di Carmine De Pascale
L’escalation
Il recente blitz delle forze americane su Caracas è avvenuto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, nel contesto dell’operazione denominata “Absolute Resolve”, durata circa due ore e venti minuti. Come da prassi militare, gli aerei hanno smantellato le difese aeree venezuelane in modo che gli elicotteri potessero entrare nella città e consentire alle forze speciali di “estrarre” il presidente Nicolas Maduro e la moglie Cilia Flores. L’attacco ha portato il governo venezuelano a dichiarare lo stato di emergenza e a proclamare una lotta armata per difendere la sovranità nazionale.
Solo qualche giorno prima, Trump diceva che era stata distrutta una grande struttura legata alla droga, annunciando un raid contro una zona portuale in Venezuela. Nessun riferimento preciso per quello che è stato l’ultimo episodio di oggi, apice di un’escalation partita mesi fa.
Era agosto quando la procuratrice generale americana Pamela BONDI annunciava una taglia da 50 milioni di dollari sulla testa del Presidente Maduro, accusato di essere ai vertici di un cartello della droga e di un traffico di tonnellate di stupefacenti verso gli Stati Uniti.
Cominciava la caccia ai pescherecci utilizzati per trasportare droga. L’episodio più eclatante è quello del 2 settembre condotto con un doppio attacco a una nave che scatenò polemiche nel Congresso. Nelle settimane successive, vi sarebbero anche stati contatti, forse decisivi, tra Trump e la leader dell’opposizione venezuelana Corinna Machado, insignita del Nobel per la Pace.
La presenza di navi e aerei d’attacco americani al largo del Venezuela si faceva massiccia e il 10 dicembre dalla portaerei Gerald Ford, la portaerei più grande al mondo, partiva l’azione per il sequestro di una petroliera. Dieci giorni dopo, un secondo sequestro. Le navi per Washington trasportavano petrolio sanzionato verso l’Iran. Negli stessi giorni Trump ordinava il blocco totale delle petroliere sanzionate.
Il 24 dicembre è stato probabilmente un altro attacco USA a provocare un’esplosione in un’azienda chimica vicino Maracaibo, 100 km dal confine colombiano.
Le possibili motivazioni dell’attacco
Il governo statunitense (oltre che l’Unione Europea) ritiene Nicolas Maduro un presidente illegittimo e il suo regime è effettivamente brutale: le Nazioni Unite hanno stimato che negli anni abbia ucciso migliaia di dissidenti e oppositori.
Tuttavia, la giustificazione più frequente data dall’amministrazione Trump è che il Venezuela sia responsabile di traffico di droga verso gli Stati Uniti. Maduro stesso è incriminato negli Stati Uniti per “narcoterrorismo” e Trump ha sostenuto che in questo modo ha “ucciso molti americani”. Ma sembra che il grosso della droga che circola negli Stati Uniti provenga invece dal Messico, come il “fentanyl” che ha origini cinesi e viene raffinata in Messico, mentre quella che arriva dal Venezuela sarebbe minoritaria.
Il Venezuela di Maduro era da tempo nel mirino di Trump, soprattutto perché Russia e Cina avevano aumentato di molto i loro interventi a sostegno del regime del Paese che dispone delle maggiori riserve petrolifere al mondo. Da tempo il Venezuela era divenuto grande fornitore di greggio dei Paesi avversari degli Usa: Cina, Russia e Iran, oltre a Cuba. Una situazione intollerabile, agli occhi di Trump. In questo senso è possibile che non sia totalmente infondata l’accusa formulata dai portavoce del regime dell’ormai deposto Maduro: il controllo delle risorse energetiche del Paese come vera causa dell’intervento americano.
E’ probabile che la droga sia stata usata da Trump anche come pretesto per aggirare le norme che gli imporrebbero di consultare il Congresso prima di intraprendere azioni militari all’estero non imposte dall’urgenza di rispondere a un attacco improvviso. Norme che consentono interventi immediati, senza approvazione parlamentare, contro organizzazioni terroristiche che minacciano gli Usa: legge usata dall’Amministrazione Bush per gli attacchi contro i talebani e Al Qaeda e poi, nel 2003, contro l’Iraq.
Washington dichiara che gli attacchi a imbarcazioni straniere in acque internazionali e lo stesso intervento diretto contro il dittatore venezuelano sono legittimi in quanto non sono atti di guerra ma operazioni antiterrorismo.
Trump ha infatti «declassato» Maduro da leader del Venezuela a «narcoterrorista», definendolo capo del Cartel de “Los Soles”, gruppo di trafficanti di droga dichiarato dal governo statunitense come un’organizzazione terroristica straniera.
Le possibili conseguenze
Al di là di conseguenze geopolitiche prevedibilmente vaste, questo intervento non potrà che indebolire ulteriormente il sistema delle regole del diritto internazionale. Non a caso i primi ad accusare Trump di violare quelle norme sono stati i russi: cioè il regime che quattro anni fa ha dichiarato l’invasione di un Paese sovrano, l’Ucraina, non una guerra ma un’”operazione militare speciale”.
Ora invece l’attacco di Trump in Venezuela «fornisce giustificazione ai regimi autoritari di Cina, Russia e altri, che vogliono spadroneggiare sui loro vicini», come ha scritto il New York Times in un editoriale del 3 gennaio scorso “Trump’s Attack on Venezuela Is Illegal and Unwise” molto duro in cui ha definito “illegale e insensato” l’attacco degli Stati Uniti.
Se un intervento militare unilaterale per rovesciare un governo, per quanto autoritario, viene “normalizzato”, oggi il bersaglio è Maduro, domani potrebbe essere un altro leader in un altro continente, in nome di un’altra emergenza. Il diritto internazionale vive anche di precedenti: ogni eccezione, se non viene chiaramente circoscritta, rischia di trasformarsi in regola implicita.
Conclusione
Molti venezuelani, stremati da anni di miseria e repressione, possono provare un comprensibile sollievo di fronte alla caduta di Maduro. Ma il problema non è scegliere se gioire o indignarsi: è tenere insieme le due emozioni e chiedersi cosa accadrà e come verrà gestita la situazione.
Infatti, la vera prova non sarà la gestione delle prime ore dopo l’attacco, ma ciò che verrà dopo: la transizione politica a Caracas, la capacità (o incapacità) della comunità internazionale di costruire un percorso condiviso, la risposta di Russia, Iran e degli altri attori coinvolti. Se questo intervento diventerà l’ennesimo capitolo di una storia di instabilità e sfiducia o l’inizio di una ricomposizione faticosa ma più giusta.


1 commento
Trump è capace anche di far sgomberare l’ONU da New York!