Premessa
Che l’umanità abbia sempre più e, nonostante ciò, sia sempre meno felice è una verità. Poi per caso finisci in mezzo ai cannibali della Nuova Papua Guinea e li trovi tutti allegri che saltellano con una sola foglia arrotolata al pisello e una pessima igiene dentale, quasi al pari della nostra igiene mentale.
Si può concordare, rifacendosi ad un pessimismo storico di leopardiana memoria, sul fatto che gran parte di questa felicità derivi dalla loro mancanza di problemi secondari, non imminenti o legati strettamente alla sopravvivenza, e alla loro sostanziale ignoranza; e qui interviene Schopenhauer con il (tradotto in italiano) “beato te che non capisci un cazzo“.
E il resto? La minor parte? Non capiranno un cazzo, ma lo usano a sufficienza, ora non ho ben chiaro la complessità di arrotolarselo nella foglia di banano tipo sigaro cubano, però è sicuramente più semplice che stare a casa a martellarselo con la bibbia o con il prontuario del moralismo di nonna Antonia.
La nostra infelicità è direttamente proporzionale alla nostra castità, la storia e le ere ce lo dimostrano: i romani e i greci erano più felici dell’uomo del medioevo, negli anni ’80 eravamo più felici che nel 2024 e, se la “gran parte” dell’infelicità risiede in problemi economici, la minima parte sta in quelli sessuali. Che poi i problemi economici altro non sono che la mancanza di soldi, utili a comprare le cose. Cose di cui si farebbe a meno se si potesse fare sesso liberamente, senza dogmatismi e senza stigmi sociali.
Lo stato di natura
Che ci piaccia o meno, siamo esemplari del regno animale, nello specifico mammiferi, cioè coloro che depongono figli vivi. Siamo fatti anche di istinto e certi istinti rimangono atavicamente scolpiti nel nostro DNA, e ci spiegano comportamenti e inclinazioni che oggi assumono ai nostri occhi, le vesti del preconcetto.
Se torniamo alla notte dei tempi, capiamo perché gli uomini si trombano anche i tombini e le donne, perennemente incapaci di reciproca solidarietà, se la tirano. Alla base c’era la salvaguardia e lo sviluppo della specie: la monogamia era inesistente e le donne erano in numero superiore agli uomini. Alla donna il compito di generare e proteggere la prole, all’uomo quello di proteggere entrambi, garantendo la sopravvivenza della sua sub-comunità.
Gli uomini, minori nel numero, dovevano cercare di fecondare il più possibile. La donna avendo un corredo limitato di cellule uovo, ed essendo per nove mesi impegnata nella gravidanza, ha iniziato presto a selezionare l’esemplare maschile migliore, per far sì che i figli vivi deposti, tali rimanessero. Quindi nacque la competizione per assegnarsi l’uomo alpha. Tutto ciò persiste nei millenni, nella parte animale che dimentichiamo di possedere, ovviamente smussata, erosa e, laddove necessario contenuta dall’intelligenza, ma c’è ed eterno dura. Come la Porta dell’Inferno ma con una T in meno.
L’evoluzione della società e gli sfaticati
Perché siamo diventati monogami e non facciamo più sesso liberamente? Perché abbiamo trovato un lavoro ai fancazzisti. Invero se lo sono trovati da soli, ma perché li guardavamo storto. La prossima volta facciamoci i cazzi nostri, che è meglio.
Una volta superata la problematica della mera sopravvivenza, ogni essere umano ha realizzato che c’erano altri problemi al di fuori del cibarsi, del bere e dell’accendere il fuoco. Non ho citato il sesso perché, anche se per molti risulterà incredibile, non è un problema. A seguito di queste nuove esigenze, nacquero le professioni: il bisogno di organizzare la comunità determina la nascita del politico, del difenderla quella del militare, dello stipare i prodotti del magazziniere, del consumare cibi del lavoratore di utensili, e via discorrendo. Poi c’era chi non faceva nulla.
In una tribù i fancazzisti vengono facilmente notati. Fu così che dovettero inventarsi qualcosa che gli conferisse un alibi al non voler muovere un dito; iniziarono allora ad osservare il lavoro altrui, e a criticarlo (alcuni discendenti oggi li ha assunti l’Enel), finendo per notarne molto spesso le complicazioni.
Che successe dunque, divennero inventori, innovatori, aggiustatutto? Nemmeno per sogno. Davanti a dei vasi di terracotta rovinati dall’umidità o ad un raccolto scarso per via delle gelate inaspettate, ecco che idearono delle figure invisibili e punitive: le divinità. Per la terracotta rovinata o il raccolto danneggiato non si cercò più una causa empirica, ma una soluzione ultraterrena.
