di Alessandro Palumbo
Quando Fukuyama scrisse “la fine della storia” celebrando la caduta del muro di Berlino come il punto di arrivo della cultura liberale e democratica non poteva certo immaginare che La storia avrebbe avuto una accelerazione cosi violenta e che la cultura liberale sarebbe entrata in una crisi esistenziale.
La fine degli accordi di Yalta ha innestato un processo di dissoluzione il cui esito finale per l’Europa è stata la fine della pax americana, l’ombrello che ha consentito all’Europa pace, prosperità per decenni insieme ad una sorta di irresponsabilità.
Questa fine ha avuto la sua accelerazione con la presidenza Trump, ma ha avuto una lunga genesi e una gestazione nella perdita di peso politico ed economico del nostro continente e nella sua incapacità di dotarsi di una politica economica, di governance e di difesa comune.
La guerra scatenata da Putin in piena Europa ha accelerato la crisi di identità e di leadership del nostro vecchio continente, la sua ininfluenza totale è stata certificato dalle crisi mediorientale, alle nostre porte, che vede USA, Cina e Russia protagonisti e l’Europa completamente assente.
A un mondo in guerra si accompagna un processo rapidissimo, anzi una rivoluzione nella nostra vita, l’accelerazione dei cambiamenti climatici, i social media, la domotica, l’IA, la robotica stanno rapidamente ridisegnando il modello di vita, creando una situazione di ansia e imprevedibilità.
Una società sempre più divisa, più povera, più arrabbiata e ignorante che reagisce con la pancia, dando spazio alle estreme. Destra e sinistra sembrano le curve di tifoserie contrapposte che urlano slogan e si insultano.
In questa situazione di rapidissime trasformazioni non è certo il tempo delle soluzioni tampone.
La nostra classe dirigente, dai politici agli imprenditori, agli uomini di cultura (ammesso che ce ne siano ancora) devono pensare non al mondo come è ma come sarà.
Scriveva Isacc Asimov “è il cambiamento, il cambiamento continuo, il cambiamento inevitabile il fattore dominante della società odierna”, ogni scelta deve essere orientata in questo senso. Asimov parlava di una visione fantascientifica, ma ormai la fantascienza è realtà.
Sono necessarie idee forti: non basta parlare di Europa, dobbiamo immaginare e proporre una sovranità totale europea con un governo europeo eletto direttamente, con una rete di autonomie locali con poteri forti per la gestione amministrativa locale, il sempre evocato e mai realizzato glocal, riscoprendo il municipalismo anche in campo economico.
Non basta parlare di salario minimo, la robotica e l’IA stanno trasformando il mondo del lavoro, dobbiamo anticipare il cambiamento, se le macchine lavorano per noi e producono ricchezza il lavoro umano deve essere ridotto e concentrato sulla gestione delle responsabilità. Come scrive Harari l’uomo deve essere la coscienza che affianca la conoscenza delle macchine. La ricchezza prodotta dalla automazione deve essere distribuita e servire a ridurre i carichi di lavoro umano non a ridurre i posti di lavoro.
Non basta parlare di educazione: la scuola e l’università devono essere radicalmente cambiate, cambiati i programmi, i modi di insegnare, la selezione di tecnologie e insegnanti vanno ripensate.
Non basta polemizzare sulla immigrazione, gli slogan sono inutili, i flussi di persone non si fermano, vanno gestiti nei limiti del possibile. Walzer ha definito il trattino il miracolo americano, il trattino che separa le provenienze: italo-americani, afro. Americani, un trattino che distingue tra il mantenimento di una particolarità di ogni cultura e i valori comuni che devono esistere in ogni comunità.
Non basta parlare di energia va allontanata ogni demagogia e sfruttata ogni energia rinnovabile compreso il nucleare di nuova generazione con una politica centralizzata europea.
