Socialdemocrazia SD: “La Regione non sa difendere l’immagine dell’Isola”
La polemica nata attorno al titolo del Daily Telegraph sul matrimonio di Dua Lipa a Bagheria non può essere liquidata come l’ennesima caduta di stile della stampa straniera, né come un episodio marginale destinato a consumarsi nell’arco breve dell’indignazione social. È, piuttosto, il sintomo di una questione più seria: la difficoltà, ormai cronica, della Regione Siciliana di difendere l’immagine dell’Isola quando questa viene aggredita da narrazioni superficiali, stereotipate e offensive. La vicenda è stata ripresa anche dalla stampa italiana, che ha parlato della gaffe di alcuni media britannici nell’accostare il matrimonio della popstar ai “luoghi della mafia”.
Non si tratta di negare la storia, né di rimuovere il peso tragico che la mafia ha avuto e continua ad avere nella vita civile, economica e istituzionale della Sicilia. Al contrario: come ammoniva Paolo Borsellino, della mafia bisogna parlare, “alla radio, in televisione, sui giornali”, purché se ne parli con verità, profondità e responsabilità, non come riflesso pavloviano del pregiudizio.
Il punto, secondo Socialdemocrazia SD, è l’evidente incapacità della Regione Siciliana di difendere l’immagine dell’Isola: un’incapacità ancora più grave se si considera l’enorme apparato comunicativo di cui dispone e le ingenti risorse pubbliche destinate alla comunicazione istituzionale.
Sul tema è intervenuto Claudio Melchiorre, Segretario organizzativo regionale di Socialdemocrazia SD e componente della Segreteria nazionale del partito, con una presa di posizione netta, che sposta il dibattito dalla semplice polemica giornalistica alla responsabilità politica e amministrativa di chi, in Sicilia, dovrebbe saper comunicare, prevenire e difendere il territorio.
“Tra le tante mancanze della Regione Siciliana c’è quella di spendere capitali enormi in comunicazione e non saper gestire l’aggressione del pregiudizio di un cronista di un giornale diffuso come il Daily Telegraph, ma non certo una corazzata dell’informazione mondiale.
Il Telegraph ha titolato malissimo l’articolo da Bagheria del matrimonio di Dua Lipa ma ancora più grave è l’assenza totale di dibattito sul fenomeno mafioso e delinquenziale in Sicilia. Facciamo molto poco per prevenire la violenza e per dare rilievo alle iniziative per la legalità, considerato che tutte le procedure più importanti che ci riguardano sono coperte da un’ombra di mistero.
È inspiegabile l’incapacità di gestione di un evento di rilievo mondiale come il matrimonio di Dua Lipa a Bagheria. Eppure, l’ufficio stampa della sola Presidenza della Regione Siciliana ha fino a venti dipendenti. Più di una redazione di un grande giornale nazionale.
I numeri sono eloquenti: 7,8 milioni di euro di comunicazione stanziati per il Piano comunitario 2021-2027; una quota stimata pari a un ventesimo di ogni iniziativa di spesa destinata alla comunicazione; fino alle vette toccate nell’iniziativa See Sicily, dove, per una spesa complessiva di settantacinque milioni, risultano non rendicontate spese per trentatré milioni di euro, a fronte di soli tre dichiarati per la comunicazione.
Poi ci sono le dotazioni della Fondazione Federico II, pari a cinque milioni, un ufficio stampa per ogni assessorato, comune o azienda pubblica, per un totale di circa 540 soggetti con capacità di spesa e dotati di almeno una persona che si occupa di comunicazione.
La spesa complessiva in comunicazione e pubblicità delle amministrazioni pubbliche siciliane può quindi essere stimata in circa trenta milioni solo di personale e cento milioni per costi di struttura. La stima complessiva della spesa in comunicazione e pubblicità è quindi di circa un miliardo, a fronte di una spesa complessiva di quaranta miliardi a carico delle amministrazioni regionali e comunali, al netto di circa quindici a carico delle amministrazioni statali.
Il Telegraph ha titolato un’infamia, ma la Sicilia si è fatta prendere un’altra volta in contropiede. Da una parte per l’aspetto comunicativo, dall’altra per la quotidiana lotta al malaffare che non si fa a fondo, specie nella gestione degli affari pubblici e para pubblici, come dimostra anche la scarsa trasparenza nel dibattito sulla privatizzazione degli aeroporti”.
Le parole di Melchiorre pongono una questione che non è soltanto politica, ma anche istituzionale. La comunicazione pubblica, infatti, non è un accessorio ornamentale del potere, né può essere ridotta a propaganda, promozione di eventi o gestione dell’immagine personale dei vertici politici. La Legge 7 giugno 2000, n. 150, disciplina espressamente le attività di informazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni, riconoscendone una funzione propria, distinta e rilevante nell’organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici.
