Di Simona Russo di stanza a Bruxelles – Policy & Advocacy Officer Human Rights and Democracy.
Tra errori politici, propaganda e sofferenze condivise, il conflitto israelo-palestinese continua a mietere vittime. È tempo di fermarsi, ascoltare e ricostruire.
La situazione mediorientale, e in particolare il conflitto israelo-palestinese, rappresenta da decenni una ferita aperta nella coscienza dell’umanità. Una ferita che continua a sanguinare, a dividere, a generare dolore e rabbia, spesso cieca e senza soluzione.
È una tragedia che si rinnova con ogni escalation, con ogni razzo lanciato, con ogni bombardamento, con ogni attentato. E con ogni bambino che cresce conoscendo solo l’odio e la paura.
Oggi più che mai, è necessario un cessate il fuoco. In tutte le direzioni. Da ogni parte. Serve una tregua reale, non solo militare ma anche politica e culturale, per creare le condizioni minime per un dialogo. Perché se non si ferma la spirale della violenza, l’impressione, ormai drammaticamente chiara, è che perderanno tutti. Anche coloro che, sul piano tattico o militare, sembrano vincitori. Perderanno la pace, la sicurezza, la speranza. Perderanno l’anima di due popoli che hanno diritto a esistere.
Perché questo è il punto: se crediamo nel diritto all’autodeterminazione dei popoli, dobbiamo riconoscerlo sia
agli israeliani che ai palestinesi. Due popoli, due storie, due memorie profonde, spesso contrapposte, ma entrambe legittime. Entrambi hanno diritto a un futuro, a una patria, a una vita senza guerra.
Ma questo non può accadere senza un’assunzione di responsabilità. Le classi dirigenti di entrambi i popoli hanno commesso errori gravi e ripetuti. La leadership israeliana, in molti casi, ha alimentato la tensione, sostenendo o tollerando l’espansione dei coloni nei territori occupati, violando risoluzioni internazionali e ostacolando di fatto la possibilità di una soluzione a due Stati. Un’azione che, oltre a essere moralmente discutibile, è anche politicamente miope.
Dall’altro lato, la classe dirigente palestinese non ha saputo proteggere davvero gli interessi del proprio popolo. Troppo spesso accecata da un antisemitismo ideologico che ha distorto le priorità politiche, sociali ed economiche. Troppo spesso divisa, inefficace, incapace di proporre un progetto credibile di Stato, di convivenza, di futuro. Eppure il popolo palestinese ha diritto a vivere libero, dignitosamente, in uno Stato sovrano e riconosciuto. Ma questo diritto non può essere costruito negando quello degli altri.
Il conflitto non è solo una questione di territori. È anche, forse soprattutto, una questione di identità, di memoria, di ferite storiche irrisolte. Ma se il dolore resta solo dolore, se non si trasforma in comprensione, resteremo prigionieri del passato.
Le fasi storiche che ci hanno portato fin qui sono complesse. Dalla nascita dello Stato di Israele nel 1948 e la conseguente Nakba per centinaia di migliaia di palestinesi, ai conflitti del 1967 e del 1973, fino agli Accordi di Oslo, poi naufragati, e alle molteplici intifade e operazioni militari, al 7 ottobre e al post 7 ottobre. Ogni fase ha avuto torti e ragioni, vittime e carnefici da entrambe le parti. Ignorare tutto questo, ridurre il conflitto a slogan, non aiuta.
Eppure, proprio nella consapevolezza di questa complessità si trova lo spazio per una nuova speranza. Serve il coraggio di negoziare di nuovo, senza illusioni ma anche senza cinismo. Serve la capacità di ascoltare le paure e i sogni dell’altro.
E soprattutto serve una comunità internazionale capace di essere equa, indipendente e realmente impegnata. Troppo spesso, infatti, la comunità internazionale si è dimostrata incapace di agire con coerenza, soggiogata da interessi propri, da equilibri geopolitici precari o da legami con potenze regionali. In molti casi ha finito per assecondare le narrazioni propagandistiche di una parte o dell’altra, invece di agire come garante di diritti e giustizia. Ma una pace duratura non può nascere da posizionamenti ideologici o tatticismi diplomatici. Ha bisogno di verità, equilibrio e volontà reale di mediazione.
Accanto a questo, sarebbe altrettanto necessario uno sforzo da parte dell’opinione pubblica internazionale, che troppo spesso si polarizza su posizioni estreme, marcate ideologicamente da una parte o dall’altra, perdendo di vista la complessità del conflitto e, soprattutto, la sofferenza umana che colpisce entrambi i popoli. Solo una presa di coscienza più profonda e meno dogmatica può favorire un clima culturale e civile in cui la pace diventi davvero possibile.
È tempo di ricucire questa ferita. E per farlo, è necessario guardarla in faccia, con onestà, empatia e verità.