Non basta parlare di giustizia va ripensato il sistema rieducativo/afflittivo e il sistema di garanzie uniformando la giurisprudenza europea, investimenti su psicologi, assistenti sociali, forze di polizia.
Non basta parlare di valori e di Costituzione senza cognizione di causa, l’Europa deve essere il luogo dove i principi della Carta dei diritti dell’uomo deve essere il faro. Non si tratta di neocolonialismo, ma di rendere concreto il dettato ONU, ormai diventato inutile e costoso orpello.
Non basta fare convegni sul ruolo del mediterraneo, l’Europa deve riprendere con forza il suo ruolo geopolitico, il bacino del Mediterraneo è la nostra casa e l’Europa deve tornare protagonista di un piano di pace e di sviluppo economico fondato sul reciproco riconoscimento e collaborazione e su valori universali che vanno difesi anche con un esercito europeo forte e unico.
La pubblica amministrazione va rivoluzionata partendo da nuove professionalità e dal principio di fiducia nel cittadino secondo le migliori best practice con criteri misurabili di efficienza, efficacia e innovazione.
La salute è il punto centrale, va completamente ribaltato il paradigma, con investimenti su screening, prevenzione e formazione con un rafforzamento della medicina di prossimità.
Bisogna avere il coraggio di dire che la Sanità non può che essere pubblica a tutti i livelli.
È il tempo della rivoluzione non della moderazione, il tempo di immaginare il mondo del futuro con radicalità, ogni programma che non si confronti con le rivoluzioni in corso è destinato ad essere sconfitto prima che dalle elezioni dai fatti.


2 commenti
Forse oggi siamo effettivamente entrati in una fase di grande e forte “accelerazione”, ma i segni premonitori di una crescente divaricazione o radicalizzazione delle opinioni (premessa, a mio avviso almeno, per “rivoluzionare” poi i sistemi) sono presenti già da tempo, almeno così mi pare, e investono più di un settore della nostra società, basti pensare ad es. a chi vorrebbe applicare la “patrimoniale”, e arrivare semmai all’esproprio delle case vuote, perché non date in affitto, e chi invece si oppone categoricamente ad una tale ipotesi, vuoi per contrarietà a ulteriori tassazioni e vuoi in difesa della proprietà privata (per dire di due concezioni “estreme”).
Dipoi, se la cultura liberale è casomai entrata in una crisi esistenziale, una delle cause potrebbe fors’anche esser fatta risalire alla mancanza di riformismo durante questi decenni, o del suo non essere stato in grado di adeguarsi ai cambiamenti in atto nella nostra società, vedi ad es. l’insufficiente capacità o coraggio “di dire che la Sanità non può che essere pubblica a tutti i livelli”, e altrettanto può dirsi per la Scuola, dove sarebbe bastato riprendere l’idea socialista del Buono Scuola, maturata sul nascere degli anni Ottanta, e opportunamente ricordata dal Direttore nel suo recente Editoriale, del 26 settembre, dal titolo “I socialisti e il Terzo Polo”.
In ogni caso, se le posizioni si sono andate viepiù estremizzando e polarizzando, indipendentemente da quale parte possa avere o meno ragione, e considerando che il fenomeno pare verificarsi anche fuori dal Belpaese, significa che si riduce di fatto lo spazio per entità politiche che si presentano con un profilo terzo, e per così dire “intermedio”, giacché si dichiararono estranee ai due esistenti poli, e non intendono pertanto schierarsi, anche al presumibile scopo di poter recuperare fasce dell’astensionismo (qui mi viene in mente che, se ben ricordo, il vecchio PSI, pur nella sua autonomia, non praticava la “terzietà”, ma decideva sempre con chi allearsi).
Paolo Bolognesi 30.09.2026
Apprezzo le tesi di Palumbo.
A proposito di liberalismo: mi sbaglio, o sono i mercati – in mano ai più ricchi del mondo – che hanno trasformato l’economia in un “affaire” di poche famiglie?