Orban ha perso.
E potremmo fermarci qui perché è già una notizia.
Una buona notizia.
Ma la caduta del premier ungherese, al potere dal 2010, non è solo la sconfitta del simbolo del sovranismo più integralista dell’intero panorama europeo.
Non rappresenta l’addio ad una delle politiche più antieuropeiste conosciute, pur volendo continuare a godere dei benefici del sistema Europa.
Non rappresenta, Orban, solo l’estremista lotta al sistema atlantico condita dalla neanche tanto silente amicizia con Putin.
Non è stato solo una spina nel fianco alle democrazie liberali che caratterizzano l’Europa Occidentale.
Chi sta festeggiando ora sono milioni di ungheresi che hanno dato il benservito a un sistema di potere che ha rappresentato un vero e proprio regime, se non un’anticamera della dittatura.
Un sistema, quello di Orban, che ha mantenuto le istituzioni democratiche (elezioni, parlamento), ma ne svuotato i contenuti liberali (diritti individuali, contrappesi istituzionali, pluralismo) in favore di un nazionalismo conservatore e centralizzato.
Feroce controllo della informazione, tutt’altro che libera, deviazione della programmazione scolastica nella direzione della propaganda di regime, annullamento delle libertà individuali a favore del nazionalismo più sfrenato, discriminazione e razzismo nei confronti degli immigrati.
Insomma un despota nel nome del sovranismo.
E che gli ungheresi non ne potessero più ce lo dice lo scarto a favore di Magyar che entra con due terzi dei seggi in parlamento, forte di una affluenza alle urne che ha sfiorato l’80%. (alla faccia dell’Italia)
Chi scrive spera che quello che è successo in Ungheria sia l’inizio di una nuova era nella quale i sovranismi e i nazionalismi, gli egoismi e i razzismi, siano definitivamente sconfitti e scompaiano dalla storia.
Il discorso vale per Le Pen, per Salvini, Vannacci, Marsella e tutto il caravanserraglio che si portano dietro.
Vale per Meloni se continua a dire che Orban era un amico.
Perché un despota illiberale non potrà mai essere amico di un vero democratico. 
Vale per Trump che stamane ce ne regala un’altra delle sue.
“Papa pessimo e debole in politica estera”, ha dichiarato ieri, “per lui è accettabile che l’Iran abbia l’atomica”.
E poi ha postato una sua immagine con le vesti Gesù.
Siamo al delirio.
Trump non è altro che una spettacolare americanata delle idee di Orban e di tutti i sovranisti e nazionalisti esistenti, anche quelli italiani.
Essere contro queste idee, contro questo modello di pensiero non significa rappresentare una sinistra che dichiara guerra ad una destra.
Non è più una dicotomia tra destra e sinistra.
Chi farebbe la guerra a una destra democratica e liberale?
Non chi scrive che è avversario sia dell’estremismo di destra, sia dell’integralismo di sinistra.
La guerra è quella della civiltà del pensiero contro la brutalità del nazionalismo, del sovranismo, dell’integralismo.
Questo il senso delle nostre parole sul Papa.
Perché le sue parole raccontano valori che sono anche i nostri.
E accusarci di strumentalizzarlo o reclutarlo è una emerita fesseria.
È Trump, simbolo del sovranismo, che attacca il Pontefice per i valori che professa.
E andare contro Trump che attacca Leone XIV non vuol dire andare contro la destra Trumpiana e quella filo Trumpiana italiana.
Vuol dire difendere la civiltà, i valori della pace, della libertà, della democrazia, della solidarietà di cui Papa Leone parla di cui il riformismo parla.

