C’è molto fermento attorno al risultato di queste elezioni.
C’è chi esulta, chi piange, chi non fa il mea culpa, chi punta l’indice e poi c’è una pletora di sostenitori, fans, ultrà e persone che “di politica se ne intendono” che si sperticano in analisi, proiezioni e dettano le strade future, il da farsi e il non da farsi.
Il bello è che ognuno ha nelle mani soluzioni diverse da tutte quelle degli altri, esattamente come sono infinite le formazioni dell’Italia quando, quegli stessi italiani che ora fanno i politologi, si trasformano nei famosi 50 milioni di commissari tecnici della nazionale.
Parole a vanvera e forse anche pensieri a vanvera.
E già perché chissà se qualcuno si è mai chiesto quanto contino i risultati delle elezioni europee. Ovviamente riguardo alle dinamiche che poi formano le vere forze dei partiti alle successive elezioni politiche. Quelle che contano veramente.
L’ho già scritto ma forse è opportuno ricordarlo: in dieci anni la politica italiana è stata ribaltata tre volte.
Nel 2014 Renzi alle europee raccoglie il 40%, in appena tre anni si è letteralmente polverizzato.
Stessa sorte per Salvini, era il 2019 e alle europee raccoglieva il 37% e dalla piazza di Roseto gridava “datemi pieni poteri”: come si dice a casa mia, in una manciata di mesi ha fatto la “fine della Tosca”. Kaputt!
Quello stesso elettorato che in dieci anni si è rimbalzato da un leader di sinistra a uno populista, quattro giorni fa ha premiato la Meloni. Ne hanno cominciato a scolpire la lapide (politica ben s’intende).
Ma per gli amanti della storia potrei prendere esempi più illustri ed eclatanti.
Correva l’anno 1984, Craxi era in sella a palazzo Chigi da dodici mesi e alle elezioni europee ci fu lo storico sorpasso del PCI sulla DC. La “Falce e Martello” diventò il primo partito italiano con 11 milioni e settecentomila voti pari al 33,33% contro il 32% e spiccioli dello scudocrociato.
Il quotidiano L’Unità titolava proclami in rosso, il mondo comunista esultò a lungo, anche se nella compostezza del lutto per la scomparsa sette giorni prima di Enrico Berlinguer, e diversi uomini della nomenklatura delle botteghe Oscure si vedevano già ministri, mentre da Mosca Cernenko si fregava le mani.
Forse fu l’effetto Berlinguer che drogò il risultato ma resta il fatto che Craxi continuò a governare e, alle successive politiche del 1987, i comunisti si ridimensionarono perdendo dieci punti e rientrando nel loro alveo del 26% e rotti, mentre le forze di governo si consolidarono specie i socialisti che raggiunsero il risultato record del 14%.
La storia è sempre la stessa e ho la percezione che fondare sul risultato di queste europee analisi catastrofiche, cambi di rotta e rivoluzioni negli assetti dei partiti sia solo una esercitazione di politica inutile e una perdita di tempo. Craxi non si dimise da premier dopo quel risultato del 1984 e tantomeno lasciò la segreteria del PSI. Andò avanti.
Le elezioni politiche sono lontane ma non troppo e cambiare oggi obiettivi e perdere compattezze sarebbe solo un tragico errore.
Certo, anche io penso che l’unione fa la forza, e chi deve intendere intenda, ma non a discapito della coerenza di un progetto politico serio.
Del resto parlando di noi e delle forze moderate, i numeri saranno stati insufficienti per eleggere a Strasburgo ma sono ampiamente ampi (evviva la tautologia) per eleggere a Roma.
Cosa contano le europee nelle dinamiche politiche ed elettorali interne del nostro paese?
Ve lo dico io. Un cazzo niente.
Adoro i francesismi: vive la France.


1 commento
Come qui opportunamente ricordato, i trascorsi ci insegnano che le fortune di un partito possono cambiare anche rapidamente, e questa regola può valere pure per le recenti elezioni europee se applicata alle singole forze politiche, mentre vedrei ormai più stabile la tendenza al bipolarismo e me lo fa pensare – ancorché sia piuttosto difficile azzardare previsioni in tal senso – il fatto che riguardo a determinati valori il confronto e contrasto sembra divenire sempre più divisivo.
Se detta tendenza dovesse consolidarsi, un Terzo Polo faticherebbe ad “andare avanti”, e trovare spazio, pur non potendosi escludere che tale spazio arrivi a generarsi, ma in ogni caso non mi pare tenere il confronto con Craxi, il quale fece allora una precisa scelta di campo, che non era rivolta a sinistra, mentre oggi mi sembra dirigersi in tal senso l’orientamento di quanti, nelle fila socialiste, si esprimono su questo giornale riguardo alla collocazione dell’eventuale Terzo Polo.
Paolo Bolognesi 16.06.2024