Già é difficile stabilire in Italia chi siano e dove stiano i socialisti. Ma aggiungervi un certificato di autenticazione preventivo complica di molto la soluzione dell’interrogativo. Partiamo dal più semplice. Se per socialisti si intendono coloro che hanno appartenuto al Psi o lo hanno semplicemente votato fino al 1992, bisogna pur ricordare che da allora sono trascorsi 34 anni e la maggioranza di costoro o sono morti o hanno sostenuto partiti nati dopo il 1992 e dunque non sono recuperabili semplicemente con un vorticoso giro di lancette dell’orologio all’indietro. Dati i risultati elettorali delle liste socialiste in questi 34 anni si deve concludere che i sopravvissuti hanno creduto giusto non aggregarsi in nuove avventure identitarie, ma aderire a partiti anche collocati all’opposto. Se per socialisti si intendono coloro che si ritrovano nel socialismo europeo allora non si può fare a meno di considerare il Pd che fa parte del Partito socialista europeo e del gruppo dei Socialisti e democratici a Strasburgo. Il Pd, questa la sua ambivalenza, o ambiguità se preferite, non appartiene però alla storia del socialismo italiano. La mancata sua adesione alla proposta dell’unità socialista formulata da Craxi dopo la fine del comunismo e del Pci non venne accolta sia per sposare la via giudiziaria, come precisa Chiaromonte nel libro di Fabio Martini, sia per allargarsi ad altre e più convenienti unità. La via giudiziaria doveva eliminare l’unità socialista con la decimazione dei socialisti ed era dunque la condizione ideale per avventurarsi in nuove e più vantaggiose aggregazioni. In particolare quella col Partito popolare e poi Margherita che metteva insieme frammenti della vecchia Dc e di mondo cattolico disperso. Per questo gli antesignani del Pd non sono i socialisti, ma i comunisti e i democristiani. Cioé Berlinguer a cui é stata dedicata la tessera del 2024 e Tina Anselmi a cui é stata dedicata quella del 2025. I centenari della morte di Matteotti e Kuliscioff non erano ritenuti altrettanto significativi. Era la via, questa, che non comportava la resa del comunismo al socialismo democratico, ma il compromesso di due identità opposte ed entrambe appartenenti a mondi diversi. Per questo era la via che costava meno. Evidente che non possa dunque presentarsi come socialista italiano un partito che lo é in Europa ma in Italia non lo é e non solo nel nome. Anzi che in Italia rispolvera tradizioni inesistenti in tutti i partiti socialisti europei. Poi ci sono fermenti socialisti sparsi e qui bisogna tornare agli aggettivi. La storia del socialismo italiano ha partorito di tutto, dal riformismo al massimalismo al sindacalismo rivoluzionario, dal comunismo al fascismo, dal filo sovietismo, all’autonomismo. Difficile incunearsi dentro questa babele di linguaggi, di posizioni, di prospettive. E di modelli di società. D’altronde se la storia del socialismo é densa di separazioni e di scissioni ciò significa che nello stesso partito non potevano coesistere opzioni inconciliabili. Sono tuttavia convinto che occorra fare selezione, approfondire e scegliere una posizione che non sia vagamente socialista. Cioè un’Arca di Noè mettendoci dentro di tutto per salvare quel che salvare non si può. I due aggettivi che mettono al riparo il socialismo dai fallimenti e dalle tragedia della storia sono quelli di “riformista” e di “liberale”. Dunque non può esserci socialismo compatibile con le possibilità di futuro che non sia anche riformista e liberale. I punti di riferimento storico sono quelli di Filippo Turati e di Carlo Rosselli. Il socialismo riformista che non sia anche liberale é fuori dal nostro tempo, perché postula un modello di welfare statale che nessun paese occidentale può permettersi integralmente dato il costo sempre più alto dei servizi che deve trovare un equilibrio col debito e coi vincoli europei. Il socialismo riformista deve essere recuperato come metodo di cambiamento della società e anche come localismo (costruzione dal basso di realtà solidali, che era poi il cosiddetto limite rimproveratogli dai massimalisti), ma non come modello. La costruzione dello stato sociale ha bisogno del privato che deve essere sorretto negli investimenti e nella crescita e deve trasformarsi in società solidale. D’altronde cos’era l’intuizione dell’alleanza del merito col bisogno della Rimini del 1982? E la salvaguardia del pluralismo economico come presupposto del pluralismo politico, vedasi convegno di Mondoperaio anni settanta? Cos’altro é stato il nostro Lib lab degli anni ottanta come prospettiva liberale del socialismo e come traguardo sociale del liberalismo? Una sorta di terza via tra liberismo e collettivismo. Ecco quel che dovrebbe oggi interessare i socialisti rimasti tali. Il tutto riaggiornandolo alla luce dei grandi mutamenti del presente, delle nuove guerre, dello sfondamento della Cina sui mercati, della attuale dipendenza energetica dei paesi europei dai paesi del nord Africa e mediorientali. Quest’opera di riaggiornamento del socialismo riformista e liberale dovrebbe essere frutto di convegni, di conferenze, di studi, coinvolgendo intellettuali, storici, filosofi, economisti. Non credo tuttavia alla compatibilità di gruppi social, movimenti e circoli che