di Salvatore Sechi
Insistente è da diversi anni il tentativo di fare di Antonio Gramsci un intellettuale e un politico che le stesse forze di destra, in Italia e nel mondo, per capire la realtà considerano una fonte di ispirazione insuperabile. Si servono di concetti come rivoluzione passiva, egemonia, ruolo degli intellettuali ecc.
Se come politico fu un perdente, Gramsci è stato, invece, vittorioso nella teoria politica e nella promozione di studi originali in campi come la linguistica, la psicologia, la psicanalisi, il cinema, la letteratura e le arti.
Aveva cominciato, in quanto dirigente politico e teorico, nelle vesti di un rivoluzionario sia dentro il Psi sia dietro il Pcd’I. Non farà in tempo a maturare un’inversione di ruolo, cioè a diventare un democratico, come i suoi compagni italiani hanno spesso lasciato intendere, ma non sono mai riusciti a dimostrare.
Uscirà di scena e rimarrà (nell’assai fortunata sorte avuta da studioso) come comunista “critico”. Un destino diverso (anche se non molto) da quello di chi l’aveva preceduto in Germania, e cioè Rosa Luxembourg.
Ci ha pensato a rimediare, se così si può dire, una storiografia preoccupata di funzionare da organo di legittimazione politica e in senso lato accademica.
In Italia questo è troppo spesso il servizio ancillare a cui è destinata la ricerca storica.
Come ha rilevato un sindacalista socialista come Elio Giovannini «la storiografia italiana del Novecento si è trasformata in un campo di battaglia delle ideologie di volta in volta dominanti nella cultura politica della sinistra».[1] In realtà, si tratta di un fenomeno che non può essere circoscritto ai comunisti.
Proviene dagli storici di partito (e relativi affluenti nel Pci) la decisione, e anche il vezzo, di trasformare delle sconfitte in successi.
Di qui prese avvio l’elaborazione di vittorie sul corpo di alcune grandiose debacles. Alcune di queste fallimentari esperienze gramsciane furono racchiuse in schemi analitici fortemente animati da spirito rettorico come quello di “biennio rosso” (per quanto riguarda il movimento consiliare)[2] ed “esaurimento della fase propulsiva” per quanto concerne il contendere al nazismo e al fascismo il precipitare del comunismo sovietico in una dittatura spietata.
E’ vero che la nascita del consiliarismo in Russia viene attribuito al forte incremento della soggettività rivoluzionaria delle masse (operai, contadini e soldati) dopo il 1905 e soprattutto nel 1917 con la guerra civile e la conquista del Palazzo d’Inverno.[4]
Tale è, almeno, il giudizio che Gramsci formula sulla rivoluzione russa e sulla tenuta dello Stato bolscevico appena creato[5]. Un’enfatizzazione che, per la verità, nelle annotazioni dei Quaderni dal carcere si vede scemare. Dall’inizio degli anni Trenta in avanti. [6]
Il problema che ci si trova oggi di fronte non è quello di ripetere questa musica, ma di chiedersi quanto hanno prospettato Angelo Tasca, a suo tempo, Gaetano Arfè e di recente Aurelio Lepre: cioè se gli anni 1919-1920 furono rossi soltanto nei sogni dei socialisti italiani e nei timori della borghesia».[7]
Negli ultimi decenni (direi dalla presidenza della Fondazione Istituto Gramsci di Ambrogio Donini a quella di Franco Ferri) si è venuta progressivamente mitigando l’idolatria del caro estinto. Ci si è attestati sempre più sul terreno meno fideistico della filologia fino a promuovere l’immagine, con qualche ardimento, di Un Nuovo Gramsci Biografia, temi, interpretazioni.[8]
Si è voluto opportunamente avviare un’opera non facile di ripensamento, se non di riconversione, di un personaggio e di un organo comunista.
Quel che si può dire è che dalla Fondazione romana (molto meno da quelle regionali, in particolare da quella dell’Emilia Romagna in cui domina spesso il conformismo come replica del al passato) la sordina è stata progressivamente messa sugli obblighi reverenziali. Spesso sono difficilmente inevitabili in un organo di partito, soprattutto comunista.
Tali obblighi si sono tradotti nel ricorso a censure o solo indulgenze grazie ad una lettura ancora “continuista”, ma rispetto ad un lungo passato meno più preordinata ad maiorem dei gloriam.
Era impensabile che una saggistica storica sul movimento operaio egemonizzata per lo più dal Pci non fosse in qualche misura anestitizzata. Non era di tutto riposo o agevole accogliere tra le proprie opere di punta quelle che offrivano un’immagine di Gramsci, Togliatti e del partito troppo diversa da quella fatta valere da una lunga tradizione ufficiale, scritta e orale.
