La frase “l’avevo detto” è sempre antipatica ma a volte ci azzecca come direbbe quel Tonino, ex prima donna della politica nazionale, che ha reso le sgrammaticature un vero e proprio must.
E, chiedendovi perdono in anticipo, io “l’avevo detto”, sin da quando si era scatenato l’inferno ma quasi il mondo intero era unanime nel gridare ai quattro venti che “Israele aveva il diritto di reagire” alle barbarie di Hamas.
Vero, anzi verissimo, ma ai più lucidi quella reazione sembrò da subito un tantino esagerata, non di rado rivolta
verso obiettivi incolpevoli (la popolazione civile) in un drammatico “a ndo coio coio”, macchiata dal sospetto che nascondesse secondi fini oltre quello di difendersi.
Facendo più di un passo indietro a quel fatidico 7 ottobre del 2023, nell’area che fu terra di Gesù e Salomone, che fu sognata da Mosè e fu regno di Davide, il pensiero dominante del mondo occidentale (e non solo) era che l‘unica soluzione possibile fosse “due popoli, due stati”.
Fu il percorso costruito faticosamente dalle socialdemocrazie mediterranee che sfociò, nei primi anni del 1993, nell’accordo di Oslo sottoscritto da Arafat e dal laburista Rabin con la benedizione di un altro laburista chiamato Shimon Peres.
Ma così come nella comunità palestinese c’era una frangia estremista, criminale e terrorista che non voleva diplomazia e accordi di pace (Hamas) e negava l’esistenza di Israele, nella comunità israeliana c’erano frange estremiste fondamentaliste e integraliste che pensavano la stessa cosa dei palestinesi sognandone l’estinzione.
Con il passare degli anni, purtroppo, gli estremismi hanno preso, da una parte e dall’altra, il sopravvento sulle coscienze democratiche e le intolleranze sono sfociate in violenze che hanno poi avuto il loro culmine nel 7 ottobre.
Non mi obiettate che la ricostruzione è semplicistica perché ai più avveduti balzerà agli occhi che ragioni di tempo e spazio obbligano a criteri di essenzialità il racconto di vicende che sono millenarie.
Dopo l’attacco di Hamas sono, pian piano, emersi elementi che hanno cominciato a insinuare il sospetto che Netanjahu, dietro la giusta reazione, covasse il fine di cacciare il popolo palestinese da Gaza, liberando definitivamente la “striscia” ma anche il territorio di Israele da quell’ingombrante convivenza.
Fatti e vicende (che non ripeto ma che, per chi vuole, sono riassunti nei vari articoli che ho pubblicato e che sono indicati a fine pagina) che man mano hanno cominciato a destare la riprovazione della comunità internazionale occidentale, compresi gli Stati Uniti da sempre alleati senza se e senza ma di Tel Aviv, sino alle rotture degli ultimi giorni.
Ieri l’ultimo tassello.
Nella seduta di governo, infatti, Netanjahu ha chiesto al suo gabinetto di respingere “ogni tentativo di imporre a Israele in maniera unilaterale uno Stato palestinese”.
Il premier ha anche accettato la richiesta del ministro della Sicurezza nazionale e leader di estrema destra, Itamar Ben Gvir, di limitare l’accesso degli arabo-israeliani alla Spianata delle Moschee durante il Ramadan, nonostante il parere contrario dello Shin Bet.
A corredo di tali decisioni, che la dicono tutta su quello che sarà il futuro che il governo israeliano vuole riservare al popolo palestinese, Netanjahu si è lasciato a andare a una delle ennesime reazioni scomposte verso i commenti critici dei leader stranieri.
Dopo aver avuto nel mirino Papa Francesco e il Segretario Generale dell’Onu stavolta è toccato al presidente brasiliano Lula, che aveva dichiarato che “quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza non è una guerra, ma un genocidio, come quello di Hitler con gli ebrei”.
“Frasi vergognose, varca la linea rossa”, ha commentato infuriato e sprezzante il premier israeliano e non ha perso l’occasione di ribadire che “le truppe israeliane entreranno a Rafah a prescindere da un eventuale accordo con Hamas sul rilascio degli ostaggi”.
Il tutto mentre dopo Gaza e il nord della striscia anche Rafah e il sud sono ormai in macerie.
L’Oms ha reso noto che l’ospedale Nasser di Gaza non è più funzionante e per i profughi palestinesi, uomini donne e bambini ammassati al confine con l’Egitto, non c’è più nessun’altra via se non l’esodo.
Alla prossima seduta di governo Netanjahu potrà così dire a quei fanatici che l’accompagnano “missione compiuta, la Palestina è cancellata”. (E ovviamente il suo popolo).
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