Mi ricorda, sta storia dello scendiletto, una vecchia canzone di Tony Renis nella quale il protagonista, per amore esagerato di una donna, era disposto anche a mettersi a quattro zampe quando lei si alzava al mattino. Qui invece é un’accusa. Malevola alquanto. L’ha formulata, riprendendola dal leit motiv di Conte, una giornalista famosa. E la Meloni dopo la polemica di Trump e con Trump ha voluto accennarla polemicamente: “Ero io lo scendiletto?”. Sinceramente oggi l’epiteto fa un un pò ridere e non solo perché, date le proporzioni dei due, si tratterebbe di vero e proprio sbracato sfondamento, ma anche perché la risposta all’accusa di Trump all’Italia dimostra, quanto meno, che il governo italiano sa difendere la propria dignità. Quanto a Trump ormai non c’é più niente che non si sia detto. Anche in America si cercano le prove di una malattia mentale che lo porterebbe ad offendere tutti in preda a un misto di insicurezza, arroganza e misoginia congenita, come sostiene la nipote di Trump, Mary Trump, di professione psicologa. Per lui l’insulto é pane quotidiano. Mai si é verificato in passato che un presidente americano offendesse i suoi alleati, annunciasse a sorpresa una pace dove continuava la guerra, dopo aver annichilito il mondo parlando della volontà di distruggere un’intera civiltà, facesse rapire un capo di stato e ammazzare un altro, che non erano, sia ben chiaro, stinchi di santo, prendesse in giro gli iraniani dissidenti annunciando un cambio di regime, il regime sanguinario degli Ayatollah, per poi firmare una proposta di tregua in 14 punti in cui ad esso non si fa menzione. Ci resta, per il momento, solo l’Europa, solo la vecchia Europa, che dopo aver scatenato due conflitti mondiali e generato alcuni tra i peggiori regimi dell’epoca moderna, da oltre 80 anni ha trovato pace e dal 1989 unità. Ma che continua a tracheggiare scodinzolando attorno al tema centrale: la sua unità politica. Chiunque governerà l’Italia nei prossimi anni dovrà misurarsi con questo tema, non solo della difesa comune (e qui mi pare che i quattro amici al bar faranno molta fatica), ma anche del bilancio comune. A proposito dei quattro, bisogna prendere atto che il campo largo e cioè l’union de la nouvelle gauche, un insieme di integralisti, massimalisti e populisti, ha timbrato la sua identità e i suoi confini. Poi, per l’amor di Dio, per altri c’é posto. In piedi o in seconda classe. E Renzi, e Magi, e Maraio? Sono bene accetti, Renzi di meno, ma si apprestino ad accettare un programma e un leader scelto da altri. Fratoianni é stato chiaro, niente Jobs act e abolizione dell’articolo 18. Cioè Renzi non solo non ha diritto a mettere gli occhi nella cabina di regia, ma deve essere contro Renzi che quei provvedimenti ha adottato. Sempre di più si fa strada e spazio l’area riformista che al bipolarismo italiano non intende piegarsi. E men che meno fare da scendiletto né a Trump né ai quattro cavalieri dell’Apocalisse.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


2 commenti
Francamente, non mi pare affatto che la nostra Presidente del Consiglio abbia avuto una condotta da scendiletto, e neppure un atteggiamento tentennante, allorché il Governo, a fine marzo, ossia circa tre mesi fa, non ha consentito agli USA l’uso della base di Sigonella (un luogo ritornato così di attualità dopo l’ottobre 1985).
Dipoi, a proposito del dover “prendere atto che il campo largo e cioè l’union de la nouvelle gauche, un insieme di integralisti, massimalisti e populisti, ha timbrato la sua identità e i suoi confini”, mi viene di fare una riflessione sul come potrebbe evolversi il quadro politico di casa nostra (il condizionale è ovviamente d’obbligo).
Non è sicuramente da escludere che si faccia sempre di più “strada e spazio l’area riformista che al bipolarismo italiano non intende piegarsi” (specie se, come mio semplice ed opinabile parere, saprà dimostrare la propria equidistanza dai due poli), ma potrebbe pure presentarsi un’altra e anche differente circostanza.
Potrebbe cioè succedere che una parte di quell’elettorato cosiddetto moderato, e potenzialmente predisposta a guardare con favore l’area riformista, avverta una crescente preoccupazione verso le posizioni della “nouvelle gauche”, tanto da volerne aumentare la distanza, orientando a destra il proprio voto.
I decenni che abbiamo alle spalle sembrano consegnarci una regola, ossia quella che ogni qualvolta la sinistra ha puntato a “demonizzare” l’avversario politico, per metterlo “fuori gioco” e prenderne il posto nella guida del Paese, semmai senza passare per il voto, si è poi trovata a dover fare i conti con una destra premiata dalle urne.
Paolo Bolognesi 21.06.2026
Letta negoziò in primis con Calenda, che accettò. Peccato che il giorno successivo Letta parlasse con AVS.
“Eh no” – disse Calenda – questi sono di sinistra; non ci sto più”. Fu così che vinse la Meloni.
Serviranno a tavola una pietanza simile anche stavolta?