Al convegno organizzato dall’Associazione culturale Omnia Nos, che ho l’onore di presiedere, ne abbiamo parlato con illustri relatori che hanno trascorso decenni di attività professionale nelle strutture della Sanità nazionale. È emerso un quadro che desta qualche preoccupazione, ma sono state anche delineate delle linee risolutive che dovrebbero essere perseguite per migliorare il sistema sanitario. Di seguito qualche spunto riguardante la presentazione della problematica e del successivo dibattito.
In sostanza, le liste di attesa non sono soltanto un disagio quotidiano per milioni di cittadini: rappresentano la cartina di tornasole della crisi sistemica che attraversa il Servizio Sanitario Nazionale. Dietro ogni mese di attesa per una visita specialistica, dietro ogni rinvio di un esame diagnostico, si cela la fragilità di un modello che, pur fondato su principi di universalità e uguaglianza, è oggi ostaggio di frammentazioni istituzionali e logiche politiche.
La frammentazione regionale e la politicizzazione del sistema
Nonostante le più recenti misure mirano a garantire un accesso più equo e tempestivo ai servizi sanitari con l’introduzione della Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa (PNLA) che consente di monitorare i tempi di attesa sulla base dei dati forniti dalle Regioni, non si è arrivati ad una condizione che soddisfi le esigenze di diagnosi e cura in modo tempestivo. Ma un piccolo dubbio sorge spontaneo, cioè se i dati trasmessi dalle regioni a livello centrale corrispondono davvero alla realtà della situazione sul territorio. Questo perché troppe volte viene sbandierato l’azzeramento delle liste d’attesa, specie in campagna elettorale, mentre la realtà è ben diversa.
Attualmente, la gestione della Sanità è affidata alle Regioni, con il risultato che si è configurato un mosaico disomogeneo. In alcune aree del Paese l’accesso alle cure è relativamente rapido e garantito, in altre le liste di attesa diventano un percorso ad ostacoli che spinge i cittadini verso il privato, con costi insostenibili e un evidente tradimento del principio di equità. La regionalizzazione, anziché avvicinare i servizi ai cittadini, ha accentuato le disuguaglianze territoriali, trasformando il diritto alla salute in un privilegio variabile a seconda del codice di avviamento postale.
La sanità è divenuta terreno di scontro politico e di gestione clientelare. Le nomine ai vertici delle aziende sanitarie, spesso più legate all’appartenenza partitica che alla competenza, hanno reso la governance un campo di battaglia ideologico, dove la programmazione strategica cede il passo alla convenienza elettorale. Pertanto, le liste di attesa non sono percepite come emergenza da risolvere, ma come problema da gestire comunicativamente, con annunci e piani straordinari che raramente incidono sulla realtà.
La rinuncia alla cura e le disuguaglianze sociali
Dietro le statistiche si nasconde un dramma silenzioso: cittadini che rinunciano a curarsi, diagnosi tardive che aggravano le patologie, famiglie costrette a indebitarsi per rivolgersi al privato. L’attesa per un esame diagnostico può trasformare una patologia curabile in una malattia grave e irreversibile, con conseguenze devastanti non solo per la salute individuale ma anche per la sostenibilità del sistema, che si trova a dover affrontare cure più complesse e costose.
Le liste di attesa amplificano le fratture sociali. Chi dispone di maggiori risorse economiche può aggirare l’ostacolo rivolgendosi al privato, mentre i più fragili restano penalizzati, intrappolati in un’attesa che diventa discriminazione. La sanità pubblica, nata per garantire uguaglianza, rischia di trasformarsi in un sistema duale: rapido e accessibile per chi paga, lento e incerto per chi non può. È una deriva che mina il principio stesso di solidarietà su cui si fonda il Servizio Sanitario Nazionale
I modelli europei
Alcuni Paesi europei hanno già affrontato con decisione il problema delle liste di attesa, adottando strumenti che l’Italia dovrebbe considerare:
– Regno Unito: introduzione di target nazionali vincolanti e sistemi di monitoraggio pubblico, con tempi massimi garantiti per visite ed esami. La trasparenza dei dati ha reso i cittadini consapevoli e ha costretto le strutture a rispettare gli standard.