Ovviamente questi flagelli non si verificavano casualmente, ma per colpa di uno o più comportamenti umani che offendevano la morale del dio di riferimento, che solo attraverso una punizione espiata dal reo, avrebbe potuto placare la sua ira. Ma come conoscere le volontà di un essere invisibile e silenzioso, che mai risponde quando gli si rivolge la parola? Chiaramente per tramite di quei pochi eletti in grado di vederli e sentirli. Quella volta non ci fu bambino che puntando il dito disse “il re è nudo“. Forse è questo il motivo per cui, fanciulli e fanciulle, hanno sempre rivestito il ruolo di esseri sacrificali prediletti.
Ordine e disciplina
Come si può intuire, in breve tempo ci fu il caos: esseri invisibili spuntarono ovunque e per ogni cosa, divenendo sempre più capricciosi e incoerenti, punendo l’uno per una cosa, e premiando l’altro per la medesima. Nemmeno la creazione di una gerarchia riuscì a garantire agli ignavi la persistenza di questa loro occupazione che, oltre a permettergli di restare in panciolle, cominciò a valer loro rispetto, timorosa venerazione, omaggi materiali e una tra le più invidiabili remunerazioni.
A questo punto, pur di non perdere tale privilegio, realizzarono l’impellenza di una formula ordinata e valida per tutti: il monoteismo, dove un’unica entità invisibile e taciturna, indicava quali atteggiamenti umani avrebbero scatenato la sua ira. Un mega regolamento condominiale, dove ogni coinquilino si sarebbe ben attrezzato per scovare il peccato altrui così da essere il prediletto del Dio. E i fancazzisti? Si erano facilitati nel compito di dover inventare sempre una scusa nuova e minimamente coerente, ma rischiavano ora di perdere quel lavoro, che li rendeva decisamente liberi.
Il tempo libero concede il lusso di ragionare oculatamente. Così i santoni modificarono la natura del loro rapporto con la divinità, non ne erano più i traduttori, ma i rappresentanti in terra, capaci di indicare il sentiero da intraprendere per non cadere nel peccato. Non restava dunque che stabilire quale fosse il peccato, il peccato che valeva per tutti, la regola che se non rispettata avrebbe generato la colpa.
La colpa
Il senso di colpa fu l’indiscusso colpo di genio di coloro che rifuggirono il lavoro. Era ed è già forte il biasimo sociale, quando si violano le regole che si autoimpone una comunità, figurarsi l’oltraggio al divino.
La selezione delle colpe fu indubbiamente molto sofisticata: all’umanità bisognava limitare qualcosa di indispensabile, altrimenti, prima o poi, il loro posto fisso si sarebbe fatto fin troppo precario. Il peccato dunque non poteva essere una cosa futile es. “non pettinatevi i capelli con un pettine di terracotta” , perché in questo caso nessuno avrebbe peccato, quindi necessitato del sacerdote, ma nemmeno “non bevete“, perché o sarebbero tutti morti, o l’avrebbero mandato a cacare in coro.
Fu così che pur di non lavorare a sti stronzi venne la geniale idea di punire i piaceri della vita “non mangiare carne per 40 giorni“, “non bere alcolici” etc. Ma a capeggiare su tutti i peccati fu il piacere più grande e più insito nell’uomo: non trombare.
Tutto quello che di brutto c’è stato, c’è, e ci sarà, è in modo diretto o indiretto collegato alla colpevolizzazione del piacere. Una colpevolizzazione tanto estrema da essere la prima ad essere affiancata all’intervento demoniaco. Il sesso che si fa tabù ha messo l’essere umano nella condizione di opprimere l’istinto che lo porta ad unirsi ad un’altra persona senza doversi prendere impegni e forti incombenze. Ha convinto la società che fare sesso senza essere innamorati sia male, male vero.
L’infelicità dell’ipocrisia
In una comunità è più facile venga reintegrato un ladro o un assassino, che una moglie fedifraga. Il tradimento, ancor più se opera della parte femminile, è qualcosa di inaccettabile al punto che, ancora in molte società esistenti su questa terra, la fedifraga può essere uccisa a sassate, confermando la maggior gravità di questo dogma rispetto all’omicidio.
La libertà sessuale che sia in coppia, che sia in gruppo, che sia un fai da te, è il male. Ci hanno provato vagamente gli hippies degli anni ’60, ma il loro “amore libero” era una provocazione sociale, laddove fu applicato avvenne in modo così sconclusionato e non spontaneo, il cui risultato fu l’esplosione delle malattie veneree, e ciò restituì lo scettro della ragione al moralismo.
Qualsiasi indicazione sull’attività sessuale è intrinsecamente insensata e ridicola. Si predica una monogamia nei fatti inesistente. Da genitori a figli si trasmettono precetti ipocriti e falsi, una condotta monogamica indicata come bene, a dispetto di una poligamia diabolica, anche se realtà fattuale, dal momento che, carte alla mano, nella nostra società il 70% della popolazione tradisce.
Il tradimento visto come male è foriero di tragedie, parte dai divorzi e si conclude con gli omicidi, e questo unicamente perché quelli che non avevano voglia di lavorare hanno inculcato l’idea che il sesso deve essere una componente dell’amore, che non può essere un’attività ricreativa fine a se stessa.
