L’ultima ricerca condotta dal centro studi di Itinerari Previdenziali e di Cida lo dimostra chiaramente: il 43% degli italiani risulta senza redditi. Quasi un cittadino su due non versa l’Irpef. Ne consegue che il problema non è pagare troppo, ma che pochi pagano per tutti. Lo scandalo? Un quarto dei contribuenti si fa carico – da solo – di quasi l’80% dell’imposta.
La dodicesima edizione dell’Osservatorio sulle entrate fiscali, curata proprio dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, è stata presentata alla Camera dei Deputati insieme a CIDA – Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità, sostenitrice della ricerca, durante un convegno dal nome davvero azzeccato: “Il difficile finanziamento del welfare italiano”.
Viviamo in un paese dove il peso del fisco è concentrato solo su una minoranza di contribuenti: i dati dimostrano che il 43,15% degli italiani non ha redditi e vive a carico di qualcuno. Oltre il 78% di tutto il gettito Irpef è concentrato su 11,6 milioni di contribuenti, poco più di un quarto del totale. Dichiara Stefano Cuzzilla, presidente CIDA:
“Si dice spesso che l’Italia sia un Paese oppresso dalle tasse. Ma numeri dicono di no. Il problema non è che tutti paghino troppo, ma che pochi paghino per tutti. Quasi un cittadino su due non versa nemmeno un euro di Irpef, e così poco più di un quarto dei contribuenti si fa carico da solo di quasi l’80% dell’imposta. Questo squilibrio logora il ceto medio, scoraggia i giovani e mette a rischio il futuro del Paese. Per questo, alla vigilia della legge di bilancio, chiediamo alla politica scelte coraggiose: meno evasione, più equità, investimenti veri su lavoro e salari“.
Il totale dei redditi prodotti nel 2023 e dichiarati nel 2024 ai fini Irpef ammonta a 1.028 miliardi, per un gettito generato di 207,15 miliardi: valore in aumento del 9,43% rispetto all’anno precedente. Crescono sia i dichiaranti sia i contribuenti/versanti, cioè quelli che versano almeno 1 euro di Irpef. Salgono i contribuenti con redditi compresi tra i 20 e i 29mila euro e salgono anche quelli con redditi superiori ai 29mila euro. Diminuiscono i dichiaranti per tutte le fasce di reddito fino a 20mila euro. I dati sono riportati da Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali: si evidenzia quindi una riduzione dei dichiaranti con redditi bassi in favore di quelli medio-alti ma, anche per effetto di bonus e detrazioni, non ci sono variazioni sostanziali nella ripartizione del carico fiscale, che pesa soprattutto sulle spalle di uno sparuto ceto medio. Infatti precisa Brambilla:
“Malgrado il miglioramento di PIL e occupazione il 43,15% degli italiani non ha redditi e, di conseguenza, vive a carico di qualcuno. Sono 1.184.272 i soggetti (in aumento di oltre 170mila unità) che denunciano un reddito nullo o negativo, non pagando né tasse né contributi”.
Ma considerando la situazione, come garantire la sostenibilità del nostro sistema di protezione sociale e la produttività e lo sviluppo del Paese, se il grosso del carico fiscale grava su una ristretta minoranza? Negli ultimi 16 anni i redditi dichiarati sono aumentati del 28,46%, mentre la spesa per il welfare è cresciuta del 45%, trainata soprattutto da quella assistenziale. Basta questo semplice confronto per capire come si sia davanti a un onere enorme, attuale, che peggiorerà in futuro.
Un onere molto gravoso da sostenere e che lascia ad altre funzioni statali, indispensabili allo sviluppo del Paese (come infrastrutture, investimenti, eccetera), solo le residuali imposte indirette, le accise e la strada del debito. «Debito che – puntualizza Brambilla – ogni anno aumenta spaventosamente nell’indifferenza generale e, infatti, siamo il fanalino di coda in Europa per occupazione e produttività. D’altra parte, siamo tra i pochi Paesi che non hanno un’anagrafe e una banca dati dell’assistenza: lo Stato fa sconti, bonus, decontribuzioni ma non sa quanto pagano comuni, province, regioni, comunità montane e così via, con il risultato che in questi ultimi 16 anni sono esplose agevolazioni e misure assistenziali che, se da una parte si sono stratificati, complicando e rendendo meno equo il sistema fiscale, dall’altro hanno finito con l’incentivare implicitamente lavoro irregolare e fenomeni di sotto-dichiarazione». Gli fa eco Cuzzilla, che dichiara, laconico:
“Oggi il vero banco di prova è la legge di bilancio. Non ci aspettiamo miracoli, sappiamo che le risorse sono poche. Ma è proprio nei momenti di scarsità che si misura il coraggio della politica. Serve un cambio di paradigma: smettere di disperdere energie in bonus effimeri e iniziare a costruire scelte di lungo respiro. Se il ceto medio è davvero al centro, allora bisogna crederci fino in fondo. Perché non stiamo parlando di una parte qualsiasi della società, ma della spina dorsale del Paese. Donne e uomini che oggi sono pronti a dare forza a una nuova stagione. A condizione che la politica decida finalmente di investire su di loro: il futuro dell’Italia“.


3 commenti
Non è una novità.
Praticamente, che mi ricordi, è sempre andata così.
…ciò non significa che dobbiamo continuare ad accettarlo…
Sai Lucia, io fui felice quando anche per me “scattò” l’obbligo di dichiarare il reddito imponibile e di pagare le imposte.