9,7 milioni. Il rapporto chiarisce che il risultato non dovrà essere valutato attraverso il numero delle cerimonie inaugurali o delle residenze trasferite per ottenere un incentivo, poiché «il ripopolamento è un processo, non una fotografia inaugurale». Sarà necessario verificare quante persone rimarranno dopo tre, cinque e dieci anni, quanti bambini entreranno nelle scuole, quante abitazioni saranno occupate stabilmente e quante imprese riusciranno a sopravvivere una volta terminata la fase iniziale dei finanziamenti.
Per costruire questo quadro è stato utilizzato Celeborn come ambiente di integrazione informativa, affiancato dagli ADT locali, definiti nel rapporto come Auto Digital Twin. La premessa metodologica precisa che Celeborn ha consentito di ricondurre fonti statistiche, indicatori territoriali, informazioni sugli edifici e scenari previsionali a una lettura unitaria, mentre gli ADT hanno permesso di mettere in relazione popolazione, servizi, mobilità, attività produttive, rischi ambientali e conseguenze potenziali delle decisioni pubbliche. Il documento chiarisce correttamente che Celeborn e gli ADT non sono stati utilizzati come fonti statistiche autonome, perché i dati nazionali provengono principalmente da Istat, ANCI e IFEL, ma come strumenti di aggregazione, confronto e simulazione. Questa distinzione metodologica è fondamentale, perché l’innovazione tecnologica non deve sostituire la responsabilità politica o la conoscenza diretta del territorio, ma deve rendere verificabili le scelte, confrontandole con costi, distanze, tempi, disponibilità immobiliari e capacità dei servizi. Come si legge nella premessa, «l’ADT non sostituisce la conoscenza del sindaco o degli abitanti; serve a verificare se una proposta regge quando viene confrontata con numeri, distanze, costi e tempi». Una politica nazionale per i piccoli comuni deve quindi utilizzare la tecnologia non per produrre rappresentazioni astratte, ma per evitare che progetti costosi vengano realizzati in luoghi privi delle condizioni necessarie o che immobili potenzialmente utili restino invisibili per mancanza di una mappatura unitaria.
Il rapporto prende una posizione precisa anche rispetto ad alcune formule che negli ultimi anni hanno dominato la comunicazione sui borghi. La rinascita dei piccoli comuni non può essere affidata all’idea che migliaia di lavoratori si trasferiscano stabilmente in aree isolate per svolgere da remoto attività che potrebbero essere effettuate in qualsiasi altra parte del mondo, perché questo modello, pur potendo funzionare per alcune scelte individuali, non genera necessariamente filiere locali, non mantiene le scuole, non produce servizi sanitari e non costruisce una comunità economica stabile. Analogamente, non è sufficiente acquistare una casa a un prezzo simbolico, partecipare a un evento estivo o aprire una struttura destinata a funzionare soltanto in alcuni periodi dell’anno. Una famiglia non organizza la propria esistenza soltanto intorno alla bellezza di un paesaggio o al costo ridotto di un’abitazione, ma valuta la presenza di un lavoro, di un medico, di una scuola, di collegamenti affidabili e di prospettive per i figli. Nel capitolo conclusivo il rapporto afferma che «la bellezza del paesaggio può accompagnare la scelta, ma non sostituisce la possibilità di vivere», riassumendo in poche parole la distanza tra la narrazione pubblicitaria dei borghi e le condizioni concrete necessarie per abitarli. Per questo il documento non concentra le proprie proposte sul turismo, sulla gastronomia o sulla trasformazione dei paesi in scenografie destinate ai visitatori, ma individua nella formazione avanzata, nella ricerca applicata e nella tecnologia fisicamente insediata una delle principali possibilità di sviluppo.
La tecnologia descritta nel rapporto non è immateriale e non coincide con una semplice connessione a Internet, poiché deve assumere la forma di laboratori, officine, simulatori, apparecchiature, istruttori, allievi, tecnici e commesse. Nel capitolo “La tecnologia come motore di insediamento reale” si legge che «la tecnologia utile ai piccoli comuni deve avere una presenza fisica», perché soltanto un’attività che richiede persone, edifici e organizzazione quotidiana può produrre una comunità stabile. I borghi possono ospitare centri di formazione dedicati alla cybersicurezza, alla robotica, alle tecnologie spaziali, alla sensoristica ambientale, alla gestione delle risorse idriche, all’energia, alla manutenzione biomedicale, alla sicurezza delle infrastrutture, al decommissioning nucleare e alla protezione civile. Possono diventare luoghi di addestramento per tecnici che devono operare in condizioni complesse, campus residenziali collegati a università e istituti tecnologici superiori, centri di prova per sistemi autonomi, strutture per la manutenzione di apparati sanitari e laboratori per il monitoraggio di frane, incendi, foreste, reti idriche e bacini energetici. La scelta di tali funzioni non può essere dettata dalla ricerca di un titolo prestigioso da inserire in un comunicato, ma deve derivare dalla presenza di partner scientifici, commesse, percorsi formativi, sbocchi professionali e infrastrutture coerenti. Il rapporto avverte infatti che il progetto più moderno è destinato a fallire se il territorio rimane amministrativamente fragile, privo di servizi o incapace di accogliere chi arriva.
