Sono state una indubbia operazione di giustizia e verità le diverse celebrazioni che hanno ricordato il centenario dell’ultimo discorso di Matteotti alla Camera (30 maggio) e il suo assassinio sulle sponde del Tevere (10 giugno) che non possono che allargare il cuore a chi si riconosce nel suo pensiero e nelle sue idee.
Giustizia perché la figura del martire socialista non è che prima fosse poi tanto ricordata nel nostro paese. Non di rado è finita nell’oblio della coscienza popolare assieme al significato delle tante targhe che danno il suo nome a piazze e strade, spesso non è stata raccontata ai giovani nelle scuole e forse anche nelle università a dispetto delle numerose fondazioni e associazioni che portano il suo nome.
Verità, ma non in maniera completa, perché ripercorrendo le parole che sono state spese a fiumi in questi giorni da molti, raramente se non mai, o quasi mai, ho sentito profferire accanto al nome di Matteotti la parola socialista. Sul suo scranno a Montecitorio, che non sarà più né assegnato né occupato, c’è scritto solo Matteotti e non “deputato socialista”.
La sensazione sgradevole è che possa essere stata, o forse è, la prosecuzione di una sorta di condanna alla damnatio memoriae che è stata maleficamente pronunciata nei primi anni del 1990 contro il socialismo e i socialisti.
La prosecuzione di quella iconografia che identifica un certo periodo della nostra storia con le manette e i cappi sventolati in parlamento dai banchi missini, ma anche da quelli della Lega e persino a sinistra dai deputati della Rete di Leoluca Orlando e Nando Dalla Chiesa, il tutto condito dal silenzio sornione e soddisfatto dei deputati comunisti.
Ora basta.
Il socialismo, a parte quello liberale, è stato il pensiero madre di tutte le ideologie dell’epoca moderna. Tutte le altre sono state sue interpretazioni, a volte eretiche come quella comunista, a volte deviate, drammaticamente deviate, distorte, perdute, marcite come l’esperienza mussoliniana.
E nella era contemporanea il socialismo ha costruito i momenti più alti non solo della vita del nostro paese ma dell’intera Europa.
Proprio in questi giorni, nei quali stiamo ancora contando i voti delle elezioni europee, è opportuno ricordare che se c’è stato un momento in cui l’Europa è stata davvero l’Europa, quella che tutti sognavamo, giusta ed equanime, fautrice di sviluppo economico, sociale e culturale, è stato negli anni della grande socialdemocrazia europea di Craxi, Mitterand, Soares e Gonzales, e fu sempre in quegli anni che l’Italia divenne la quinta potenza mondiale il cui simbolo fu la porta sbattuta in faccia a Reagan.
E Matteotti, che visse molti anni prima, fu uno dei padri proprio di quel socialismo.
Perché il martire, che oggi abbiamo celebrato, non solo fu socialista, ma tra questi fu riformista, espulso dal PSI nel 1922 da Menotti Serrati, assieme a Turati, Treves e altri, divenne il segretario nazionale del PSU, che alle successive elezioni del 1924 fu il più votato tra quelli di sinistra e fu considerato talmente pericoloso da Mussolini e dai gerarchi fascisti da ordinarne l’assassinio del loro leader. Matteotti aveva le idee molto chiare sia sul fascismo e sui fascisti, ma anche sul comunismo e sui comunisti.
Queste cose non sono state dette. Si è nominata la persona, sono state gettate sul suo nome le foglie d’alloro della gloria ma non sono state raccontate le sue idee.
Le incompletezze dei racconti, dei resoconti o dei discorsi, celebrativi o meno che siano, sono sempre state i mattoni con cui si costruiscono le falsità della storia.
Qualunque socialista, anche chi fa molto poco il socialista, è felice oggi che finalmente Matteotti sia diventato il simbolo nazionale della libertà e della democrazia: l’emblema di tutta l’Italia.
Ma attenzione: di tutta, non di tutti.
Non vorrei che grazie al silenzio sulla sua appartenenza politica, sulle sue idee e sul suo pensiero un domani me lo possa ritrovare rappresentato in fotografia in qualche sezione di altri partiti e descritto come “martire democratico”, come “martire comunista”, come “martire pentastellato”, come “martire forzista”.
Non vorrei che il suo nome possa fare la fine della parola “riformismo” che è una roba solo e soltanto socialista (e di un socialismo di un certo tipo), e invece me la ritrovo pronunciata, quasi fosse un cappotto per tutte le stagioni, in ambienti del PD, tra diverse formazioni della sinistra moderata, tra quelli di Forza Italia e addirittura dalla Meloni che con il suo partito aderisce al gruppo del parlamento europeo chiamato Conservatori e Riformisti.
Solo chi ha una certa cultura può comprendere che quest’ultima è una bestemmia logica prima che semantica e culturale, una contraddizione in termini grottesca. È come mettere la maionese in bagno e il dentifricio in frigorifero solo perché entrambi stanno in un tubetto.
Storture di tal fatta non sono consentite. Non lo sono per il concetto e per il termine di riformismo non lo sono per Matteotti.
Giacomo Matteotti oggi è stato riconosciuto come un martire italiano, simbolo dei valori più alti della civiltà di uno stato democratico ed è tutto molto bello e giusto.
Ma sotto l’aspetto politico è un martire “socialista riformista”. E basta.
De hoc satis.


1 commento
All’epoca del “rifascio” in Italia, prendiamo spunto da Matteotti per denunciare le “riforme” degli eredi di Salò, degli eredi di Berlusconi e dalla Lega: il premierato vuole dire “duce” e l’autonomia differenziata è lo “sfascio” della Repubblica.