Coloro che ancora oggi perseguitano i comportamenti omosessuali, in nome del rispetto della natura e delle sue leggi, sono gli stessi che ci impongono da secoli di andare contro questa stessa natura mediante l’astensione obbligata e la reprensione di ogni istinto. Ci sono in natura, quindi tra gli esseri umani, esemplari che, lo si voglia o meno, lo si accetti o meno, si incrociano per una frazione di secondo, e quella frazione di secondo è sufficiente per avvertire un impulso irrefrenabile.
Non è amore, ma non per questo è male. E’ attrazione fisica, continuamente e violentemente repressa. Questo porta alla frustrazione, all’astensione anche solo dal confessarselo, a giudicare tradimento il solo fatto di guardare un film porno, che molti mariti devono vedere di nascosto e a volte non poterlo ammettere nemmeno con gli amici dello stesso sesso.
Il perenne tabù
Discutere di sessualità è considerato inappropriato, e chi lo fa viene etichettato come volgare se uomo, meretrice se è donna. Questa situazione non sorprende, considerando che ogni termine associato al sesso, eccetto quelli utilizzati in contesti medici, assume connotazioni volgari o ridicole al limite del demenziale. Nel linguaggio comune, mancano espressioni che descrivano l’atto sessuale in modo colloquiale, normale, corrispondente.
Le opzioni disponibili sono limitate a “fare l’amore,” anche quando l’affetto è assente, o a espressioni più esplicite come “andare a letto,” anche quando l’azione avviene altrove, e termini come “scopare,” “trombare,” “pipare,” e “fottere.” In sostanza, si tratta sempre di una scelta tra parole brutte o inappropriate. Provate a trovare una formula con verbi pronominali o riflessivi… Cosa diciamo “mi sessui”? allettami?. In questi casi non si può nemmeno usufruire delle formule demenziali, attingendo direttamente agli organi riproduttivi “Mi favi?“, “pisellami!””topami!” oppure “Mi iolandi?”. Per queste formule è concesso solo il rude, il rozzo, e non c’è bisogno che stia a snocciolarli.
La stessa mancanza di delicatezza si riflette nelle descrizioni delle pratiche sessuali, focalizzate esclusivamente sul versante maschile. Anche in questo contesto, si può utilizzare un linguaggio più formale come “fellatio,” oppure optare per termini più volgari come “pompino,” “bocchino,” “rocchettone,” ecc.. La controparte femminile, non ha termine alcuno di riferimento, eccezion fatta per il termine latino “cunnilingus,” che ha un retrogusto di Santa inquisizione e rogo con sottofondo di Carmina Burana
Infine, esploriamo le varie descrizioni degli organi genitali: dal pene e il glande, che anche se piccoli possono essere indicati con espressioni volgari come “cazzo” e “minchia,” o con metafore vegetali o legnose come “pisello,” “fava,” “cetriolo,” “pesce,” “mazza,” e “bastone.” Per la donna, vulva e vagina vengono tradotte in termini altrettanto volgari come “fica,” oppure con metafore più leggere come “farfalla,” “patata,” “passerotta,” “topa” e “iolanda.”
Conclusione
I dogmi che ci hanno inculcato non solo hanno condotto a una società più triste, ma sessualmente deviata, dove il sesso sfocia nella violenza, la sua repressione nelle parafilie, nel sesso virtuale, nell’eccessiva auomasturbazione divenendo tra le ultime generazioni patologia.
Alla nascita di nuove religioni dove le donne stesse, da sempre le meno libere sessualmente, riportano la fisicità al centro di un discorso pubblico, imponendo un codice comportamentale ad altre donne, in nome di una moralità superiore, da loro inequivocabilmente posseduta e che permetterebbe loro di legiferare sul corpo delle altre; dove la vagina si ammanta di religiosità puritana e supera nell’importanza il cervello. Quello sì che possiamo venderlo. Vendiamo pure intelletto, pensiero, opinione, ma teniamoci stretto il corpo e viviamo il sesso tra uomo e donna come un abuso.
Non c’è che dire. Siamo all’assurdo, soprattutto se pensiamo che qui ci siamo arrivati per quei tre stronzi che non avevano voglia di lavorare.
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1 commento
Quest’articolo è da incorniciare!
Ironico e assolutamente preciso e veritiero.
Da persona che non ha mai voluto matrimonio e figli la penso esattamente come te, Rossella, su tutto.
E coerentemente lo vivo pure 😂
È ora di mollare le religioni castranti e piene di concetti assurdi quali tradimento, castità, fedeltà e altra roba da orticaria.
Siamo troppo addomesticati come animali, non va bene per niente. Convinti che scopare per il gusto di farlo senza coinvolgere sentimenti inesistenti, specialmente se donne, sia vergognoso.
In questo e non solo dobbiamo tornare selvatici altroché!