L’intervista all’On. Giovanni Crema rappresenta un’ottima occasione per una riflessione critica sullo stato della politica e sul drammatico scollamento tra il suo significato originario e la realtà odierna.
In un contesto storico in cui le nuove generazioni di politici non solo non incarnano il tanto auspicato rinnovamento, ma sembrano reiterare – e talvolta aggravare – le patologie già presenti nel sistema, diventa essenziale fermarsi e fare i conti con noi stessi e con cosa siamo diventati.
Un cospicuo numero di nostri giovani, in larga parte privi di una vera formazione intellettuale e morale, si mostrano incapaci di comprendere la complessità dell’agire politico come esercizio supremo di responsabilità verso la comunità. Troppi tra le nuove leve si piegano con facilità alle lusinghe del favoritismo e della raccomandazione, accettando compromessi che corrompono non solo la loro azione ma l’intera sfera pubblica. Li vediamo affacciarsi alla politica con una certa aggressività, sono facili all’amichettismo, designano nemici invece di avversari, e tendono a escludere coloro che non condividono le loro opinioni, senza lasciare spazio al confronto, che non sono in grado di sostenere per mancanza di conoscenza, esperienza e umiltà.
La vera politica, come ci insegnano le grandi tradizioni del pensiero occidentale e socialista riformista, non è mai stata un mestiere né un’arte di potere fine a se stessa. Al contrario, essa è stata concepita come il più nobile tra i campi del sapere umano, un sapere che richiede non solo competenza tecnica ma soprattutto profondità di giudizio e capacità di orientare l’azione pubblica secondo principi universali.
La vera politica trascende la mera amministrazione del potere e delle relazioni di forza. Essa si configura come il campo privilegiato in cui si affrontano i nodi più profondi dell’esistenza collettiva: il rapporto tra libertà e autorità, tra interesse privato e bene comune, tra stabilità e mutamento. Per Aristotele, la politica rappresentava la più nobile delle virtù civili, un’attività che deve sempre tendere alla giustizia, intesa come il fine ultimo dell’azione pubblica. Con l’avvento del pensiero politico moderno, da Hobbes a Locke, il focus si è spostato sul contratto sociale e sull’equilibrio delicato tra libertà e sicurezza, lasciando però irrisolte questioni cruciali come la giustizia distributiva e il ruolo delle istituzioni nel tutelare i diritti fondamentali.
In parallelo il pensiero kantiano ha posto l’accento sul primato del dovere morale, elevando la politica al livello di una pratica in cui la rettitudine e il rispetto della dignità umana devono prevalere sugli interessi contingenti e strategici. La politica, in questa visione, non è soltanto un’arte del possibile, ma un esercizio di virtù, in cui l’etica precede e orienta l’azione.
Nel panorama del socialismo italiano, figure come Carlo Rosselli e Piero Gobetti hanno ribadito l’urgenza di una politica eticamente fondata, capace di superare la logica del mero conflitto di classe per approdare a una più alta concezione della responsabilità pubblica. Rosselli, in particolare, ammoniva sul fatto che “Non esiste politica giusta senza uomini giusti“, sottolineando che la rettitudine morale non è solo una qualità personale, ma il presupposto indispensabile per qualsiasi autentica azione politica. La politica, dunque, si rivela non solo come arte di mediazione e decisione, ma come uno spazio etico in cui l’integrità non è un’opzione, bensì un fondamento ineludibile per la costruzione di una società giusta e prospera.
Giovanni Crema, con la sua vasta esperienza e integrità personale, si staglia in netto contrasto rispetto all’attuale desolante scenario. La sua figura richiama una concezione della politica che non si lascia contaminare dalle logiche immediate del potere, ma che mira a una visione a lungo termine, basata su una profonda conoscenza delle dinamiche sociali e istituzionali, come il socialismo riformista insegna.
Questo ritorno alla serietà dell’impegno politico, che si fa strada attraverso figura come quella di Crema, con la sua serietà e la sua reverenza rispetto l’impegno politico, deve fungere da esempio per un ritorno ai valori della tradizione socialista e riformista, oggi più che mai necessario. Egli ci ricorda che governare significa riconoscere la complessità del reale e operare per il bene comune, senza cedimenti agli interessi personali o alle pressioni del momento.
Il fare politica deve tornare ad essere inteso come un’autentica cura della polis, coerente con il riformismo socialista. Pietro Nenni, con la sua visione di una politica inclusiva e partecipativa, sottolinea l’importanza del dialogo e della partecipazione democratica come strumenti fondamentali per una politica autentica e inclusiva: “Tutto dal basso, niente dall’alto”
L’intervista a Giovanni Crema, dunque, non è solo un’occasione per conoscere le sue opinioni, ma anche un’opportunità per riflettere sui grandi temi della politica e dell’azione politica, per riscoprire il valore di un impegno politico e rigoroso, nel solco del socialismo italiano.


1 commento
Ritengo che un partito
realmente socialista debba avere come ” stella
polare” la dottrina marxista e scavalcare a
sinistra i comunisti come
fecero Nenni Pertini e Lelio Basso col grande
esempio della storia italiana tra il 1943 ed il
1946.Poi la scissione di Palazzo Barberini (voluta dagli USA) e la triste esperienza del Fronte
Popolare nel 1948 videro
il sorpasso del PCI sul PSI
Il sogno della Resistenza del Referendum e della Costituzione era finito.