di Alberto Leoni
Noi, 44 anni dopo LA RIMINI 1, con qualche capello bianco in più e qualche delusione di troppo, non abbiamo perso la speranza di consegnare ai nostri figli un’Italia migliore, nelle cui vene scorra almeno un po’ di sangue socialista. E il Manifesto, pregevole nella sintesi e nella definizione di che cosa vogliamo costruire, è la testimonianza di chi ha capito che non si può ricostruire la politica passata, ma che non si rassegna all’irrilevanza odierna della politica.
MI SONO CHIESTO LEGGENDOLO: PERCHE’ SIAMO QUI AD UNA ETA’ DOVE E’ PIU’ FACILE GIOCARE A SCOPA CON GLI AMICI CHE FARE POLITICA? OVVIAMENTE PERCHE’ LA PASSIONE POLITICA E’ UNA BRUTTA MALATTIA CHE TI ACCOMPAGNA FINO ALLA MORTE.
SIAMO QUI, intanto, PER COMBATTERE OGNI FORMA DI POPULISMO, DI DESTRA E DI SINISTRA: i populismi che da quasi 30 anni ammorbano Italia ed UE intercettano un disagio e una domanda spesso giusti, ma si fermano lì; non danno le soluzioni adeguate al contesto, non tengono conto della realtà, in un crescendo costante di promesse illusorie e pericolose per la tenuta democratica.
SIAMO QUI PERCHE’ SIAMO DIFENSORI DELLE LIBERTA’. (civile, religiosa, economica), nel rispetto delle nostre tradizioni giudaico-cristiane e dell’influsso illuministico, nel rispetto delle battaglie sui diritti civili fatte, con le quali non vanno confuse quelle per il superamento del termine padre e madre con genitore 1 o genitore 2, o quelle per le teorie gender e la conseguente legittimazione dell’utero in affitto.
Siamo qui per premiare, in ogni campo, il merito, favorire la competizione sana, l’economia sociale di mercato, in cui non ci sia scontro tra imprenditori e lavoratori ma collaborazione e, dove possibile, forme di partecipazione di questi ultimi alla gestione delle aziende, come previsto da una legge recente varata in questa legislatura.
UN NUOVO FORTE PATTO PER IL LAVORO ED UNA NUOVA POLITICA DEI REDDITI: da qui riparte l’Italia con l’azione diretta di chi produce ricchezza, perché, prima di redistribuirla equamente, la ricchezza va prodotta.
COME GESTIREMO GLI EFFETTI della Grande Rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale: quelli benefici, ma anche quelli inquietanti? Ad esempio, come affronteremo la sfida di una probabile riduzione dei posti di lavoro complessivi? Con quali politiche fiscali, oggi centrate sulla persona, rispetto alle macchine? Con quali politiche degli orari di lavoro? Con quali salari? Con quali alternative per chi è fuori dal mercato? Tornano sul tavolo grandi scelte: la fiscalità sulle innovazioni e sulle automazioni, il sapere sociale creato dalla ricerca (pubblica, ma non solo), la formazione permanente per le persone che dovranno cambiare più di un lavoro nel corso della loro vita.
7) SIAMO QUI PER RILANCIARE LA REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO (questo è uno dei temi cardine della nostra identità) attraverso la leva fiscale. Ad esempio, l’introduzione del quoziente familiare, che premia le famiglie con figli sul modello già in vigore in Francia (ed è la vera misura utile per il sostegno alla famiglia che vuole avere figli); la riduzione dell’IVA ordinaria dal 22% al 18%, che sia ridotta, ad esempio, sotto il 10% per tutte le utenze domestiche, con l’aumento al 30% di quella sul lusso (il tartufo oggi paga un’IVA del 5%); la web tax pagata nei Paesi dove si produce il reddito e non nei paradisi fiscali scelti come sede legale (quella dell’abolizione dei paradisi fiscali sarà la vera battaglia da condurre in Europa); MA ANCHE FORME FISCALI INNOVATIVE DIFFUSE E SOSTENIBILI PRESSO I CITTADINI, COME I CONTRIBUTI DI SCOPO VINCOLATI ALLA NON AUTOSUFFICIENZA (L’EMERGENZA SOCIALE PIU’ SERIA) ED ALL’ABITARE (ricordate il vecchio prelievo Gescal? Il contributo per il SSN?).
9) Siamo qui per promuovere UNO STATO SOCIALE DI QUALITA’ FRETTOLOSAMENTE DATO PER MORTO MA DI CUI C’E’ BISOGNO. UNO STATO SOCIALE CHE NON generi dipendenza. Ma siamo qui per dirla con Marattin: non è solo questione di spesa, ma anche di come si spende, soprattutto in sanità (definanziata nel periodo 2010-2019…).
