
Alla vigilia dell’aperta discesa in campo delle Camere Penali italiane, l’avvocato Maurizio Basile ha concesso un’intervista esclusiva al nostro giornale. E lo ha fatto in duplice veste: in qualità di Vicepresidente della Camera Penale del Piemonte Occidentale e della Valle d’Aosta e da Coordinatore regionale del Comitato per il Sì dell’UCPI – Unione Camere Penali Italiane.
Luciano Violante sostiene che questa riforma finirà col rafforzare il potere dei PM: è vero? E se così fosse perché l’Associazione Nazionale Magistrati, che è composta prevalentemente da PM, è contraria?
So di Violante. Sostiene che creare un corpo di duemila PM “separati” significa da una parte creare una sorta di falange, ma dall’altra significa anche appiattire il loro ruolo a quello di “superpoliziotti”, fermo restando che il loro inquadramento istituzionale non è certo quello delle forze dell’ordine. Restano pur sempre magistrati, col loro bel concorso e il loro preciso ruolo. Ma Violante dimentica che questa riforma andrà soprattutto a rafforzare il giudice. O almeno, è quello che vorremmo e che auspichiamo.
Davvero fino a oggi la giustizia è, oppure è stata, uno strumento per ribaltare i quadri politici?
Non so risponderle, perché non ho esperienza diretta in merito. Ma da lettore attento noto ciò che accade intorno. Pensiamo a quanto accaduto la scorsa estate a Milano, che ha coinvolto il sindaco Sala. Le incoerenze procedurali, e la successione stessa degli eventi, sono evidenti segnali di un certo strabordare, almeno in alcune vicende, della magistratura in territorio politico. Bisogna perciò saper analizzare a fondo le cose, ma di certo l’effetto politico di alcuni casi giudiziari non è trascurabile.
Molti sostengono che “Un avvocato contrario alla separazione delle carriere è un avvocato che non ha mai fatto l’avvocato…” Lei che ne pensa?
Voglio citarle una considerazione illuminante del nostro maestro Franco Coppi, a sua volta allievo di Giovanni Vassalli e oggi giurista e accademico di chiara fama. Chi faceva l’avvocato fino al 1989 usava il vecchio codice di procedura. Codice che non necessitava di alcuna separazione delle carriere, anzi, contemplava un giudice che di volta in volta si faceva organo inquirente. Quando si abbandonò (finalmente) quel sistema, fummo tutti d’accordo: viva il giudice “terzo”! Ma chi lavorava con quel vecchio codice è e resta oggi nostalgico. Non possono capirlo: sono ancorati a quel passato. Io, che ho mosso i primi passi nella giurisprudenza nel 1994, trovo invece la cosa molto naturale, e credo nella correttezza della totale separazione delle parti.
Perché ricorrere al referendum? Non era meglio una riforma organica?
Si è arrivati al referendum perché stiamo dando pieno corso all’applicazione dell’Art. 138 della nostra carta costituzionale. Pertanto, il referendum è necessario: non c’è nessun golpe in atto! Ad ogni modo, una riforma organica sarebbe quanto meno opportuna. Bisognerebbe partire da una massiccia depenalizzazione, e da lì a cascata arrivare a provvedimenti deflattivi seri che vadano a incidere sulla penosa situazione attuale delle carceri italiane. Ma almeno, da qualche parte bisogna iniziare. Dunque, adesso vada avanti la riforma Nordio.
Cosa cambia, in fondo, per i cittadini? E poi esattamente: che conseguenze avrà questa riforma nell’immediato?
Tutti gli italiani devono avere la certezza, caso mai si trovassero in un’aula di tribunale come parte coinvolta a processo, che il giudice è terzo imparziale. Che non appartiene a nessuna “famiglia”, come invece accade adesso. Va tutelata l’assoluta imparzialità del giudice. È un concetto che a noi penalisti sta molto a cuore.
Quali sono i rischi per l’unità della magistratura, o per l’equilibrio del sistema giudiziale penale?
Non vedo rischi all’orizzonte. L’obiettivo della riforma non è tagliare le unghie a nessuno. Il nostro sistema oggi ha un problema, e non è quello del superpotere dei PM: è la mancanza di un giudice – soprattutto nella fase delle indagini – capace di frenare se necessario l’iniziativa del pubblico ministero. Se col referendum passa la riforma avremo finalmente un giudice equidistante nella forma e nella sostanza.
Forse questa riforma serve a distogliere l’attenzione da altri problemi come, primo fra tutti, l’insufficienza di fondi per il buon andamento del sistema giudiziario italiano?
Si tratta di questioni diverse. È evidente che ci siano carenze strutturali nel sistema giudiziario: carenza di personale, carenza di magistrati, necessità di un certo snellimento burocratico… Ma questo non c’entra nulla con la riforma Nordio. Piuttosto, si dovrebbe puntare a indire più concorsi per le figure che operano nell’amministrazione giudiziaria, e mettere in atto tutte le misure utili a ridurre i tempi (ora biblici) dei processi. Ma, ripeto, restano questioni ben distinte.
Quali sono le prossime battaglie delle Camere Penali?
Proprio oggi a Roma presentiamo il Comitato per il Sì promosso dall’Unione delle Camere Penali Italiane, presieduto dallo stesso presidente dell’UCPI, avv. Francesco Petrelli. È stato poi costituito il Comitato per il Sì della Fondazione Einaudi, con gli avvocati Benedetto e Caiazza: anche con loro contiamo di promuovere più iniziative possibili a favore del sì. In questo siamo e vogliamo essere molto faziosi.

