“Adesso si può fare la pace” ha detto Donald, dopo che i suoi caccia sono tornati incolumi alle basi. Le parole educate per definire questo tipo di politica, se ancora davvero di politica si può parlare, sono finite. Avevano ragione i vari Huntington e Fukuyama e Hobsbawm quando dissertavano sul mutamento drastico degli equilibri internazionali. Avevano ragione (e hanno ragione) tutti coloro che senza il Muro di Berlino paventavano il parallelo crollo delle istituzioni che fino al 1989 avevano garantito almeno una parvenza di codificazione certa dei rapporti tra Stati.
“Adesso si può fare la pace”. E noi rimpiangiamo perfino Kruscev, quando si tolse la scarpa e la utilizzò per battere sul leggio durante quella famosa conferenza ONU. E rimpiangiamo Kennedy, quando sfiorò la guerra nucleare nella crisi di Cuba, ma resto’ fermo davanti alla prevaricazione russa. Ben saldo nei principi del diritto internazionale. Per non parlare di Reagan e Gorbacev, e dei loro trattati di smantellamento del nucleare e della riconciliazione est/ovest. O di Yitschak Rabin, la cui alta diplomazia fu ripagata perfino con la morte… Perché abbiamo collezionato anche questo, noi occidentali: un premio Nobel per la pace, assassinato.
Se è vero, come è vero, che i modi della guerra sono mutati, come può il presidente dello stato più potente del mondo non considerare quelle che possono essere le ritorsioni dell’Iran? L’AIEA ha già ribadito che non esistono ordigni nucleari pronti al lancio sul suolo iraniano. Quindi gli USA continuano a ingerirsi degli affari mondiali in modalità preventiva, scompaginando le pagine di tutti i trattati vigenti, fregandosene di Ugo Grozio e di tutti quelli che dello stato di diritto hanno cercato di farne unico baluardo di pace globale.
Ma chissà se Donald neppure sa chi è, Grozio. O se ha mai letto qualcosa di Hobbes… Però sa di certo che manovre simili possono scatenare ulteriori guerre non codificate, che oggi si chiamano attacchi terroristici. Sostenitori del regime degli ayatollah, fanatici islamisti e convinti anti-occidentali sono sparsi (quelli sì, non le testate atomiche) in tutto il pianeta. Colpire nel deserto iraniano non significa garantirsi l’esternalizzazione del conflitto: significa, al contrario, sollecitare la reazione dei terroristi pronti a massacrare gli infedeli ovunque si trovino.

Quale miopia politica! E quale arroganza. Che il diritto internazionale dei conflitti armati fosse diventata carta straccia ce ne siamo accorti dai tempi di Bush e di Desert Storm. Che il Palazzo di vetro serva solo, ormai, a portare avanti riunioni dense di amarcord e retorica, è un dato di fatto.
Eppure le parole di Rosario Aitala, vicepresidente della Corte Penale Internazionale, devono restare ferme: a fallire non è l’impalcatura del diritto internazionale, ma la politica. Siamo davanti al fallimento macroscopico della volontà politica di alcuni Stati di collaborare al bene comune superiore. Erano regole semplici: non fare a un altro Stato ciò che non vorresti fosse fatto al tuo. E questi leader dimenticano, cancellano, accecati da una sete di potere che porterà verso il baratro.
Perché megatecnologia, superarmamenti, ipercomunicazione e compagnia bella non servono a nulla di fronte all’incoscienza di certe canaglie. Secoli e secoli di trattative bruciate nel deserto. Non hanno capito che qui, ormai, nessuno si salva da solo. Inshallah.


1 commento
Brava.
It’s a long way to Tipperary.