prospettano un’antica visione del socialismo, mostrano simboli e linguaggi da anni cinquanta, cancellano le intuizioni e le modernizzazioni degli anni ottanta. E sfociano in una collocazione estremista, propria di un Melenchonismo all’italiana. Vedo che ci sono e prolificano intendendosi coi vari Fratoianni e Landini, ma anche con gruppi di Potere al popolo. Non sono geloso né tanto meno proprietario della parola socialismo, come si ritengono in tanti. Possono usarlo anche loro, visto che nella nostra storia c’é stato posto anche per posizioni simili. Non credo però sia questo il socialismo della nostra vita. La preoccupazione di costoro non é tanto la difesa dei principi, come il recente referendum ha dimostrato, ma la lotta non importa con quali alleati e con quali programmi alla destra. Dunque non mi convincono tante prosaiche attestazioni di unità dei socialisti che la pensano in modi difformi. Penso invece all’unità in nome del socialismo riformista e liberale di un insieme di soggetti politici anche micro e di un rassemblement con chi la pensa come noi e cioè di essere alternativi alla destra ma non facendoci risucchiare in un indefinito campo largo dalle mille contraddizioni. Il socialismo liberale deve essere alleato con chi si ritiene tale o con chi rispetta chi si ritiene tale, non coi populismi, gli opportunismi e i massimalismi urlacchianti.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


3 commenti
Sono perfettamente d’accordo con te. Per essere ancora più chiaro, penso che il socialismo riformista sia un metodo come tu scrivi mentre l’ideale e l’ideologia cosiddetta socialista che ha fatto un lungo percorso nel secolo scorso non sia più utilizzabile se non nell’analisi storica. Il mondo è cambiato radicalmente e bisogna costruire un’analisi e un pensiero nuovo, perché nuovo è il mondo in cui viviamo grazie
Io da tanto tempo, vedasi 2018, ho sempre scritto che un esempio da seguire c’era…
Ed i fatti mi hanno dato ragione: Era Sanchez ed il suo modello di socialismo.
Basta guardare le riforme che ha fatto la Spagna per l’ elettorato di riferimento…
Ma anche in funzione degli industriali e del privato:
Servizi, energia, trasporti ed infrastrutture, giustizia e diritti.
Se c’è un programma vero sei convincente e ti seguono anche se certe riforme sono radicali.
Il socialismo italiano era proprio questo e non a caso le varie riforme e le leggi sui diritti hanno in gran parte la scrittura formativa di Socialisti.
I reduci della strage “CIA” e dintorni…
Nessuno crede che un ometto qualsiasi come Di Pietro abbia potuto fare tutto indisturbato se non avesse avuto le spalle super protette infatti…
Si sono solo e sempre accodati
senza dignità…
Giustificati che dire socialista era diventato sinonimo di ladri o simili…
Negli anni poi il socialismo al nord come partito è sparito…
No comment sui motivi ma forse scrivere e pontificare non è come stare in mezzo alle persone e capirne la realtà vera…
Rimane al sud ma spesso la questione morale è secondaria…
Ci sono esperienze interessanti ma locali ad esempio in Puglia e qui da noi a Rimini…
Ma se le scelte nazionali che identificano il psi sono assai discutibili e certamente ondivaghe…
Si distrugge il poco appeal che c’è…
Il PDr si dice socialista ma…
Se lo fosse dove sarebbe un programma vero e riformista in tal senso non lo si vede…
Poi sarebbe anche stoppato dal gruppo insignificante degli ex renziani e dintorni ma sempre presenti sui media…
Le persone del referendum aspettano un movimento socialista vero 5.0…
Se c’è chi paga le idee ci sono e si trovano…
Il resto rimane utopia…
Questo Editoriale contiene a mio vedere passaggi alquanto interessanti, che mi danno a loro volta lo spunto per una qualche riflessione, partendo dalla sua parte finale, laddove il Direttore sostiene che non lo convincono “tante prosaiche attestazioni di unità dei socialisti che la pensano in modi difformi”, parole che mi sembrano cogliere nel segno, e del resto stando anche a quanto leggiamo su questo giornale online, che ci offre uno spaccato piuttosto eloquente ed indicativo, emergono posizioni alquanto diverse tra loro, che a me paiono essere non componibili (d’altronde la storia socialista ha visto più d’una divisione, il che è stato sovente oggetto di critiche, mentre a me appare invece preferibile allo stare ipocritamente insieme pur se la si pensa in maniera parecchio diversa, se non opposta).
Mi pare poi attuale e pertinente l’aver fatto cenno ad un “modello di welfare statale che nessun paese occidentale può permettersi integralmente dato il costo sempre più alto dei servizi, che deve trovare un equilibrio col debito e coi vincoli europei”, aspetto che la sinistra di casa nostra sembra non di rado dimenticare allorché chiede di impegnare sempre più risorse pubbliche nell’uno e altro settore, e trovo altresì pertinente l’aver richiamato la Rimini del 1982, così come mi riconosco nella tesi secondo cui “la costruzione dello stato sociale ha bisogno del privato che deve essere sorretto negli investimenti e nella crescita”, e credo altresì che i socialisti che nel dopo Tangentopoli hanno guardato a Forza Italia vi abbiano intravisto un soggetto politico dai tratti riformisti e liberali.
Paolo Bolognesi 04.04.2026