di Marika Forense.
Anche nel 2026 i suicidi all’interno delle celle non accennano a placarsi, anzi.
Da gennaio ad oggi i suicidi in carcere sono già 14, il tragico contatore segna 90 suicidi nel 2024 e 80 nel 2025, numeri indecenti per un Paese civile come l’Italia. Sull’argomento è intervenuto anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ribadendo con forza che “ogni suicidio è una sconfitta per lo Stato”, ma adesso le sconfitte stanno diventando troppe e serve un intervento immediato ed incisivo al fine di evitare ulteriori morti all’interno delle Sezioni.
Il sovraffollamento penitenziario rimane ancora oggi il problema maggiore all’interno degli Istituti penitenziari italiani, si è raggiunta la quota di circa il 140%, detto in soldoni, i numeri dei detenuti stipati all’interno delle nostre carceri è di 63.500 a fronte di 46.700 posti disponibili. Si può ben notare la situazione di stallo politico e, passatemi la parola, menefreghismo politico e, a nulla son serviti i “decretini” che si son susseguiti in questi anni per far fronte all’emergenza penitenziaria.
Non solo sovraffollamento ma anche la carenza cronica di personale della Polizia Penitenziaria è un altro tassello che nessuno prende in considerazione, dimenticandosi che, chi assicura la presenza all’interno delle Sezioni sono proprio loro, costretti a turni massacranti e a condizioni lavorative degradanti, visto anche che il fenomeno non rende immune quasi nessun Istituto e il 90% degli Istituti soffre sia di sovraffollamento che di carenza di personale.
A cascata poi ci ritroviamo in contesti penitenziari dove il diritto alla salute è solo un miraggio, gli elementi del trattamento troppe volte vengono disattesi, una Riforma Penitenziaria ferma da troppi anni e nel frattempo c’è ancora chi muore per una semplice infezione non curata o non riconosciuta.
Concludo dicendo che, allo stato attuale, è ora che qualcuno seduto in Via Arenula o da qualche altra parte, metta mano ad una vera Riforma penitenziaria, una riforma che sia seria e che prenda in considerazione tutti coloro che il carcere lo vivono da dentro e non da fuori, cercando di dare voce a chi voce non ne ha più.

