di Francesco Accursio
La stampa italiana sulle questioni internazionali è sempre un po’ miope, o strabica.
E anche questa volta sull’Iran non si smentisce; sono quasi tre settimane che è iniziata la rivolta –o forse dovremmo dire la rivoluzione- era il 28 dicembre e solo in questi ultimi giorni sulla grande stampa iniziano a comparire articoli al riguardo. Mentre l’Iran avrebbe dovuto essere una notizia di prima pagina da almeno 15 giorni.
Il motivo può sembrare misterioso ma solo all’apparenza perché, analizzando, è tutto spiegabile. In una larga parte della sinistra italiana è ancora molto forte l’antiamericanismo classico e inoltre vi è un diffuso odio e disprezzo verso Israele, che con le vicende di Gaza in realtà non ha molto a che vedere, perché viene da lontano. E in questo caso si applica la vecchia regola del “chi è nemico del mio nemico è mio amico”. Oggi la demonizzazione di Israele si “giustifica” con la critica a Netanyahu, ma chi ha un minimo di memoria certamente ricorda che l’atteggiamento e la delegittimazione di Israele non fu affatto diversa quando i primi ministri erano altri, Begin, Sharon, Olmert, Neftali Bennet, perfino ai tempi della grande Golda Meir e di Shimon Perez non ci fu alcuna differenza. Per una area culturale/politica se sei nemico degli USA e di Israele tutto ti è perdonato.
Perché la verità è che le critiche a Netanyahu, anche se giustificate, sono solo foglie di fico, il pretesto per diffondere il vecchio odio anti israeliano. Perché –anche se non lo si ammette- chi odia Israele non lo odia per quello che Israele fa o non fa, o per la politica che persegue, ma per quello che Israele è…
Ma questo è un discorso che ci porta lontano dall’Iran e che sarebbe troppo lungo da affrontare in questa sede.
L’Iran non è nuovo a queste ondate di insurrezione popolare. E’ già successo altre 4 volte negli ultimi vent’anni.
Nel 2009 fu il movimento dell’ “Onda verde” contro le elezioni farsa, palesemente truccate, che hanno portato alla contestatissima rielezione dell’estremista Ahmadinejad a presidente. Fra il 2017 e il 2019 la causa delle proteste fu la condizione economica di grave crisi, creata dal regime con la corruzione, la sua inefficienza, e la valanga di risorse distratte dl paese per finanziare le milizie filo iraniane di larga arte del Medio Oriente oltre che per l’impennata dei prezzi della benzina. E le grandi, imponenti manifestazioni scandite dallo slogan “donna, vita, libertà” a seguito della brutale uccisione della giovane Mahsa Amini accusata dalla polizia morale di aver indossato il velo in modo non conforme alle regole.
Tutte queste sollevazioni furono schiacciate con estrema durezza dal regime, in particolare quelle di “donna, vita, libertà”, quando le forze di sicurezza spararono apertamente sulla folla. Il bilancio fu di 550 vittime e 22000 arresti, e da allora le esecuzioni capitali hanno raggiunto cifre spaventose, con un ritmo anche di 6 impiccagioni al giorno. Ma quel fuoco non fu mai davvero spento e rimase a covare sotto la cenere, pronto a riesplodere ad ogni occasione.
Il 64% della popolazione iraniana è sotto i 35 anni, e i giovani (anche se certo non solo loro) non ne possono più della soffocante oppressione teocratica degli ayatollah / dinosauri con i loro neri turbanti e loro barbe bianche, che vogliono regolare con fanatismo qualunque aspetto della vita personale, dei rapporti affettivi, delle musiche lecite e di quelle vietate, e decidere persino come si può vestirsi oppure no, e che costringono le donne da 40 anni in un umiliante ruolo di sottomissione.
Certo, il fronte dell’opposizione iraniana non è compatto ma frammentato.
Alcuni sognano la democrazia di stampo liberale, altri il ritorno dello Shah, altri ancora soluzioni più “di sinistra” o un miglioramento della propria condizione economica, ma certamente tutti vogliono la libertà e la fine di un regime oppressivo e violento che impone con la forza un’implacabile morale pubblica.
E bisogna inoltre ricordare che le condizioni materiali del paese sono giunte a un livello insopportabile, con l’inflazione salita al 40% e una svalutazione del Rial dell’86%, solo per rimanere all’ultimo anno.
Va considerato che il popolo sa benissimo che larga parte delle scarse risorse del paese sono state consumate per finanziare e armare le milizie filo iraniane di tutto il Medio Oriente. Da Hamas a Gaza, al potente Hezbollah libanese, al regime tirannico –ora crollato in 15 giorni- di Assad in Siria, e perfino allo Yemen degli houti. Questa volta tuttavia, a fianco dei giovani e delle donne, ci sono le forse della “borghesia del bazaar” e i ceti popolari, gli operai, e anche molti funzionari pubblici, oltre ai movimenti di tutte le minoranze etniche, che nella Repubblica Islamica sono oppresse ed emarginate. E proprio per tali ragioni, questa rivolta rivoluzionaria è diversa e molto più pericolosa per gli ayatollah di quelle che la hanno preceduta.
Per la prima volta il regime appare debole, anche perché la sua rete di alleati regionali e soprattutto Hezbollah in Libano è stata disarticolata da Israele a seguito dell’orrendo massacro del 7 ottobre. Perfino la Siria oggi cerca il rapporto con l’Occidente e con Israele, e considera l’Iran –sciita- un pericoloso nemico.
E anche se non viene molto sottolineato, la defenestrazione di Maduro costituisce un duro colpo per il regime iraniano perché con Maduro il Venezuela rappresentava un asset importante per l’Iran, un santuario per Hamas ed Hezbollah, un partner per gli armamenti e un paese grazie al quale l’Iran poteva aggirare in larga misura l’embargo sulla sua vendita di petrolio.
Sulla Repubblica Islamica incombe poi la minaccia di un nuovo intervento americano, che segnerebbe probabilmente questa volta la caduta del regime. Tuttavia secondo alcuni analisti invece il regime iraniano può ancora resistere, potendo contare ancora sulla forza, la lealtà, e la spietatezza delle sue forze di “sicurezza” (anche perché i membri di tali forze sanno benissimo che se il popolo vincerà per loro non ci sarà perdono) e pertanto può benissimo sopravvivere anche a questa nuova tempesta.
L’esito finale è incerto, e per scommettere è ancora troppo presto.
Quello che è certo invece è che l’Occidente, le Democrazie, questa volta, non possono voltarsi dall’altra parte e che un aiuto a un popolo eroico che lotta e muore per la libertà va assolutamente fornito.
Le forme e i modi possono variare. Ma la necessità di questo aiuto è ormai, per l’Occidente, un dovere morale, una necessità ineludibile.

