E ti pareva. Non sarebbe stata cosa di questo mondo un atteggiamento diverso.
L’Associazione nazionale magistrati, all’ordine del giorno del prossimo comitato centrale convocato per i prossimi 6 e 7 aprile, ha fissato il tema del giorno: i test psico-attitudinali di accesso alla professione introdotti da parte del governo, trattati esaustivamente in un altro nostro articolo.
Obiettivo: mobilitazione generale.
Lo stesso atteggiamento di scomposta ribellione e animata protesta che adottarono con la introduzione e le successive modifiche della legge sulla responsabilità civile dei magistrati, ultima la Buemi-Nencini.
A tale iniziativa dell’Anm fa il paio la dichiarazione del solito Gratteri il quale, quasi fossero ripicche tra ragazzini, ha sentenziato:“facciamolo anche ai politici”.
Ecco questa è una risposta che dice chiaramente che Nordio ha ragione.
Sono tante le cose che vorrei dire sui magistrati ancorché ne ricordi più tra i validissimi che tra i pessimi, ma quelli pessimi lo furono talmente tanto da inquinare la ampia sacca dei validissimi.
Sono talmente tante che mi astengo dal narrarle tutte e mi limito al tema che comunque è di per sé tanto esaustivo.
Partiamo da un concetto. Il magistrato ha un potere enorme, che non ha nessun altro organo dello Stato, ed è quello di condizionare pesantemente la vita di una persona in maniera radicale e soprattutto per sempre.
La seconda riflessione è che questo potere non gli deriva né da Dio, né dagli uomini.
Non viene scelto dallo Spirito Santo e tanto meno dal corpo elettorale.
E viene quindi semplice rispondere a Gratteri che la scelta di milioni di persone è una legittimazione democratica molto più ampia di un concorso tecnico celebrato “inter nos”.
Perché per sempre, chiederanno in molti. Semplice, perché una condanna che ti sbatte in galera, o ti dichiara fallito, è una macchia che non si cancellerà mai più.
E, ancor più semplicemente, perché anche un avviso di garanzia, uno degli atti più banali del sistema penale, può condizionare ad aeternum la vita di una persona in un paese in cui è facile convincersi di una colpevolezza, impossibile riconoscere una innocenza.
Per non parlare poi dei guasti che la “informazione di garanzia” arreca nella vita politica e amministrativa grazie alle idiozie giustizial-populistiche introdotte nel paese da gente come i grillini.
Non dimentichiamo che nella storia della umanità in nome della giustizia e della sicurezza sono state fatte le peggiori leggi liberticide e costruite le peggiori dittature.
Posti questi presupposti perché non accettare i test psico-attitudinali. Perché non accettare il concetto che il potere che dà la toga, anche con una semplice informazione di garanzia, impone un equilibrio psichico e culturale, una coscienza completa degli equilibri tra il peso dell’autorità e i diritti della gente, che è opportuno appartengano al futuro magistrato.
Perché non capire che quel potere è talmente forte che in soggetti non equilibrati (nel senso sopra esposto) può dare alla testa.
Perché non capire che ragazzetti neo-laureati, anche se sbattuti in tribunali di periferia a giudicare l’abigeato, avranno da subito un potere su di una persona che, anche se è un pastore della Maiella, ha il diritto che la sua vita sia affidata a chi ha le capacità psico-attitudinali adeguate per gestire quel potere.
Ma ve lo ricordate Davigo e i suoi deliri in televisione?
Anche sotto questo aspetto, è importante la consapevolezza di un magistrato.
E cioè che, al contrario di quel che pensa Davigo, l’avvocatura e l’esercizio della difesa non sono un dannoso intralcio al “naturale corso della giustizia” ma sono uno strumento costituzionalmente garantito destinato e necessario a “costruire”, assieme alla accusa e al giudice, un provvedimento giusto e che renda giustizia.
Di Davigo, o simil-Davigo, ce ne sono. Non tantissimi, non gravi come lui, ma quanto basta per dare un senso ai test introdotti da Nordio.
La verità si intravvede tra le parole di Gratteri. In quella insofferenza astiosa e mal celata a provvedimenti del genere.
I magistrati amano giudicare ma non amano essere giudicati e già questo giustifica i test.
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Vice Direttore. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Da pochissimi anni ha iniziato a cimentarsi nell’arte della letteratura e ha già pubblicato quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale. Impegnato in politica è attualmente membro del movimento Socialista Liberale.

