Nelle ultime settimane la scena venezuelana ha prodotto uno spettacolo che non ha nulla di politico e molto di teatrale. Non perché manchino la gravità o la complessità degli eventi, ma perché ciò che sta accadendo supera i confini della logica istituzionale e svela un livello di subordinazione che nessuno avrebbe immaginato. Donald Trump, ormai regista della fase post‑Maduro, ha deciso di escludere María Corina Machado dalla guida del Venezuela. Lo ha fatto con una disinvoltura glaciale, come se stesse scegliendo un portavoce e non pronunciando una sentenza politica su una figura che per anni è stata presentata come simbolo della resistenza democratica.
La motivazione ufficiale è che Machado non godrebbe del rispetto necessario per governare. Una frase che, detta da un presidente straniero a proposito del futuro di un Paese sovrano, basterebbe da sola a far riflettere. Ma ciò che è accaduto dopo ha superato ogni previsione. Machado, invece di reagire con fermezza, ha scelto una strada che nessuno avrebbe potuto attribuirle: ha dichiarato pubblicamente di voler dare e condividere il suo Premio Nobel per la Pace con Trump. Non un gesto politico, non un atto di diplomazia, non una strategia. È una resa. Una resa personale, simbolica, morale.
Secondo quanto riportato dal Washington Post, proprio questa scelta avrebbe rappresentato il punto di rottura definitivo. Fonti vicine alla Casa Bianca avrebbero riferito che Trump ha considerato “un peccato imperdonabile” il fatto che Machado non abbia rifiutato il Nobel, un premio che egli stesso ambisce da anni. La notizia, lungi dal rafforzare la posizione dell’oppositrice, avrebbe invece inclinato la bilancia verso un’alternativa chavista per la transizione, guidata dalla vicepresidente e ora presidente ad interim, Delcy Rodríguez. Un ribaltamento che aggiunge ulteriore paradosso a una vicenda già segnata dall’assurdo.
In un solo istante, Machado ha cancellato anni di battaglie, di denunce, di sacrifici. Ha trasformato il Nobel – che avrebbe dovuto rappresentare la sofferenza e la speranza del popolo venezuelano – in un omaggio al leader di un altro Paese, nella speranza di ottenere da lui ciò che non è riuscita a conquistare con il consenso del suo popolo. È difficile trovare un precedente simile nella storia recente: una leader che, pur di governare, arriva a sottomettersi in modo così plateale e imbarazzante. La dignità, che nessun regime era riuscito a sottrarle, l’ha gettata via da sola, con una leggerezza che lascia attoniti.
Il paradosso è che mentre lei offre il Nobel come se fosse un dono personale, Trump non solo non la ricambia, ma la esclude apertamente, preferendole Delcy Rodríguez, l’ex vicepresidente del regime chavista. Una figura che Machado ha sempre accusato di essere parte integrante dell’apparato repressivo, e che ora viene improvvisamente riabilitata e scelta come interlocutrice privilegiata per la transizione. È un capovolgimento totale: chi ha sostenuto il potere autoritario viene premiato, chi ha lottato per la democrazia si inginocchia.
A complicare ulteriormente la scena è arrivata la risposta del Comitato Nobel. Il portavoce dell’Istituto Nobel norvegese, Erik Aasheim, ha chiarito senza possibilità di equivoci: “Un Premio Nobel non può essere revocato né trasferito ad altri. Una volta che è stato annunciato il/la premiato/a, la decisione è per sempre”. Ha aggiunto che i vincitori possono disporre liberamente del denaro del premio – un dettaglio che potrebbe consentire una cessione simbolica a Trump – ma ha ribadito che il Nobel per la Pace 2025 appartiene esclusivamente a María Corina Machado. In altre parole, non importa quanto fervente sia l’intenzione di condividerlo o a chi sia dedicato: il Nobel non è trasferibile.
E tutto questo avviene sotto lo sguardo di un Paese stremato, che assiste all’ennesima dimostrazione di quanto la politica possa trasformarsi in un teatro dell’assurdo. Da un lato un Presidente americano che tratta il Venezuela come un territorio da amministrare secondo i propri umori e le proprie ambizioni personali. Dall’altro una leader dell’opposizione che, pur di ottenere un ruolo, rinuncia alla propria autonomia e si consegna simbolicamente a chi la sta umiliando. In mezzo, un popolo che continua a pagare il prezzo di decisioni prese altrove, da altri, per altri scopi.
Chiamare tutto questo “liberazione” è un insulto all’intelligenza. È piuttosto la dimostrazione di quanto sia fragile la linea che separa la lotta dalla complicità, la resistenza dalla sudditanza, la speranza dalla farsa. E di come, quando la dignità viene sacrificata sull’altare dell’ambizione personale, nessun premio – nemmeno un Nobel – possa più restituire credibilità a chi lo riceve.
Angioletta Massimino