– Francia: maggiore integrazione tra pubblico e privato convenzionato, con un sistema di rimborso che riduce le disparità e garantisce tempi più rapidi per le prestazioni essenziali.
– Germania: utilizzo di piattaforme digitali centralizzate per la prenotazione, che consentono di distribuire meglio la domanda e ridurre i colli di bottiglia.
– Paesi nord Europa: forte investimento sul personale sanitario e sulla medicina territoriale, con un approccio preventivo che riduce la pressione sugli ospedali e quindi sulle liste di attesa.
Possibili linee risolutive per ridurre le liste di attesa
Trasparenza e monitoraggio pubblico
È importante far capire cosa succede con le liste di attesa, si potrebbe migliorare la piattaforma digitale nazionale in modo che visibilità dei tempi di attesa per ogni prestazione e struttura possa consentire ai cittadini di confrontare i dati e scegliere dove prenotare, come già accade in Germania.
Il ricorso alla digitalizzazione è fondamentale, in quanto consentirebbe di implementare un sistema unico di prenotazione online, interoperabile tra Regioni, per distribuire meglio la domanda e ridurre i colli di bottiglia, anche riservando corsie preferenziali per anziani e malati cronici.
Definizione di tempi massimi garantiti a livello nazionale
Si potrebbero stabilire per legge tempi standard per visite ed esami (es. 30 giorni per una visita specialistica, 60 per un esame diagnostico) e pubblicare mensilmente i dati di rispetto degli standard, come avviene nel Regno Unito con il National Health Service (NHS). La trasparenza del sistema è un requisito fondamentale.
In tale ottica, si potrebbe rafforzare la collaborazione con il privato accreditato, garantendo il rimborso delle prestazioni presso strutture private quando il SSN non rispetta i tempi prestabiliti, così come accade in Francia dove il sistema di rimborso riduce le disparità e accelera l’accesso.
Inoltre, è necessario puntare sull’aumento del numero di medici e infermieri, riducendo il ricorso a contratti precari e rafforzare la medicina territoriale, come nei Paesi nordici, per alleggerire la pressione sugli ospedali.
Depoliticizzazione della governance sanitaria
La selezione dei vertici delle aziende sanitarie deve prevedere criteri di selezione basati su competenza e merito per i vertici delle aziende sanitarie. Per questo, si potrebbe istituire un’agenzia nazionale indipendente, che vigili sulle nomine, sulla programmazione e sugli standard, sottraendo la gestione alle logiche di appartenenza politica.
Fruibilità del sistema e credibilità democratica
Molto è stato fatto e molto c’è ancora da fare per eliminare o quantomeno ridurre al massimo l’attesa per una vista specialistica o per un esame diagnostico. Le procedure devono essere note, pubblicizzate e accessibili il più possibile, per agevolare quei cittadini che hanno meno dimestichezza con i dispositivi informatici. L’Autorità nazionale, oltre a ricevere i dati dalle Regioni, dovrebbe verificare la reale situazione sul territorio e valutare lo stato di soddisfazione della cittadinanza.
La crisi delle liste di attesa è, in ultima analisi, una crisi di credibilità della democrazia italiana. Quando il diritto alla salute diventa incerto, quando l’accesso alle cure dipende dalla geografia e dalle logiche di potere, si incrina il patto sociale che regge la convivenza civile.
Non basta invocare nuove risorse: serve un cambio di sistema sanitario, ricercando un modello che restituisca centralità alla programmazione nazionale, sottragga la sanità alle logiche di appartenenza politica e riaffermi il principio che la salute è un bene pubblico, non una merce né un terreno di conquista elettorale.

