di Giovanni Crema
La recente scomparsa del compagno e amico Ugo Intini mi ha riportato a rileggere un suo interessantissimo libro “Lotta di Classi-tra giovani e vecchi?” che tutto il ceto dirigente politico e non solo dovrebbe leggere e a maggior ragione chi vuole dirigere ed alimentare la cultura dell’Umanesimo Socialista. Con molta umiltà ho voluto mettere insieme alcuni stralci del suo lavoro che mi sono sembrati significativi.
Nel 1981, gli ultranovantenni erano già 100.000 in Italia. Ogni anno, la forbice tra giovanissimi e anziani si è andata restringendo. Nel 1991, il sorpasso era ormai alle porte: 15,8 per cento di giovanissimi contro 15,4 di anziani. Subito dopo, il sorpasso inesorabilmente avvenuto e la piramide si è rovesciata. Così che i giovanissimi sono oggi per almeno un decimo stranieri (e sarebbero molti di più se si calcolassero i figli nati dalle unioni miste tra italiani e donne extracomunitarie).
Prevedere cosa ci aspetta nell’immediato futuro non è fantascienza. Anche perchè i protagonisti della seconda metà del secolo ventunesimo, non sono alieni, bensì persone già tra di noi, delle quali si conoscono o si possono prevedere i comportamenti. Il telescopio punta verso i prossimi decenni e mostra l’Italia trasformata in una grande ospizio. I giovanissimi continueranno a calare, ma non in modo clamoroso, mentre si assisterà a un’esplosione ulteriore del numero degli anziani. Nel 2030, gli ultra sessantenni saranno la metà della popolazione. Che nel suo insieme non scenderà, ma si manterrà sostanzialmente stabile intorno ai 60 milioni. Si eviterà un calo non certo per l’apporto degli italiani, ma degli immigrati, che arriveranno a essere un cittadino su quattro (naturalmente, con una percentuale più alta tra i giovani e più modesta tra gli anziani).
Come sempre accade nei momenti decisivi della storia, le nuove generazioni assumono un ruolo di primo piano nello scontro, nell’agitazione del movimento. Erano i giovani sanculotti della rivoluzione francese, erano giovani rivoluzionari che hanno assaltato il palazzo d’Inverno, giovani i partigiani italiani e i combattenti del Fronte nazionale di liberazione del Vietnam.
Aveva perfettamente ragione Montanelli quando scriveva nel 1939 che il fascismo e il nazismo erano i “regimi della gioventù”. Così li dipingeva la propaganda ufficiale, ma così erano obiettivamente, sin dalle origini. L’inno del fascismo era intitolato “giovinezza”.
La volontà di cancellare la storia è d’altronde caratteristica tipica di tutte le dittature, dove gli anziani sono considerati “pericolosi” perchè testimoni del passato: i libri si possono far sparire e riscrivere, la memoria dei cittadini no.
Anche di questi eccessi tipici delle tirannie esiste nelle democrazie una versione soft. Il segnale giunge anche dai referendum, nei quali si vede talvolta una mancanza di continuità abissale tra i valori delle diverse generazioni.
Nel referendum greco del Luglio 2015 a proposito di un altro valore caro, come quello di Nazione, a intere generazioni: il valore dell’ unità europea. Il Sì alla linea dura contro Bruxelles, che avrebbe potuto avviare, con la fuoriuscita di Atene, lo smembramento della costruzione unitaria, è stato espresso dal 77 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni. Mentre gli anziani sopra i 65 hanno votato No per il 52 per cento.
Gli anziani hanno risparmi, quelli tra loro che ragionano sono perciò verosimilmente terrorizzati da questa prospettiva e portati a difendere la moneta unica a qualunque costo. Al contrario i giovani non hanno da parte neppure un euro, non hanno nulla da perdere su questo terreno e (sempre quelli che ragionano) possono voler tentare la sorte con il ritorno alla lira (magari sperando in un aumento della liquidità, delle esportazioni e quindi dell’occupazione).
Per millenni si è studiato e ci si è informati scrivendo e leggendo sulla carta, adesso lo si fa sullo schermo elettronico. Ciò ha mutato la politica. Un tempo l’opinione si formava con un rapporto diretto, i militanti e i dirigenti si guardavano in faccia e si ascoltavano nelle sezioni, nelle assemblee e nei comizi, nelle trasmissioni radiofoniche o televisive. Contavano i toni, il linguaggio del corpo, la compiutezza dei ragionamenti (scritti e parlati). I leader di successo erano grandi giornalisti quando il mezzo più influente era il quotidiano. Erano grandi attori quando lo era la televisione. Adesso, il tweet di 140 caratteri diventa la dimensione permanente della comunicazione, che esclude pertanto una esposizione del pensiero articolata e compiuta. Infatti i leader del momento (soprattutto quelli italiani) normalmente non scrivono: molti di loro non hanno mai redatto un articolo o letto un discorso organico preparato di persona.
Nelle Federazioni giovanili dei partiti, si alimentava lo spirito critico e si preparavano i dirigenti del futuro. La dialettica democratica tra i giovani riproduceva quella al vertice, anche se in genere portava al prevalere di posizioni più intransigenti di quelle dominanti nel partito “senior”. Lo spirito era quello non della lotta tra classi di età ma della staffetta tra le diverse generazioni. E del rispetto verso i leader storici. Pertini seduto dietro la scrivania al Quirinale, mi diceva: “Mi dai giustamente del tu anche se sono il Presidente della Repubblica, perchè siamo due compagni Socialisti. Ma io non mi sono sentito di farlo con Turati. Gli ho dato sempre del lei e lo Chiamavo Maestro”.
Pendevamo dalle labbra dei vecchi, ascoltavamo affascinati, ma qualche critica e mugugno li manifestavamo. Nenni ad esempio ci sembrava troppo pessimista e condizionato dall’ incubo del fascismo. Temeva sempre il suo risorgere. “La libertà e la democrazia – ripeteva -sono beni che non si conquistano una volta per tutte, li si conquista e riconquista tutti i giorni.” Mugugnavamo, ma i fatti almeno in parte, gli hanno dato purtroppo ragione. Non è tornato un continuatore di Mussolini, ma da un ventennio, dal 1994, abbiamo avuto al vertice dello Stato ex fascisti cresciuti nel suo culto. Un caso unico al mondo (come se a Berlino fossero ritornati al potere per un ventennio gli ex nostalgici di Hitler, allevati dai suoi diretti collaboratori).
Quando in Italia c’era la politica, il problema di fondo, quello a monte, ovvero lo sviluppo del terzo mondo, era al centro del dibattito (e dell’azione). Adesso, a stento se ne parla, come d’altronde dello sviluppo del nostro Mezzogiorno. Una classe dirigente irrimediabilmente miope litiga sull’effetto, ovvero sull’arrivo dall’Africa dei barconi carichi di migranti, non vede la causa o comunque non se ne occupa più. La vecchia Italia sarà sempre più incalzata dai Paesi giovani del Mediterraneo. Ma non guarda al futuro, bensì soltanto alle esigenze del momento.
Quanto alle condizioni di salute della democrazia, oltre che delle libertà, esse si trovano purtroppo sotto gli occhi di tutti. Forse proprio l’età dell’incertezza, in cui proprio purtroppo sempre più ci troviamo, può frenare la lotta di classi favorita dal capovolgimento degli equilibri demografici. L’incertezza e i pericoli possono unire in un vincolo rinnovato i giovani e i vecchi.
Ugo Intini