Ogni allineamento al senso (quasi) comune di fare del fondatore della sezione italiana del comunismo (Pcd’I) un fenomeno paradigmatico di natura epocale e universalistica, è stato evitato.
Gramsci, per i suoi meriti e demeriti, non merita di finire come un santone. Per di più montato, contro la sua volontà, sui baracconi mediatici di vecchi e nuovi apprendisti stregoni.
Mi è sembrato valesse la pena di sintetizzare, nei capitoli di un libro in via di completamento, i miti, le vere e proprie distorsioni della verità, i sentimenti di incertezza. Non solo di un dirigente e di un teorico del comunismo per quanto concerne il proprio passato, ma anche, e forse soprattutto, dei comunisti quali si possono dedurre da letture isolate, non molto pubblicizzate, sopite o felpate nella bambagia della continuità.
Appunto il “continuismo” è una roccaforte del rapporto con la propria storia dei comunisti italiani. E’ la ragione per cui una rilettura critica di Gramsci ha finora trovato scarsa eco, non solo nelle filiali regionali (come l’Emilia-Romagna) della Fondazione Gramsci, ma anche nella letteratura e spesso nella stessa storiografia della sinistra.
Mi riferisco al Gramsci edito, quello degli scritti sull’Ordine nuovo(per la verità prevalentemente anonimi). Bisogna, invece, rilevare che grazie ai pungoli di Luciano Canfora, alla presenza di un’archivista provetta come Chiara Daniele e di uno studioso sempre insoddisfatto come Ugo Natoli, e al ruolo dominante conquistato dal gruppo di ermeneuti ed analisti formatisi presso l’università di Pavia intorno a Gianni Francioni, il contingentamento politico subito è stato arginato. I rapporti con i dirigenti del Pci e la vulgata della loro storia del partito ha ceduto il passo, direi giustapponendosi soltanto, ad una nuova lectio sacrae paginae.
Non si fonda più, se non parzialmente, sul primato del partito, delle sue incombenze e idola da preservare. Si avvale piuttosto di un’arma demolitrice e creatrice come la filologia, la critica dei testi, in cui hanno avuto la preminenza gli archivi, le date, i riscontri, le comparazioni ecc.
La Fondazione Gramsci, di concerto col gruppo di Francioni, si è venuta canforizzando, come mostrano i lavori, per citarne qualcuno dei più provveduti, di giovani studiosi come Leonardo P.D’Alessandro e Giuliano Guzzone.
Dopo essere stato influenzato da Benedetto Croce e da Giovanni Gentile, Gramsci fu vittima consenziente e appassionata di Lenin e del bolscevismo, cioè della rivoluzione russa dell’ottobre 1917.
La diversità e l’inammissibilità dei riferimenti non deve fare velo nel rilevare l’esistenza di un tratto comune (nel caso di Croce una parentesi): l’avversione alla democrazia liberale, cioè intesa come divisione dei poteri, strutture di controllo e di trasparenza, spinta all’eguaglianza dei punti di partenza (come in Luigi Einaudi) ecc.
Forse Gramsci tra quanti si lasciarono assoggettare da questa travolgente (all’inizio degli anni Venti) passione schmittiana (l’idea che tra i reazionari e i rivoluzionari non ci fosse, in mezzo, che mediocrità) fu quello che ne fu maggiormente vittima consenziente.
Da quando lasciò la Sardegna mise da parte la suggestione dell’indipendentismo dell’isola (alle origini del nazionalismo sardo, il cd sardismo), si lasciò influenzare da Gaetano Salvemini (e dalla sua L’Unità) corroborando l’anti-giolittismo pregiudiziale di slanci per l’anti-protezionismo, il libero-scambismo. L’adesione al Psi fu dominata dall’idea di potere sperimentare sul suo corpo la propria versione della “critica della democrazia”.
Il che significò l’anti-imperialismo. Si espresse nell’adesione (sua e dei suoi compagni della sezione torinese del Psi) alle posizioni di Benito Mussolini sulla guerra. Fino ad accogliere in maniera definitiva quelle di Lenin (l’anti-militarismo e la lotta per la pace come ripresa della lotta di classe).[9]
Da allora in Gramsci si spense ogni minimo interesse per la democrazia che non fosse la sua versione paea (e negazione) paradossale estrema, cioè la dittatura del proletariato vissuta addirittura come la maggiore garanzia di libertà.
Animato da questo vero e proprio status di irresistibile infatuazione per il capo dei bolscevichi, Gramsci è stato tra i fondatori e maggiori dirigenti del Pcd’I.