Comunicare, per una pubblica amministrazione, significa informare correttamente i cittadini, garantire trasparenza, rendere comprensibili le scelte pubbliche, promuovere l’accesso ai servizi, rafforzare il rapporto fiduciario tra istituzioni e comunità. Non significa, invece, limitarsi a confezionare narrazioni autocelebrative, campagne pubblicitarie o immagini patinate che si infrangono alla prima occasione contro la durezza del pregiudizio esterno.
A maggior ragione, la comunicazione istituzionale deve essere letta alla luce dell’articolo 97 della Costituzione, che impone il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Il buon andamento non riguarda soltanto la correttezza formale degli atti, ma anche l’efficacia concreta dell’azione amministrativa: spendere molto e comunicare male è, politicamente, un fallimento; spendere molto senza saper difendere l’immagine della Sicilia è, istituzionalmente, un problema.
Vi è poi il tema della trasparenza, richiamato indirettamente anche da Melchiorre quando parla di “ombra di mistero” sulle procedure più importanti che riguardano l’Isola. Il D.Lgs. 14 marzo 2013, n. 33, riordina la disciplina degli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione delle informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni. Non è una norma meramente burocratica: è uno dei presidi attraverso cui il cittadino può controllare il potere, seguirne le scelte, valutarne la coerenza e pretendere responsabilità.
La Sicilia, del resto, non ha bisogno di essere imbellettata. Ha bisogno di essere raccontata per intero. Ha bisogno di una comunicazione capace di mostrare la sua bellezza senza occultarne le ferite, di valorizzarne la storia senza trasformarla in cartolina, di parlare della mafia senza consegnare l’Isola alla mafia come se fosse il suo destino naturale.
Giovanni Falcone ricordava che la mafia è “un fenomeno umano” e, come tale, ha un principio, una evoluzione e avrà anche una fine. Ma questa fine non arriva da sola. Richiede istituzioni credibili, amministrazioni trasparenti, società civile vigile, cultura della legalità, controllo della spesa pubblica e una politica capace di non piegarsi né al fatalismo né alla retorica.
È anche per questo che il caso Telegraph non può essere archiviato come un incidente di costume. Non basta indignarsi perché un giornale straniero adopera una formula infelice o offensiva. Bisogna chiedersi perché la Sicilia arrivi sistematicamente impreparata a queste sfide reputazionali. Bisogna chiedersi perché, a fronte di uffici stampa, consulenze, campagne di promozione, strutture regionali, enti partecipati, fondazioni e organismi pubblici, l’Isola appaia ancora priva di una strategia unitaria, tempestiva, autorevole.
Una Regione che aspira a essere protagonista del Mediterraneo non può reagire al pregiudizio con il silenzio, con il lamento tardivo o con la propaganda. Deve costruire reputazione pubblica ogni giorno, con gli atti prima ancora che con le parole. Deve dimostrare che la legalità non è un capitolo occasionale dei comunicati istituzionali, ma il fondamento ordinario dell’amministrazione. Deve pretendere che ogni euro speso per comunicare produca non consenso effimero, ma conoscenza, fiducia, consapevolezza e tutela dell’interesse pubblico.
Sulla posizione assunta da Claudio Melchiorre interviene anche Vicky Amendolia, Vicesegretario nazionale vicario di Socialdemocrazia SD, che ne condivide pienamente l’impostazione.
“Claudio Melchiorre pone una questione politica centrale, che va ben oltre la pur doverosa indignazione per un titolo offensivo e culturalmente arretrato. Il punto non è negare i problemi della Sicilia, né rimuovere il peso storico della mafia e della criminalità organizzata. Il punto è pretendere che una Regione che spende somme rilevanti in comunicazione sappia difendere l’immagine dell’Isola con autorevolezza, competenza e tempestività.
La Sicilia non può essere raccontata solo attraverso il filtro del pregiudizio. Ma, per impedire che ciò accada, non basta la propaganda. Servono buona amministrazione, trasparenza, legalità, controllo rigoroso della spesa pubblica e una comunicazione istituzionale finalmente all’altezza della storia, della bellezza e della dignità di questa terra.
Non si può pensare di cancellare l’immagine negativa della Sicilia con campagne pubblicitarie, slogan, eventi mondani o operazioni di facciata, se poi restano irrisolti i nodi della trasparenza amministrativa, della sicurezza, della prevenzione della criminalità e della gestione opaca di scelte strategiche per il futuro dell’Isola.
Su questo l’intervento di Claudio Melchiorre coglie un nodo essenziale che la politica regionale non può continuare a eludere: la reputazione della Sicilia non si difende solo contestando chi la racconta male, ma governandola meglio”.