L’effetto di un centro tecnologico o formativo non si esaurisce nei posti di lavoro direttamente prodotti, perché una struttura residenziale genera domanda di alloggi, trasporti, manutenzione, pulizie, pasti, assistenza tecnica, forniture, servizi sanitari e attività amministrative. La presenza continuativa di allievi, docenti, ricercatori e personale può riaprire abitazioni, sostenere esercizi commerciali, migliorare l’utilizzo delle infrastrutture e rendere nuovamente sostenibili servizi che la sola popolazione residente non sarebbe più in grado di mantenere. Il rapporto sottolinea, tuttavia, che il valore generato deve essere trattenuto il più possibile nel territorio attraverso la formazione di competenze locali, senza trasformare questa necessità nella pretesa che ogni fornitura venga affidata automaticamente a soggetti del luogo indipendentemente dalla qualità o dai costi. La funzione di un campus non deve essere quella di creare una dipendenza economica temporanea, ma di attivare professionalità che possano lavorare anche per clienti esterni e continuare a produrre reddito oltre il singolo progetto. In questa prospettiva, il centro di formazione non è una struttura isolata, ma il nucleo iniziale di un ecosistema che collega istruzione, abitazioni, imprese, servizi e amministrazioni.
Il caso di Collalto Sabino, descritto nel rapporto sulla base dell’esperienza direttamente riferita dall’autore, rappresenta un esempio concreto di questo processo. La Fondazione ha aperto nel borgo un centro di addestramento che ha introdotto attività formative, presenze continuative, organizzazione quotidiana e nuove necessità residenziali, passando dall’utilizzo di un immobile alla costruzione di una vera funzione territoriale. L’importanza di questa esperienza non consiste soltanto nel numero di persone presenti in occasione di un evento, ma nella ripetizione nel tempo delle attività e nella progressiva integrazione tra il centro e il paese. Come viene evidenziato nel capitolo “Collalto Sabino: quando un centro di addestramento diventa presenza territoriale”, una casa riaperta non produce soltanto un nuovo residente, ma genera consumi, manutenzione, relazioni, servizi e una diversa percezione delle possibilità future del luogo. Il caso dimostra come anche un comune di poche centinaia di abitanti possa assumere una funzione che supera i propri confini, qualora riesca a ospitare una struttura capace di attrarre persone e costruire rapporti con istituzioni, imprese e soggetti formativi.
L’esperienza di Collalto Sabino permette inoltre di affrontare una delle questioni più delicate e meno discusse nelle politiche di ripopolamento: la dinamica sociale dei piccoli paesi e la loro capacità di accettare il nuovo. Il rapporto non idealizza le comunità di dimensioni ridotte, ma riconosce che la forte prossimità tra gli abitanti può produrre solidarietà, memoria condivisa e capacità di intervenire rapidamente nei momenti di difficoltà, così come può trasformarsi in controllo sociale, circolazione incontrollata delle voci e resistenza verso tutto ciò che modifica gli equilibri esistenti. Quando la Fondazione iniziò la propria attività a Collalto Sabino, non mancarono diffidenze, dicerie, maldicenze e quelli che l’autore definisce «colpi bassi», fenomeni che in un contesto ristretto possono diffondersi prima che sia possibile rispondere attraverso documenti, risultati e comportamenti verificabili. Il rapporto ricorda questi passaggi non per accusare singole persone, ma per mostrare quanto sia complesso introdurre un progetto nuovo in una comunità che ha conosciuto promesse non mantenute, iniziative calate dall’alto o tentativi di utilizzare il territorio senza restituire benefici reali.
La risposta efficace, secondo quanto raccontato nel documento, non fu quella di trasformare il conflitto in una contrapposizione permanente, ma di continuare a essere presenti, spiegare le finalità del progetto, lavorare concretamente e dimostrare attraverso i fatti la volontà di produrre un beneficio per il territorio. Con il passare del tempo, il lavoro svolto e la buona volontà prevalsero sulle interpretazioni negative, mentre chi aveva costruito la propria posizione sulla previsione del fallimento finì per rivolgere il proprio pessimismo verso altri argomenti. Il rapporto utilizza un’espressione volutamente diretta, osservando che il ruolo dell’«uccello del malaugurio» non scompare necessariamente, ma perde forza quando la realtà diventa verificabile. Questa esperienza contiene una lezione importante per tutti i comuni che chiedono interventi contro lo spopolamento, perché non è possibile invocare l’arrivo di famiglie, tecnici, ricercatori e imprese e, contemporaneamente, pretendere che le persone nuove siano accettate soltanto a condizione di non modificare nulla. Come afferma il capitolo dedicato alla dinamica sociale, «se il nuovo residente viene tollerato soltanto a condizione che non cambi nulla, il ripopolamento è impossibile». L’identità locale non viene protetta chiudendo la porta, ma offrendo a chi arriva una storia, una responsabilità e una comunità alle quali contribuire.
nella foto Massimiliano Nicolini con l’Onorevole Luciano Violante, presidente e fondatore della Associazione Futuri Probabili che collabora con OLITEC

