A Capodanno l’Iran è entrato ufficialmente a far parte di quel particolare, particolarissimo gruppo di Stati noti con l’acronimo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). E non solo l’Iran: con Teheran sono entrati nel club anche Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Etiopia ed Egitto. Ci si chiede come cambierà l’acronimo, adesso. Ma c’è poco da scherzare. Anche l’Argentina avrebbe dovuto aderirvi, ma a Natale ha ritirato il piano con un colpo di mano inaspettato. Al contempo la Russia ha assunto la presidenza del gruppo, e ha fissato la prima riunione tra i rispettivi leader al prossimo 30 gennaio, a Mosca. Il club dei BRICS nasce nel 2009, mirando a costruire “un ordine mondiale multipolare“ (dichiarazioni pubbliche) e a sfidare il dominio del dollaro (dichiarazioni private). Sul piano statistico/quantitativo, ad oggi nel gruppo rientra quasi la metà della popolazione mondiale, che rappresenta più di un terzo del PIL globale.
Appena assunta la presidenza, due giorni fa, Putin ha annunciato che ci sarebbero almeno altri 40 Paesi pronti ad aderire all’alleanza. “Si tratta di una dimostrazione convincente del crescente prestigio del gruppo e del suo ruolo negli affari mondiali“, ha gongolato Vladimir, aggiungendo: “Adotteremo tutte le misure possibili che, preservando le tradizioni e guidati dall’esperienza accumulata dal gruppo negli anni precedenti, possano garantire e facilitare l’integrazione armoniosa dei nuovi partecipanti in tutti i formati delle sue attività“. Come ben sappiamo, nessuno di questi Paesi della nuova alleanza può essere definito alla stregua di una democrazia compiuta. Tre giorni fa in Iran cinque uomini sono stati impiccati nella prigione centrale di Karaj per “14 casi di rapina violenta e a mano armata” compiuti in diverse città del paese. Gli uomini erano anche accusati di spaccio, banditismo e abigeato, ma neanche negli USA c’è condanna a morte per questo tipo di reati.
Appena siglata l’adesione ai BRICS, e dopo aver stretto la mano allo zar Putin, Khamenei ha inviato la Marina iraniana nel Mar Rosso: un cacciatorpediniere ha superato lo stretto di Bab-el-Mandeb e si è attestato nel tratto di mare dove da giorni i ribelli yemeniti Houthi (già lautamente foraggiati dall’Iran) compiono continui atti di pirateria contro le imbarcazioni commerciali dirette in Israele. La guerra di Israele contro Hamas assume sempre più i tratti tipici dei conflitti regionali, e i BRICS sempre più un blocco anti-occidentale.
Il Mar Rosso è da sempre uno dei principali transiti mondiali di materie prime e forniture energetiche destinate a Mediterraneo e Europa tutta (circa l’Italia, va detto che oltre il 50% dei nostri marittimi passa da Suez), e tutte le tensioni che lo caratterizzano negli ultimi mesi sono tangibile motivo di instabilità, non solo politica ma anche commerciale.
L’esplosione appena avvenuta nel cimitero di Kerman nell’Iran meridionale (sono oltre 100 i morti conteggiati mentre si scrive) conferma l’enorme attrito che si respira in quelle aree. L’attacco Israeliano avvenuto ieri in Libano, per colpire il leader numero due di Hamas, si ascrive nel medesimo turbine di agitazione politica e sociale che è tornata a scuotere quella regione da ottobre scorso. Le bombe sono appena deflagrate durante le celebrazioni del quarto anniversario della morte di Qassem Soleimani, il capo delle forze QODS delle Guardie della Rivoluzione iraniana, ucciso il 3 gennaio 2020 in Iraq durante un’operazione made in USA. Le autorità iraniane si sono già attivate per incolpare dell’accaduto “i mercenari di potenze arroganti“, con diretta accusa verso gli Stati Uniti e i suoi alleati. E’ chiaro che, in simili scenari, l’allargamento dell’area BRICS preoccupa l’Occidente; non si tratta di una classica alleanza (in stile NATO), né di una organizzazione internazionale (ONU, OCSE), perché i Paesi aderenti non hanno mai firmato alcun trattato istitutivo.
Nonostante le marcate differenze tra le nazioni partner, si tratta di governi tutti accomunati da una ben precisa agenda politica: essere una netta alternativa al sistema Occidentale, e puntare allo sfruttamento del cosiddetto “Sud Globale”. Da qui icontinui accordi non solo politici, ma soprattutto economici e commerciali, che i BRICS da anni compiono con molti Paesi africani, proprio quelli che ben poco hanno ottenuto dall’Occidente ad eccezione di qualche occasionale beneficenza, e che per crescere contano di affidarsi a regimi simili ai loro, dove c’è tutto tranne la democrazia. Si tratta di una visione geopolitica molto vicina alla Cina e alla Russia, e di conseguenza contro Taiwan, contro Kiev e contro Israele. Le forme di cooperazione finora sviluppate tra questi alleati “alternativi” riguardano la sicurezza, la cooperazione economica e finanziaria, lo scambio culturale, ma anche quello di armamenti.
E a questo, come risponde l’Old West? Cercando di cementare nuove alleanze, segnatamente col Giappone, la Corea del Sud e l’Australia. Dobbiamo ricordare che nel 2014 i BRICS si sono dotati anche di una propria autonomia finanziaria, istituendo la Nuova Banca di Sviluppo, che vuole essere la vera alternativa al Fondo Monetario Internazionale: è semplice intuire quanta gola possano fare i prestiti e finanziamenti che simili paesi possono garantire a quei 40 nuovi Stati che vogliono entrare nel preoccupante club. Che, ricordiamolo, è preoccupante per noi. Ma molto allettante per loro.
Era il 2001 quando, durante un meeting in Goldman Sachs, il suo presidente Jim O’Neill profetizzò che quei primi 4 paesi del nucleo originario BRICS (Brasile, Russia, India e Cina) avrebbero dominato l’economia mondiale nei successivi 50 anni. Sono trascorsi appena 20 anni, e il caro Jim sembra non essersi affatto sbagliato. “E tutto questo perché gli uomini sono sempre più consapevoli del punto in cui il mondo si è venuto a trovare, su quale abisso si trovi e quanto sia reale la minaccia che incombe su di esso” – Michail Gorbačëv.

