Ci siamo accorti che l’estrema destra avanza nel mondo, e che il quadro è inquietante? Con le elezioni spagnole del 23 luglio scorso e quelle polacche del 15 ottobre ci siamo illusi: la sconfitta dei “meloniani” di Vox, insieme ai polacchi del PIS, altro partito amico di Fratelli d’Italia, non sono bastate. La recente netta vittoria di Geert Wilders nei Paesi Bassi, antieuropeista che definisce l’Islam come “l’ideologia di una cultura ritardata” e chiama “feccia” i marocchini, riporta in primo piano l’ascesa di un’estrema destra particolarmente aggressiva. Vero è che le circostanze internazionali hanno aiutato Wilders e i suoi fratelli: l’uomo della strada è stanco della guerra in Ucraina. Il bagno di sangue in Medio Oriente ha riacutizzato la paura del terrorismo islamico in tutta Europa. E quando gli elettori sono impauriti è facile conquistarli con lo spauracchio di possibili attentati e sicuri migranti. La tensione è chiara anche in Italia, come dimostra l’ultimo sondaggio Demos di Ilvo Diamanti: una larga maggioranza di italiani ritiene che il governo Meloni durerà a lungo, e il 51% è convinto che Giorgia resterà in carica finora alla fine della legislatura – per demerito dell’opposizione, più che per merito del governo.
Ma le circostanze non bastano a spiegare l’imprevisto trionfo dell’olandese Wilders. E’ sufficiente guardare una cartina del continente per rendersi conto che l’estrema destra è già al governo in sei paesi e in un settimo (la Svezia) offre un appoggio esterno indispensabile. In gran parte dei paesi UE i populisti sono il primo o il secondo partito. E se è vero che la vittoria di Javier Milei in Argentina ha scarso impatto sull’opinione pubblica europea, il possibile ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca potrebbe terremotare i nostri sistemi politici.
Certo è che l’arrivo di Wilders a guidare il governo olandese sarebbe uno choc, visto che in confronto a lui Giorgia Meloni è una leader moderata.
Le ombre dell’estrema destra si allungano dappertutto, in particolare in Francia e in Germania.
Le elezioni europee della prossima primavera saranno il primo test. Ma è già chiaro che il Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen e l’AFD di Alice Weidel saranno al centro dell’attenzione.
La leader dell’estrema destra francese sta dimostrando un’alta maestria nel trasformarsi in personaggio rispettabile e credibile: mai sopra le righe, tiene a bada l’estremismo nero circolante nel suo partito, ha completamente taciuto sulla vittoria di Milei e si offre perfino il lusso di votare qualche legge insieme agli altri partiti. Insomma: è uscita dal ghetto e l’RN è oggi il primo partito nei sondaggi francesi. E cosa fa Emmanuel Macron? Senza un vero progetto per il suo secondo e ultimo mandato, e senza maggioranza in parlamento, aiuta Le Pen.
La situazione non migliora sull’altra sponda del Reno: Olaf Scholz è un leader incolore, la coalizione rosso-giallo-verde è spesso divisa, l’economia tedesca è in recessione. La crisi energetica e il muro delle trasformazioni ecologiche spingono alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo cui la sinistra tedesca non trova risposta. Senza contare i giochini contabili nelle carte del bilancio, già censurati dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Così, l’AFD (Alternative für Deutschland) ascende nei sondaggi, rispecchiando lo smarrimento di un’opinione pubblica inquieta per la situazione economica, traumatizzata dall’invasione dell’Ucraina e sfibrata da un conflitto interminabile, e quindi più propensa ad ascoltare le sirene filo-russe e anti-migranti dell’estrema destra. Già da due decenni si sono individuate le cause di questa situazione, e tutte riportano alla contraddizione, fin qui insanabile, tra le popolazioni dei grandi centri urbani (ricche, integrate nella mondializzazione, sensibili ai diritti delle minoranze, paladine delle auto elettriche e delle biciclette) e gli abitanti di centri suburbani e delle province (sensibili all’inflazione, spesso tagliati fuori dalle grandi vie di comunicazione e in ogni caso costretti all’uso quotidiano dell’automobile, lontani dai medici e dai servizi pubblici).
Ma se la diagnosi è ormai condivisa da tutti, preoccupa la risposta delle forze politiche democratiche.
La destra ha una forte tendenza a inseguire i populisti ma, come diceva Jean-Marie Le Pen, “la gente vota l’originale piuttosto che la fotocopia“.
Quanto alla sinistra di governo, sembra aver abbandonato l’idea stessa di difendere i ceti economicamente più deboli, preferendo concentrarsi sulle minoranze e i diritti civili. E sembra non capire più il mondo che ci circonda: nessuna attenzione per la classe operaia, né per la scomparsa del ceto proletario, ormai frammentato e disomogeneo; e che dire del paraocchi sulla piccola borghesia, sempre più impoverita delle zone periferiche o rurali? Attenzione non pervenuta. Non a caso il PD e la SPD tedesca sono sotto il 20% nei sondaggi, e il Partito socialista che fu di Mitterrand galleggia attorno al 5-6 %. Solo il PSOE tiene botta in Spagna, mentre il Portogallo rischia di scivolare a destra fra qualche mese.
La socialdemocrazia europea avrebbe bisogno di un vero cambio di passo, ma per ora non si vede nessun leader con una vera visione capace di risvegliarla.
E’ finito il tempo di farci illusioni: il vuoto di idee a sinistra (ma anche nel campo moderato) alimenta il voto all’estrema destra e al suo fanatismo semplicista. Mentre la Fortezza da Basso si prepara ad accogliere, il 3 dicembre, il raduno voluto dalla Lega con gli alleati europei destrorsi, Salvini è stato tra i primi a complimentarsi per la vittoria “dell’amico Geert Wilders”, proclamando “a Firenze nascerà una nuova Europa, altro che inciucio coi socialisti!“.
Quousque tandem abutere patientia nostra? E chissà se Cicerone, almeno lui, scuoterebbe questa Sinistra dormiente d’Europa.

