di Vicky Amendolia

C’è chi ha combattuto per la parità con gli slogan e chi l’ha resa realtà con la competenza. Marisa Bellisario appartiene a quest’ultima, ristrettissima categoria. Non brandiva vessilli, non si proclamava “donna manager”: lo era e basta. In un’epoca in cui il potere era sinonimo di maschile, seppe imporsi non per eccezione ma per valore. Ecco perché parlarne oggi, nel tempo delle “quote rosa” e delle “pari opportunità per decreto”, è più che un omaggio: è una necessaria provocazione.
Nata a Ceva nel 1935, figlia di un funzionario pubblico e di una madre ligure, crebbe in un’Italia che chiedeva alle donne di scegliere tra famiglia e ambizione. Lei scelse entrambe, senza rinunciare a nulla. Dopo la laurea in Economia e Commercio a Torino, nel 1959, entrò alla Olivetti, dove lavorò alla divisione elettronica diretta da Mario Tchou, il geniale ingegnere italo-cinese che progettò l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico interamente italiano. Bellisario era l’unica donna nel gruppo dirigente. Non la “quota femminile”, ma la mente economica del progetto.
Nel 1963, quando la Olivetti cedette la divisione elettronica alla General Electric, lei fu tra i pochissimi italiani chiamati a gestire la transizione e a proseguire la collaborazione negli Stati Uniti. In un’America che iniziava a parlare di emancipazione femminile, Marisa non si unì ai cori: si fece notare per capacità analitica e pragmatismo. Diceva spesso: «Le donne che si lamentano delle discriminazioni hanno già perso. Bisogna rispondere con i risultati».
Tornò in Italia nei primi anni Settanta, chiamata da Carlo De Benedetti, e nel 1979 fu nominata presidente della Olivetti Corporation of America, prima donna italiana alla guida di una grande azienda tecnologica negli Stati Uniti. Due anni dopo, il governo italiano — su impulso dell’allora presidente dell’IRI, Romano Prodi e del premier Ciriaco De Mita — le affidò la direzione della Italtel, colosso delle telecomunicazioni in crisi profonda, con 30.000 dipendenti e perdite abissali. La Bellisario accettò una sfida che molti uomini avevano già rifiutato. E vinse. In pochi anni Italtel tornò in utile, grazie a una strategia basata su innovazione, selezione del management e riduzione degli sprechi, ma anche su un modello di “impresa umanistica”: lei ascoltava i tecnici, i sindacati, persino i centralinisti. «Un’azienda non è un insieme di numeri — diceva — ma una comunità di persone che devono sentirsi parte di un progetto».
Era severa ma mai autoritaria, concreta ma visionaria. Non aveva bisogno di esibire il potere, lo incarnava con naturalezza. I collaboratori ricordano che non alzava mai la voce, ma quando entrava in una stanza tutti si zittivano. E non perché fosse una donna eccezionale, ma perché era una manager eccezionale.
Nel 1984 entrò a far parte della Commissione Nazionale per la Parità tra uomo e donna, voluta dalla Presidenza del Consiglio. Non vi portò slogan, ma idee. Denunciò l’inefficacia delle politiche che puntavano più sull’immagine che sui risultati, anticipando di fatto le critiche che oggi molti muovono al “femminismo di facciata”.
Per lei, la vera discriminazione non stava nel non essere ammesse, ma nel non essere considerate credibili. «Per una donna — diceva — il problema è la credibilità: bisogna essere più brave degli uomini. Il giorno in cui ci saranno anche donne mediocri ai vertici, come avviene per gli uomini, vorrà dire che avremo raggiunto la parit໹.
Questa frase racchiude la sua filosofia: la libertà non si chiede, si dimostra.
Ed è esattamente ciò che la distingue dal clima politico e culturale odierno, dove la parità rischia di essere amministrata come una pratica di conformità più che come una conquista di civiltà.
Il legislatore, con la legge 903/1977 e la 125/1991, cercò di dare corpo a quella parità di trattamento tra uomini e donne che Marisa incarnava già nella prassi quotidiana³.
Lei, però, ne denunciò presto i limiti: “una norma serve solo se forma coscienze, non se distribuisce favori”. Era convinta che le donne non dovessero “organizzarsi tra loro”, ma entrare nelle stanze dove si decide. Per questo guardava con ironia ai “coordinamenti femminili” dentro i partiti, che considerava “ghetti dorati”. Aveva ragione: la segregazione, anche se dorata, resta segregazione.
Nel 1986 fu eletta “Manager dell’anno” — la prima donna in Italia a ricevere tale riconoscimento — e l’anno seguente ricevette il titolo di Commendatore della Repubblica. Il presidente Francesco Cossiga la definì «un simbolo dell’affermazione della parità tra uomo e donna, ottenuta con la competenza e la fatica, non con le rivendicazioni»⁴.
Morì due anni dopo, nel 1988, a soli 53 anni, vinta da un tumore osseo. Aveva continuato a lavorare fino all’ultimo giorno, dettando lettere e relazioni dalla stanza d’ospedale.
Il Premio Marisa Bellisario, istituito nel 1989, è oggi una delle massime onorificenze per le donne che si distinguono nei settori della scienza, della cultura, della pubblica amministrazione e dell’impresa. Ma più che il premio, resta l’esempio.
Eppure, a distanza di quasi quarant’anni, la sua lezione sembra ancora inascoltata. Viviamo un tempo in cui la meritocrazia è evocata come un mantra, ma tradotta male: si parla di “valorizzazione delle competenze” mentre si moltiplicano gli incarichi per cooptazione, si discute di “pari opportunità” mentre si trasformano le donne in slogan di propaganda.
Lei, probabilmente, avrebbe sorriso con indulgenza di fronte a certe caricature del femminismo burocratico e avrebbe risposto con una delle sue frasi più vere:
«Non voglio essere considerata una donna manager, ma un manager che è anche donna. Le etichette servono solo a chi non ha sostanza»⁶.
Il suo insegnamento, dunque, non appartiene solo alle donne, ma alla cultura civile di un Paese che ancora fatica a premiare chi vale. Marisa Bellisario ci ricorda che la vera modernità è quella del merito, non quella della retorica; che la libertà non è una quota, ma un diritto conquistato; e che la differenza tra uomini e donne, se deve esserci, sia soltanto quella del talento.
E questa, forse, è la sua lezione più alta: che la parità non si proclama, si costruisce — giorno dopo giorno, con il coraggio di chi non chiede di entrare, ma apre la porta e resta.
Note
Marisa Bellisario, intervista a Panorama, 1986; cit. in Enciclopedia delle Donne.
Il Secondo Mestiere, “Marisa Bellisario: la prima top manager italiana”, gennaio 2024.
Legge 9 dicembre 1977, n. 903; Legge 10 aprile 1991, n. 125.
Dichiarazione del Presidente Francesco Cossiga, Gazzetta Ufficiale, 5 agosto 1988.
Marisa Bellisario, cit. in Corriere della Sera, “Quel fare carriera più divertente”, 25 aprile 2023.
Marisa Bellisario, intervista a La Stampa, 1987; cit. in Enciclopedia delle Donne.

