Aumentano i tempi per ottenere una visita specialistica o un esame diagnostico. E aumentano i relativi incassi. La cura contro le liste d’attesa nella sanità non sta funzionando. I 520 milioni stanziati dal governo a tal fine, quelli previsti dalla legge di bilancio 2023, non sono serviti. E nove milioni di italiani sono in difficoltà per le visite, talmente in difficoltà da chiedere soldi in prestito. Al contempo, il ricorso al finanziamento per le spese sanitarie sta diventando una pratica diffusa: la percentuale dei prestiti, infatti, è aumentata del 6,6%. La metà degli utenti tende ormai a rivolgersi al privato. E gli altri aspettano.
Oggi oltre la metà dei cittadini è in coda per una prestazione sanitaria. Barbara Cittadini, presidente dell’Aiop (Associazione delle cliniche private) dice: «Il 51,6% di loro di fronte alla barriera delle liste di attesa è costretta per curarsi a intaccare il proprio patrimonio. E questo vale anche per le classi di reddito più basse». L’11,9% degli italiani finisce dai medici che lavorano sia nel pubblico che nel privato. Ivano Russo, presidente di Onws (Osservatorio Nazionale Welfare & Salute) afferma: «Meno del 5% è coperto dalla mutualità integrativa che mette al riparo dal dover affrontare spese catastrofiche, o dal trovarsi in difficoltà economiche. Come già è stato per 9 milioni di italiani».
I settori medici che fanno registrare i peggiori ritardi sono quelli di ginecologia e urologia. Alla Asl 1 di Napoli i tempi sono rispettati solo nel 6,5% dei casi. Sotto il 50% per entrambe le priorità Liguria e Puglia, mentre il Piemonte è al 33% per le prestazioni differibili, e al 51,6% per quelle indifferibili. Una risonanza magnetica in Liguria viene erogata entro un mese solo nel 29,4% dei casi. In Piemonte la stessa voce è al 38,3%, nel Lazio al 42,5%. Con le gastroscopie la percentuale del 50% si raggiunge solo a Napoli. Nelle altre regioni, solo in un caso su dieci i tempi vengono rispettati. Per una visita cardiologica a Torino si aspettano anche 9 mesi, e ne servono cinque per una risonanza magnetica al cranio. A Roma ci vogliono 8 mesi per una RNM e 5 per una gastroscopia.
Poi c’è il problema del finanziamento ai prestiti privati: secondo le stime di Facile.it la richiesta è aumentata del 6,6%, e il 34,4% degli italiani con un reddito inferiore a 15 mila euro/anno si rivolge al settore privato pur di aggirare le liste d’attesa. La stessa cosa la fa per il 40,2% di chi ha un reddito di poco superiore. Altri dati incrociati dimostrano che chi ha più bisogno è costretto a rinunciare con maggiore frequenza alle cure.
Nel frattempo, a fine marzo il Governo si è dichiarato pronto a lanciare un ulteriore piano straordinario di circa 600 milioni l’anno, da replicare fino a fine legislatura, per debellare le liste d’attesa. I fondi dovrebbero servire non solo a pagare l’extra lavoro di medici e infermieri, ma anche per acquistare dalle strutture private le prestazioni necessarie, se gli ospedali pubblici non ce la fanno con le loro forze. Ma rispetto al passato le risorse non saranno distribuite a pioggia alle Regioni che, del resto, neanche davanti alla grande domanda di cure del post-pandemia sono state capaci di spenderli tutti. Stavolta i soldi saranno assegnati dal ministero della Salute direttamente alla singola Asl dove le code si rileveranno più lunghe. I dati saranno forniti puntualmente da uno specifico monitoraggio, il cui meccanismo è ancora in fase di approntamento.
Per tagliare le lunghe attese a cui sono condannati i pazienti si lavorerà anche all’unificazione delle agende delle prenotazioni degli ospedali pubblici e di quelli privati convenzionati, così i Cup potranno smistare le richieste dei cittadini lì dove c’è posto (oggi questa unificazione ancora non è ancora a regime, in molte zone d’Italia). Infine c’è la parte più complessa del piano, che nel lungo periodo può portare risultati molto significativi: quella della cosiddetta «appropriatezza prescrittiva». Oggi i medici anche per difendersi da eventuali cause (un altro fronte sul quale il Governo dice di lavorare, con la riforma della “colpa medica”) preferiscono prescrivere un esame o una visita in più per tutelarsi, ma spesso si tratta di prestazioni non davvero necessarie al paziente. Il problema è che questa iper-prescrizione contribuisce a ingolfare il sistema, e quindi ad allungare ancora di più le liste d’attesa. Da qui l’idea di affidare all’Istituto superiore di Sanità il compito di stilare apposite linee guida sui percorsi di cura, che indicheranno le prestazioni appropriate da prescrivere, a cui i medici si dovranno adeguare per limitare inutili sprechi.
Il piano sulle liste d’attesa prenderà corpo con un decreto legge che dovrebbe vedere presto la luce, ma sicuramente prima delle elezioni europee di giugno. La nuova normativa d’urgenza punterà anche all’autonomia degli ospedali: in base a un monitoraggio molto dettagliato, condotto a livello di singolo ospedale, l’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) saprà dire con precisione dove una struttura sanitaria fa più fatica ad assicurare un ricovero, una tac o una lastra. Oggi, purtroppo, non ci sono dati ufficiali. Così, per esempio, se l’Asl di Matera si dimostrerà in affanno, arriveranno i fondi del ministero per accorciare le liste d’attesa: con quei soldi, cioè, la struttura pagherà di più il personale per fare gli straordinari, o ricorrerà alla rete di strutture private accreditate per acquistare quella specifica prestazione che ha più coda.
Stiamo raschiando il fondo del barile e, peggio, lo stiamo facendo sulla pelle degli ammalati.

