di Fabrizio Montanari
Per la ricorrenza del primo centenario della nascita di Mazzini ci furono manifestazioni in tutte le grandi città d’Italia, specialmente a Genova, sua città natale, che custodiva anche la sua salma, a Roma in ricordo della “Repubblica romana” del 1849 e a Torino, capitale d0Italia.
Vittorio Emanuele III aveva già l’anno precedente (1904) aveva decretato l’Edizione Nazionale dei suoi scritti, che rappresentò un passo fondamentale per preservare e studiare il suo pensiero. Tale decreto rappresentò inoltre un atto ufficiale e solenne che riconobbe l’importanza del rivoluzionario genovese nella storia d’Italia e nel pensiero degli italiani.
Prampolini scelse come occasione per ricordare la figura del grande patriota genovese, la ripresa, dopo molti anni, della processione del Corpus Domini che si svolse in centro città il 22 giugno 1905. Da parte del clero locale si trattò- a giudizio di Prampolini- di un atto apertamente polemico e irrispettoso verso colui che, pur avversando il clero, rappresentava “uno dei più grandi apostoli del progresso umano, dimostrandosi sempre grande di sacrificio, di virtù personale, di genio”. La processione, contrariamente a quanto temuto, o forse sperato da qualcuno, si svolse nel più assoluto ordine, senza incidenti di qualsiasi tipo.
Su La Giustizia settimanale del 26 giugno Prampolini volle approfondire quanto era accaduto in città e trarne alcune conclusioni. Premesso che il destino dei precursori della civiltà è stato spesso quello d’essere prima perseguitati, calunniati e condannati al carcere o all’esilio, per poi venire celebrati, ossequiati e rispettati, “l’apostolo” dei socialisti reggiani seppe trarre da quella iniziativa papista alcune considerazioni politiche di ordine generale. “Un tempo, quando imperavano i liberali anticlericali- scrisse- una simile manifestazione pubblica sarebbe stata fischiata e i partecipanti offesi.
Ora invece, grazie all’evoluzione e al progresso perseguito dai socialisti, non solo il clero ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto, ma essa ha raccolto la tolleranza o non curanza dei cittadini”. Come poteva essere spiegato tutto ciò? A questa domanda che molti si fecero, Prampolini rispose attribuendo il merito ai socialisti che, seppur più anticlericali dei liberali di un tempo, erano riusciti a far prevalere i valori di convivenza, tolleranza, libertà e progresso civile. Si trattava dunque- secondo Prampolini- della “conferma del lento ma continuo e ineludibile progresso che fa la fede eroica di Giuseppe Mazzini, anche se il popolo reggiano non fu mai anticlericale come ora…Il popolo andò progressivamente staccandosi dai preti, appunto perché la sua coscienza andò progressivamente spogliandosi della intolleranza che in passato produsse soprattutto nella Chiesa cattolica tante vittime, giungendo perfino all’Inquisizione.
Per questi motivi la città è stata in grado di dare uno splendido esempio di civiltà alla mascherata papista del Borpus Domini, pur essendo in grande maggioranza anticlericale e socialista. “
A chiusura del suo articolo, Prampolini affermò: “Questa prova di vero liberalismo e di progredente civiltà è il più degno omaggio che la nostra Reggio potesse rendere alla memoria e alla fede umanitaria di Giuseppe Mazzini”.

