«Sono stata coerente con la mia decisione, non ho accolto inviti né da sinistra né da destra, ho rifiutato interviste che avrebbero dato a un fatto serio e doloroso l’aspetto del pettegolezzo, dal quale rifuggo, e di una meschina vendetta derivante da un astio che non sento».
Così disse Lina Merlin strappando la tessera del PSI. Le sue parole furono raccolte nel 1989 dalla sua amica scrittrice Elena Marinucci, autrice dell’unica autobiografia ufficiale della grande socialista madre della Costituente. Parliamo di Angelina Merlin, prima donna assoluta eletta al Senato della Repubblica.
Padovana (crebbe a Chioggia) si trasferì a Grenoble e lì si laureò in letteratura francese. Da giovane maestra Lina noto’ subito le drammatiche condizioni in cui vivevano le donne del suo tempo: in particolare, non tollerava l’ipocrisia dei capi famiglia religiosi e osservanti, che nonostante i loro principi frequentavano comunque le prostitute. Le case chiuse erano considerate uno svago per i giovani maschi, mentre per una donna era scandaloso avere rapporti sessuali fuori del matrimonio.
Anche per questo si avvicinò agli ideali del socialismo, che riteneva vicini alla sua mentalità e alla sua morale. Si iscrisse perciò al Partito Socialista Italiano, cominciando a collaborare al periodico La difesa delle lavoratrici, di cui diventerà direttrice. Collaborò con Giacomo Matteotti, cui riferiva tutte le violenze perpetrate dalle squadre fasciste nel padovano.
Dopo l’assassinio del suo mentore, in due anni subi’ cinque arresti. Nel 1926 fu anche licenziata perché si rifiutò di giurare fedeltà al regime, cosa obbligatoria per gli impiegati pubblici.
Dopo la scoperta del complotto Zaniboni, il suo nome fu iscritto nell’elenco dei “sovversivi” affisso nelle vie di Padova. Lina quindi si trasferì a Milano e collaborò con Filippo Turati, fino al nuovo arresto e ai cinque anni di confino in Sardegna.
Tornata a Milano nel 1930, incontrò il medico ed ex deputato socialista Dante Gallani e lo sposò nel 1932. Purtroppo Lina rimase presto vedova, a 49 anni. Si dedicò quindi completamente alla Resistenza, donando ai partigiani la strumentazione medica e i libri del marito, e raccogliendo fondi e vestiario per i partigiani.
Prese anche parte ad azioni di guerra partigiana, rischiando più volte la vita. Catturata dai nazisti, fuggì con uno stratagemma. Scrisse articoli sul periodico socialista clandestino Avanti!, e fu nella sua casa di via Catalani 63 che Lelio Basso, Sandro Pertini, Rodolfo Morandi e Claudia Maffioli organizzarono l’insurrezione. Col professor Giorgio Cabibbe e i partigiani della Brigata Rosselli occupò il Provveditorato agli Studi di Milano, imponendo la resa. Il 27 aprile 1945 il CLNAI la nominò Commissario per l’Istruzione di tutta la Lombardia.
Finita la guerra, Lina si stabilì a Roma alla direzione nazionale del PSI. Nel 1946 fu eletta all’Assemblea Costituente, e il 18 aprile del 1948 al Senato della Repubblica.
I suoi interventi nel dibattito costituzionale, come membro della “Commissione dei 75”, furono determinanti per la tutela dei diritti delle donne, e lasciarono un segno indelebile nella Carta Costituzionale. A lei si devono infatti le parole dell’articolo 3: “Tutti i cittadini…sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso”.
Uno dei punti cardine, se non il principale, dell’opera politica di Lina Merlin fu la battaglia per abolire la prostituzione legalizzata in Italia, seguendo l’esempio dell’attivista francese Marthe Richard, che già nel 1946 aveva fatto chiudere le case di tolleranza in Francia. La legge Merlin fu approvata dopo 10 anni di dibattito, il 20 febbraio 1958. L’iter della legge che porta il suo nome fu lento e costellato d’ostruzionismo, di destra e di sinistra, di parte laica e di parte cattolica.
“Oggi, in linea di diritto, esiste l’uguaglianza dei due sessi, ma la frattura sussiste sul terreno della realtà. Il processo storico in atto sarà completato quando, risolto il travaglio della questione sociale, la donna acquisterà, in una civiltà nuova, una personalità nuova, liberata dal giogo entro cui l’aveva costretta una concezione semplicistica dell’alta funzione della maternità”.
Nelle sue battaglie mostrò tutta la sua tenacia, e seppe ribattere in maniera efficace e tagliente alle battute, spesso poco cavalleresche, che le rivolgevano i colleghi nei corridoi di Palazzo Madama.
A lei si devono anche l’abolizione del nomen nescio che veniva apposto sugli atti anagrafici dei trovatelli, l’equiparazione dei figli naturali ai figli legittimi in materia fiscale, la legge che eliminava le disparità tra figli adottivi e figli propri, e la soppressione definitiva della cosiddetta “clausola di nubilato” nei contratti di lavoro, che imponeva il licenziamento alle lavoratrici che si sposavano.
Era tenace, odiava la proprietà privata, lo sfruttamento “dell’uomo sull’uomo” e le “signore borghesi”. Aveva a cuore l’emancipazione delle donne oppresse. Era rispettata, brava a parlare e a convincere. E non si perdeva in fronzoli.
Eppure nel 1961 il partito non volle ripresentare la sua candidatura nel collegio di Rovigo, dov’era già stata rieletta al Senato nel 1953 e alla Camera dei deputati nel 1958. Lina reagì strappando la tessera. Nel discorso di commiato dichiarò che le idee sono sì importanti, ma camminano con i piedi degli uomini, e che lei non ne poteva più di «fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo».
A nome di tutte le Donne: grazie, Lina.


2 commenti
Gentile Abbatantuono,
mi scuso se solo ora ho avuto modo di leggere il suo articolo dedicato a Lina Merlin, ma desidero farle i miei più sentiti complimenti.
Il suo scritto è straordinariamente intenso e toccante: ha saputo restituire, con grande delicatezza e profondità, la forza e la modernità di una figura che ha segnato in modo indelebile la storia del nostro Paese e del PSI.
Le sue parole hanno saputo emozionarmi e insieme ricordarmi quanto sia importante continuare a raccontare storie come quella di Lina Merlin, con rispetto, cura e passione.
La ringrazio sinceramente per questo prezioso contributo.
Con viva stima,
Paolo Rossi, Codigoro, Ferrara
Grazie a te, Paolo. Onorata.
Saluti alla bellissima Ferrara.