di Matteo Bettini
In un Paese che vive per lo più di servizi e piccole imprese, lo Statuto dei Lavoratori non può restare un monumento intoccabile ma deve essere ciò che era nelle intenzioni originarie: uno strumento vivo, capace di accompagnare le trasformazioni del lavoro senza dimenticare la centralità della persona.
Oggi accanto al lavoratore subordinato “classico”, esiste una moltitudine di figure: collaboratori continuativi, freelance di fatto dipendenti, partite IVA monocommittenti, rider, professionisti che vivono in una zona grigia tra autonomia formale e dipendenza economica sostanziale. Qui lo Statuto, così com’è strutturato non arriva, e dove non arrivano le tutele, annida la precarietà.
Si dovrebbe partire dal presupposto che il progresso è vero solo se protegge chi lavora, per questo ci vorrebbe una riforma che ampliasse lo Statuto includendo tutte le forme di lavoro economicamente dipendente, a prescindere dall’etichetta giuridica. Una partita IVA che lavora per un solo committente non è un’impresa: è un lavoratore che merita orari sostenibili, compensi equi, contributi proporzionati e protezioni contro gli abusi.
In questo scenario, anche il sindacato dovrebbe cambiare pelle.
Non può più limitarsi alla fabbrica, deve entrare nei coworking, nei magazzini, nelle piattaforme digitali e diventare un presidio di organizzazione diffusa, capace di rappresentare non solo chi ha un contratto stabile, ma anche chi vive in condizioni di incertezza quotidiana.
Più servizi, più contrattazione di filiera, più presenza nei territori: una nuova forma di mutualismo moderno che sappia unire ciò che il mercato tende a frammentare.
Riformare lo Statuto significa riconoscere che il lavoro è molto più vario di cinquant’anni fa, ma non per questo meno degno.
La Lombardia, laboratorio storico del riformismo socialista, ci ricorda che la modernità è forte solo quando è giusta.