10) SIAMO QUI PER governare l’immigrazione senza considerarla un pericolo, ma un grande problema, sempre esistito nella storia, che richiede innanzitutto solidarietà NON CARITATIVA nell’accoglienza SELETTIVA (un’accoglienza europea e non italiana), ma, al tempo stesso, una definizione dei flussi sopportabili, una serie di accordi per i rimpatri assistiti di chi non ha diritto a restare, con i Paesi di origine; una fermezza costante verso gli immigrati che delinquono e vanno puniti e rispediti al loro Paese, ma comunque senza lasciarli in giro a mettere in pericolo la nostra Comunità.
IL PAESE CHE VOGLIAMO: un Paese moderno, che faccia i conti con la Rivoluzione dell’IA e dell’energia, destinate a cambiare il sistema economico e il mercato del lavoro; che investa nella cultura, nella bellezza e nell’educazione, centrato sulla meritocrazia solidale, su un forte ruolo dei Comuni e su uno Stato dimagrito a favore della Comunità; una centralità del lavoro, delle produzioni di valore vero, che riproponga un vero patto sociale tra i produttori, superando inutili contrapposizioni; uno Stato Sociale che selezioni le proprie prestazioni a chi ne ha realmente bisogno e sviluppi cultura ed educazione tra i suoi compiti centrali.
Questa è la visione che offriamo agli italiani. Un Paese che lotti per un’Europa che non sia prigioniera dei tecnocrati o incatenata al rigore senza sviluppo, ma che abbia il coraggio di sperimentare un nuovo modo di fare economia sostenibile nel rispetto dell’ambiente, senza distruggere settori produttivi; che è possibile competere con USA, Cina e Russia e non diventarne vassalli; che, realisticamente, occorre ripartire dal Patto di Acquisgrana di qualche anno fa per ricontrattare un’Europa probabilmente a due velocità, e noi dobbiamo essere nel primo girone.
LE DUE COALIZIONI ATTUALI NON HANNO QUESTA VISIONE: sono prigioniere della denuncia, ma non capaci di soluzioni. Subiscono gli eventi, non li governano. D’altronde veniamo da 30 anni in gran parte gettati della politica italiana, divenuta ancella docile degli interessi economici…
Per questo il bipolarismo italiano, che da 30 anni arreca danni, va superato, usando gli spazi che questa terribile legge elettorale crea. Noi dobbiamo avere, intanto, una rappresentanza parlamentare che porti avanti questa visione con determinazione. Ma abbiamo la convinzione che sia possibile far rimanere sotto la soglia del 42% le due coalizioni: vorrebbe dire fine del premio di maggioranza abnorme e assegnazione dei seggi con il metodo proporzionale. Si avvierebbe così la scomposizione dei due Poli e una nuova ricomposizione, forse su basi più omogenee, e i primi a saltare sarebbero i fautori spinti di bipopulismo e di una politica estera lontana dalle tradizionali posizioni italiane.
Non otterremo con un colpo di bacchetta il migliore degli scenari, sia chiaro, ma almeno la possibilità di ricostruire con gradualità la politica, partiti degni di questo nome, che vogliono ridare rilevanza alla Politica.
Vedo persone di valore in grado di sostenere questo progetto, ma tutte debbono fare uno sforzo di generosità, non cedere all’Io ma avere il Noi come principio ispiratore. Generosità! Generosità! Non possiamo permetterci un progetto che si presenti con cinque sigle ma con una sola Lista, con un leader politico scelto in modo normale ed un candidato Presidente del Consiglio che non si creda il Salvatore della Patria, ma sia in grado di parlare al Paese il linguaggio della verità e non del populismo e che abbia la statura per farlo.
La partita è molto più aperta di quanto non sembri.


2 commenti
Quella di Alberto Leoni non è una lettera rivolta al passato, ma una chiamata alla responsabilità del presente. La memoria di Rimini non diventa nostalgia consolatoria né celebrazione di una stagione irripetibile: è piuttosto il punto dal quale misurare la distanza fra una politica che pretendeva di comprendere e governare i processi storici e quella odierna, troppo spesso ridotta ad assecondare paure, risentimenti e convenienze elettorali.
Quarantaquattro anni, qualche capello bianco e molte delusioni dopo, essere ancora qui significa avere compreso che il socialismo non coincide con le sue forme storiche, ma con un principio morale e politico che continua a interrogarci: rendere effettiva la libertà, correggere le diseguaglianze, riconoscere il merito senza abbandonare chi rimane indietro, subordinare l’economia alla dignità della persona e restituire alla politica la capacità di indicare una direzione.
