Non sappiamo esattamente quando Irene Nemirowsky abbia scritto questo racconto breve. Del resto la maggior parte delle sue opere risultano pubblicate postume, molti anni dopo la sua morte, avvenuta ad Auschwitz nel 1942. Sappiamo che ci sono due soldati, e scopriamo poco per volta che quei due soldati sono anche fratelli. C’è una fotografia che interroga entrambi, e li sorprende.
È un racconto di straordinaria intensità narrativa su ciò che ignoriamo della vita degli altri, e della nostra, e che solo il buio dei momenti più neri ci porta a capire e sentire simile, tanto simile, a noi.
La storia si dipana in una notte limpida e tersa del maggio 1940. I tedeschi sono da poco entrati in Belgio. In una non meglio precisata stazione ferroviaria, i due fratelli Claude e Francis aspettano il treno che li riporterà sul fronte a combattere. Riuniti da una licenza per il matrimonio della sorella, aspettano il loro treno e cercano di difendersi dal freddo standosi accanto, e narrandosi la vita.
Così, Claude racconta che quattro mesi prima, durante una perlustrazione, ha ucciso un soldato tedesco per salvarsi da un’imboscata e, frugando nelle sue tasche, ha trovato una fotografia che ancora lo inquieta. Perché quel giovane militare sconosciuto, ammazzato per difendersi, somigliava così tanto al loro padre già dichiarato disperso e creduto morto da oltre vent’anni?
Durante il loro mesto confronto notturno, i due fratelli scoprono che quel loro padre, mai più tornato in Francia dopo la prima guerra mondiale, avrebbe potuto benissimo rifugiarsi in Germania e lì farsi una nuova vita, con una nuova donna, e altri figli: sì, il soldato ucciso non può non essere loro fratello. La fotografia recuperata dalle sue tasche mostra un uomo con le identiche cicatrici del padre, e quell’uomo firma la fotografia dedicandola proprio “all’amato figlio Franz“. Allora Claude e Francis hanno un fratello tedesco, Franz, un fratello nemico! Nemico per volere di leggi che non sono quelle familiari, né quelle degli affetti, e che solo per un’assurda e tragica casualità diventano dramma.
Ha qualcosa di classico, questo racconto. Di classico, e di sacro, come l’Antigone di Sofocle. Perché proprio come il grande tragediografo greco, anche la scrittrice ucraina si chiede quanto possano contare le leggi dello Stato nella vita degli uomini. Il peso di un affronto simile può davvero essere tollerato da un individuo? E a quale prezzo? Quindi non è solo per la tematica, né solo per le origine ucraine dell’autrice, che il pensiero va ai fratelli che si sono ritrovati in guerra al confine tra Russia e Ucraina. Oggi, come ieri, al confine tra Bosnia e Croazia, o ancora in Sudan, in Congo, o in Libano, in Siria e in tutte quelle zone del pianeta che troppo spesso dimentichiamo.
Sono 18.000 i morti, dei quali 1.000 civili, e decine di migliaia i feriti dall’inizio del conflitto russo-ucraino nel febbraio 2022. I dati sono riportati dalla Missione di monitoraggio delle Nazioni Unite nel Paese in guerra.
Ma sapere che nel primo anno di conflitto sono morti circa 76’700 militari russi e 17’200 combattenti ucraini, ci rende la cosa più asettica? I numeri, i freddi calcoli, riescono a cancellare la storia di popoli che da sempre possono considerarsi fratelli? E quante sono le famiglie che si sono ritrovate lacerate a causa del volere prevaricante di Mosca, e hanno dovuto fare la conta dei fratelli ucraini e dei fratelli russi? E quanti, di questi fratelli, hanno dovuto uccidersi al fronte?
Lo Sconosciuto, quindi, può essere mio fratello. La Nemirowsky suggerisce che il nemico può essere un fratello: in ogni battaglia un Caino uccide un Abele, perché gli uomini sono fratelli, e sono le circostanze o i discorsi ideologici a trasformarli in nemici, creando un inaccettabile caos tragico.
C’è un aneddoto che risale alla prima guerra mondiale e può essere utile a riassumere la filosofia di questo racconto. Un giovane soldato austriaco viene condotto al fronte; il suo comandante lo chiama, gli ordina di imbracciare il fucile e andare verso le linee nemiche; arriva quindi l’ordine di sparare ma, al momento di far fuoco, il giovane soldato austriaco getta per terra il fucile e grida “Nein, es gibt Menschen da!“ – No, ci sono uomini lì davanti! e si rifiuta di uccidere. Per questo sarà arrestato, giudicato davanti alla corte marziale e giustiziato.
E se invece che una sola vittima per insubordinazione, da entrambe le parti del fronte tutti avessero avuto l’identica reazione del giovane austriaco? Forse, col racconto della nostra cara Irene in tasca, bisognerebbe gettare le armi e urlare “Nein, es gibt Meine Bruder da!”– No, ci sono i miei fratelli lì davanti!

