In occasione dei due anni di governo Meloni, nato a ridosso di una data alquanto significativa (la marcia su Roma) il nostro giornale si onora di ospitare la saggista Chiara Tintori, politologa e docente in ALTIS – Università Cattolica di Milano. Di seguito, la sua lucida analisi di quanto sta accadendo, alla società in generale, e soprattutto alle donne.
Era il 22 ottobre 2022 quando Giorgia Meloni e il suo Governo giurarono al Quirinale. Dopo due anni quale stile di leadership sta mostrando?
Governa con lo stile del condottiero, di chi comanda con lo spirito battagliero e i toni grintosi che hanno contraddistinto la sua carriera politica, Meloni interpreta molto bene il ruolo di capo – del resto il mito del capo è un retaggio della sua area politica – come una donna sola al comando, faticando a delegare, al di là della sua stretta cerchia di famigliari. Meloni mostra una leadership muscolare e divisiva, simile alla tipica leadership maschile per avere così credibilità e successo. Pur enfatizzando alcuni tratti della sua femminilità – la maternità, fra tutti – il tono della sua voce, spesso urlato e aggressivo, svela la fatica di assumere un profilo istituzionale, dopo decenni di opposizione.
Pare che, preoccupata di “fare la storia”, Giorgia Meloni si stia lasciando guidare dal rancore e dal desiderio di rivalsa provenienti dal suo passato personale e politico. Abbandonata dal padre all’età di tre anni, Meloni è l’outsider che arriva al vertice del Governo con una storia alle spalle di dolore e di abbandono. Il senso di rivalsa nasce anche dall’essersi formata politicamente assieme ai vinti. Da qui emerge un altro tratto distintivo della leadership di Meloni: il vittimismo. La convinzione che vi sia un “lavoro di demonizzazione che si fa intorno a noi” (come lei stessa dichiara a Sallusti, in La versione di Giorgia, p. 161), l’ossessione dei nemici sfocia nella sindrome dell’accerchiamento, in cui emerge uno stile lagnoso. Non è un caso che all’inizio del suo attivismo politico, Giorgia Meloni era stata ribattezzata dagli altri militanti “Calimera, molto piccola e molto nera”.
La comunicazione di Meloni scivola spesso nella propaganda, con intenti manipolatori. Pensiamo alla colpevolizzazione delle vittime – ad esempio le persone migranti morte nei naufragi – con l’intento di sfumare, quando non ribaltare, la realtà dei fatti. Il rovesciamento della realtà avviene attraverso affermazioni che disorientano e che manipolano la verità, fino a rendere gli ascoltatori indifferenti alla stessa. Per rimanere in buona salute la democrazia non ha bisogno di leader che ribaltano la realtà, o che propongono versioni alternative. In questo Giorgia Meloni appare più trumpiana di quanto lei stessa si definisca.
Nel suo stile di comunicazione troviamo tanti video (preferiti alle conferenze stampa), una certa allergia al contraddittorio, le intimidazioni ai giornalisti e l’abilità di silenziare qualunque disaccordo interno alla sua maggioranza. Per lei il dissenso non è linfa vitale delle democrazie, ma un tradimento al quale reagire con intolleranza e repressione. In questa postura Giorgia Meloni si mostra smemorata, visto che, già Presidente del Consiglio, aveva esaltato la libertà di contestare, perché nella sua storia di giovane militante di un partito di opposizione organizzare e partecipare alle manifestazioni era stato per lei molto formativo.
Con Giorgia Meloni il soffitto di cristallo della politica in Italia si è rotto, ma il suo essere la prima donna Presidente del Consiglio è un traguardo a beneficio anche delle altre donne? Quando Meloni ha chiesto di essere chiamata “il Presidente”, sbeffeggiando la grammatica italiana, ha fatto una scelta di linguaggio chiara a svantaggio del femminile. È stata una scelta coerente con la sua visione politica. Le donne di destra sono protette dal patriarcato perché spesso sono le prime a supportare i pilastri e i privilegi dello stesso. Sarà un caso che gli uomini che affiancano Giorgia Meloni non si sentano minacciati, perché lei incarna il loro stesso potere senza sentire il bisogno di prenderne le distanze. Così l’azione del suo governo è volta a irrigidire proprio i ruoli stabiliti dalla società patriarcale: la divisione dei compiti tra uomo e donna è molto netta, il ruolo materno esaltato per il bene della patria. L’enfasi che Meloni pone sull’essere “underdog” elogia il suo merito individuale, ma senza una più equa distribuzione delle opportunità, imprescindibili perché anche altre donne possano emergere – o anche solo vedersi riconosciuti parità di trattamento ovunque si trovino –, la sua rimarrà una oscura parabola isolata.
Docente al Corso Executive “Finanza ed ecologia integrale” presso l’Alta Scuola Impresa e Società (ALTIS) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Chiara Tintori ha svolto attività di ricerca e di docenza in diverse Università italiane. Dal 2019 fa parte del Consiglio Direttivo di Filantropia Attiva Italiana. Svolge seminari, incontri di formazione e convegni su: partecipazione politica, women empowerment, populismo, ecologia integrale. Tra le pubblicazioni più recenti: Serve il coraggio del noi per costruire giustizia, in “Sfidare il realismo. Politica dei cristiani e radicalità evangelica”, “Adesso Tocca a Noi: Donne, leadership e altri misfatti”, un pungente libro-intervista che offre la testimonianza di sedici donne impegnate, ciascuna nel proprio ambito, a fare la differenza.


1 commento
Dalla lettura di queste righe traggo l’idea di una bocciatura a tutto campo dell’attività di questo Esecutivo, e di chi lo guida, il che mi pare abbastanza irrealistico, anche sul piano statistico, perché difficilmente può esservi un parte depositaria di tutte le ragioni, mentre l’altra ha soltanto torti e difetti, salvo l’essere contro a prescindere, come può succedere per gli oppositori politici, ma così facendo si corre pure il rischio di doversi ricredere, come è accaduto per i supercritici di Craxi e del Cavaliere, diversi dei quali hanno poi dovuto riconoscerne le doti quanto ad azione di governo.
Paolo Bolognesi 24.10.2024