di Carmine De Pascale.
Le Olimpiadi invernali di Milano‑Cortina 2026 rappresentano per l’Italia un momento di straordinaria visibilità internazionale. Non è solo sport: è un racconto collettivo, un’occasione per mostrare al mondo la nostra capacità di accogliere, innovare, costruire ponti. Per l’Italia, queste Olimpiadi sono anche una dichiarazione d’intenti, un gesto di fiducia verso il futuro, un modo per dire al mondo: siamo qui, con la nostra storia, la nostra bellezza, i nostri valori. È un’occasione che non capita spesso, e che porta con sé un carico simbolico enorme. Perché quando un Paese ospita i Giochi, non mette in mostra solo piste, impianti e infrastrutture: mette in mostra sé stesso.
E l’Italia, in questo, ha sempre avuto un talento naturale. Le Dolomiti che incorniciano Cortina, la vitalità di Milano, la capacità di accogliere, di creare ponti, di trasformare la competizione in un linguaggio universale di fratellanza. È il cuore della nostra Repubblica: democrazia, apertura, dialogo tra i popoli. Valori che gli atleti incarnano con una purezza quasi disarmante. Ogni gara è un atto di fiducia, ogni medaglia un racconto di disciplina, sacrificio, rispetto.
Eppure, mentre l’Italia si presenta a questo appuntamento globale, Milano ha vissuto un’altra storia. Una storia fatta di tensioni, di rabbia, di una protesta che ha superato i confini del dissenso legittimo.
Il corteo nazionale contro le Olimpiadi e contro la presenza dell’ICE – (Immigration and Customs Enforcement) l’agenzia americana responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione – promosso dal Comitato Insostenibili Olimpiadi, ha radunato alcune migliaia di persone. Secondo quanto riportato da diverse fonti giornalistiche, ad animare la protesta sono state persone di centri sociali, collettivi studenteschi, associazioni per il diritto alla casa, sindacati di base, movimenti extraparlamentari e gruppi pro‑Pal. I temi della contestazione sono molteplici e stratificati: dalla denuncia della “deriva securitaria” del disegno di legge n. 1660 noto come “Pacchetto Sicurezza”, al presunto “razzismo di Stato” verso i migranti, fino alla rabbia transfemminista contro il patriarcato sociale e istituzionale.
Ma la cronaca ha raccontato anche altro. Quando una parte dei manifestanti si è staccata dal corteo per dirigersi verso la tangenziale est, la tensione è esplosa: lanci di bottiglie, petardi, lacrimogeni contro gli agenti in tenuta antisommossa. Le forze dell’ordine hanno risposto con cariche e idranti. Sei persone sono state fermate per l’identificazione. Scene che nulla hanno a che vedere con il confronto democratico e che, inevitabilmente, gettano un’ombra su un momento in cui l’Italia dovrebbe mostrarsi compatta e matura.
Ordine pubblico: non repressione, ma garanzia di libertà
In questo contesto, il tema dell’ordine pubblico diventa centrale. Non come sinonimo di repressione cieca – perché uno Stato democratico non reprime, regola – ma come condizione necessaria per il vivere civile. L’ordine pubblico è il terreno su cui si costruisce la libertà di tutti, non il contrario. È ciò che permette a ciascuno di manifestare, protestare, esprimersi senza che la violenza di pochi soffochi i diritti di molti.
Difendere l’ordine pubblico significa far rispettare regole precise, trasparenti e condivise. Perché l’incertezza è lo spazio in cui si inseriscono i rivoltosi, gli estremismi, la violenza gratuita. Dove non c’è certezza delle regole, si forma terreno fertile per l’arbitrio e l’illegalità, che sono il contrario della democrazia.
In un Paese che ospita un evento globale come le Olimpiadi, questo principio diventa ancora più cruciale. L’ordine pubblico non è solo una questione interna: è un elemento di credibilità internazionale. È la prova che l’Italia sa garantire sicurezza senza rinunciare ai propri valori, che sa gestire il dissenso senza scivolare nel caos, che sa essere moderna senza perdere la propria anima democratica.
Il paradosso di due Italie
Il contrasto, allora, è evidente. Da un lato l’Italia che si prepara ad ospitare ed accoglie il mondo come meglio possibile, che mostra le sue montagne, le sue città, la sua cultura, la sua capacità di accogliere. L’Italia che crede nello sport come linguaggio universale di pace. Dall’altro un’Italia che si agita, che protesta, che talvolta scivola nella violenza, mostrando l’immaturità di una piccola percentuale della popolazione incapace di trasformare il dissenso in proposta, la critica in partecipazione.
È un paradosso che interroga tutti: istituzioni, cittadini, movimenti. Perché la democrazia non è solo un diritto: è una responsabilità. E richiede maturità, misura, capacità di distinguere tra protesta e aggressione, tra rivendicazione e vandalismo.
Quale storia vogliamo raccontare al mondo
Milano‑Cortina 2026 sarà un banco di prova non solo per l’organizzazione e lo sviluppo delle varie discipline sportive, ma per la nostra identità collettiva. Le Olimpiadi possono essere un’occasione per mostrare il meglio di noi, ma anche per riflettere sulle nostre fragilità. Possono diventare un momento di orgoglio nazionale o un’occasione mancata.
Dipende da noi.
Dipende dalla capacità delle istituzioni di garantire ordine senza rinunciare al dialogo. Dipende dalla maturità dei cittadini nel distinguere tra dissenso e violenza. Dipende dalla volontà di tutti di riconoscere che la libertà non è un campo di battaglia, ma un bene comune da proteggere.
Le Olimpiadi raccontano sempre qualcosa del Paese che le ospita. Milano‑Cortina può raccontare un’Italia forte, aperta, moderna, capace di unire e non di dividere. Un’Italia che sa correre veloce sulle piste, ma sa anche camminare insieme nella vita civile.
Sta a noi decidere quale storia vogliamo che il mondo ascolti.