La sua vita ebbe termine avendo maturato più di un dissenso su questioni cruciali. Mi riferisco al carattere malthusiano della democrazia all’interno del partito e nel regime politico creato in Urss da Lenin; alla vera e propria statolatria protetta da un sistema poliziesco di controlli e di esecuzioni sommarie di chi dissentiva in cui era ulteriormente degradata l’Urss.
Infine, alimentò un fortissimo rancore nei confronti di Togliatti e del partito al quale insieme avevano contribuito a dare i natali e del quale non sembra amasse fare più parte. Uno stato d’animo che i suoi vecchi compagni non disdegnarono di condividere.
Piero Sraffa, dopo essere stato un compagno di studi all’università di Torino, un collaboratore de L’Ordine nuovo e un sodale prezioso e insostituibile nella vita carceraria di Gramsci, dal 1947 al 1975 ha fatto, dall’esterno, il consulente editoriale di Giulio Einaudi.[10]
In questa attività mi pare abbia esaurito il suo ruolo di iscritto (sotto copertura o di compagno di strada) del movimento comunista in generale e del Pci in particolare. Si è rinchiuso nei suoi studi di economista allevando un’importante scuola di allievi.
Il capitalismo è sopravvissuto alle sue critiche più penetranti, concedendosi ogni tanto il gusto, se non il lusso, per riforme come l’welfare State, le nazionalizzazioni o l’intervento massiccio dello Stato sui mercati. Ma non ha prodotto, se non un misura risicatissima, un sistema di produzione e di scambio fondata sul libero mercato. Una mano assai poco invisibile l’ha indotta a preferire i monopoli e gli oligopoli, forme di mercato protette e una redistribuzione del reddito molto limitata.
Non si tratta di fare l’apologia del capitalismo, ma di rendersi conto che l’alternativa ad esso era il micidiale dispotismo politico creato da Lenin e Stalin in Unione sovietica. I comunisti non riconosceranno che il totalitarismo fondato sul terrorismo “rosso”, come vide bene e seppe denunciare Victor Serge, questa dittatura chiamata, abusivamente del proletariato ha aperto la strada ai totalitarismi fondati sul terrorismo “nero” di Mussolini, Franco e Hitler. Ma chi può citare, ancora oggi, uno storico comunista che si permetta di chiamare dittatura il regime sovietico del partito|Stato allestito da Lenin e Stalin?
Salvatore Sechi
[1] 5.Elio Givannini, L’Italia massimalista. Socialismo e lotta sociale e politica nel primo dopoguerra italiano, prefazione di Gaetano Arfè,Ediesse, Roma 2001.
[2] Una rilettura critica di questa estesa mole di studi originati o dominati da domande politiche è stata prospettata dallo storico spagnolo Steven Forti, Ripensare i “bienni rossi” del Novecento?”, Diacronie”, 2014, n. 20,4\2014, pp.
[4]Rimando a testi molto diversi rispettivamente di A.Graziosi, L’Urss di Lenin e Stalin, il Mulino, Bologna 2008 (molto analitico e pluri-tematico), di S. Pons,La rivoluzione globale.Storia del comunismo internazionale 1917-1991, Einaudi, Torino 2012 (molto più lineare e quasi mono-tematico) e di E. Cinnella., 1905. La vera rivoluzione russa, Della Porta editore, Pisa 2019
[5] Confermando quanto si sapeva, ne ha ripercorso minutamente la formazione Silvio Pons nel saggio su Un nuovo Gramsci, a cura di F. Giasi e G. Francioni, Roma, Viella,Roma ????
[6] Ma egli non dispone di quanto su quegli anni è stata ricostruito da A.Graziosi.La conoscenza della realtà sovietica in Occidente negli anni Trenta: uno sguardo panoramico, in F. Gori e M. Flores (a cura di), Il mito dell’URSS: la cultura occidentale e l’Unione Sovietica, Milano: Fran co Angeli, 1990, pp. 157-72.
[7] Riprendo il richiamo dalla citazione che ne ha fatto F.Fabbri, Le origini della guerra civile.L’Italia dalla Grande guerra al fascismo (1918-1921), Torino 2009, p. XVII.
[8]La raccolta di saggi è stata curata nel 2020 presso l’editore romano Viella da Gianni Francioni e Francesco Giasi.
[9] Sul Psi e l’anti-militarismo del Psi prima della guerra si veda Andrea Geuna, La réception manquée de L’Armée nouvelle par le mouvement ouvrier italien, in “Cahiers Jaurès”, 2013, n. 207-208, pp. 103-114.
[10] Al lavoro certosino di Tommaso Munari si deve la pubblicazione di Piero 5raffa, Lettere editoriali (1947-1956), Einaudi, Torino 2017