In queste riflessioni ritrovo la migliore tradizione del socialismo democratico, liberale e riformista: quella di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, che compresero come l’emancipazione delle classi lavoratrici dovesse passare attraverso la democrazia, le riforme e l’elevazione civile; quella di Giacomo Matteotti, che pagò con la vita il rifiuto di piegare la libertà alla violenza del potere; quella di Carlo Rosselli, che seppe coniugare socialismo e liberalismo nella convinzione che l’uno, senza l’altro, sarebbe rimasto incompleto.
È anche la tradizione di Pietro Nenni e Sandro Pertini, di Giuseppe Saragat e Roberto Tremelloni: personalità diverse, talvolta divise da scelte politiche profonde, ma unite dalla consapevolezza che la giustizia sociale dovesse essere costruita dentro la democrazia parlamentare, nell’Europa libera e occidentale, senza indulgenze verso alcun totalitarismo. Saragat, in particolare, comprese con straordinaria lucidità che non esiste autentico socialismo senza libertà e che la democrazia non è soltanto un metodo per conquistare il potere, ma il limite morale entro il quale il potere deve essere esercitato.
Accanto a questa storia socialista vive la grande tradizione laica e repubblicana di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini, uomini che consideravano la serietà dei conti pubblici, la qualità delle istituzioni, la scuola e la cultura non dettagli amministrativi, ma condizioni della libertà nazionale. E vive la tradizione del cattolicesimo democratico di don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, che seppero affermare l’autonomia della politica, il valore delle comunità intermedie, il principio di sussidiarietà e il rifiuto di ogni concezione autoritaria o clericale dello Stato.
Non è casuale che tra De Gasperi e Saragat vi fosse una profonda amicizia, politica e personale, fondata sulla comune difesa della democrazia repubblicana e sulla consapevolezza che, dopo la tragedia fascista, l’Italia potesse rinascere soltanto dall’incontro fra le grandi culture popolari, socialiste, cattoliche, liberali e repubblicane. Né è secondaria l’alta considerazione che De Gasperi nutriva per Roberto Tremelloni, socialista riformista e uomo di governo rigoroso, capace di coniugare competenza economica, sensibilità sociale e senso dello Stato. In quella stagione le differenze non venivano cancellate, ma trasformate in confronto fecondo e in responsabilità comune verso la Repubblica.
È questo il patrimonio che oggi dovremmo recuperare: non una fotografia ingiallita della Prima Repubblica, ma il metodo di una classe dirigente che studiava prima di parlare, distingueva la propaganda dal governo e concepiva l’avversario come interlocutore, non come nemico da annientare. Uomini come Saragat, De Gasperi, Turati, Nenni, La Malfa, Sturzo, Spadolini, Tremelloni e Pertini appartenevano a culture differenti, ma sapevano che la democrazia vive di mediazione, responsabilità, competenza e rispetto delle istituzioni.
La lettera di Leoni si colloca idealmente in questo solco, quando afferma che libertà e giustizia sociale non sono termini antagonisti, ma elementi inseparabili della stessa costruzione civile. Senza libertà, l’eguaglianza degenera nell’oppressione; senza una sufficiente eguaglianza sostanziale, la libertà rischia di rimanere il privilegio formale di chi dispone già degli strumenti economici, culturali e sociali per esercitarla.
Particolarmente importante è il tentativo di misurarsi con le grandi trasformazioni del nostro tempo: l’intelligenza artificiale, la nuova organizzazione del lavoro, la crisi demografica, la non autosufficienza, l’immigrazione, la fiscalità sovranazionale, il futuro dello Stato sociale. Sono questioni che non possono essere affrontate né con le formule del Novecento né con le urla del populismo. Richiedono competenza, gradualità, coraggio riformatore e soprattutto la disponibilità a dire la verità, anche quando la verità non produce applausi immediati.
La riflessione coglie inoltre un punto essenziale: produrre ricchezza e redistribuirla equamente non sono obiettivi contrapposti. Una società che non produce si condanna al declino; una società che produce senza distribuire genera fratture, rancore e infine instabilità democratica. È proprio nella ricerca di questo equilibrio — fra mercato e solidarietà, impresa e lavoro, merito e protezione, diritti e responsabilità — che il socialismo riformista può ritrovare una funzione storica.
Anche la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese richiama una concezione alta del lavoro, non ridotto a semplice merce né trasformato in terreno permanente di conflitto ideologico. È il lavoro inteso come elemento di cittadinanza e dignità, secondo una cultura riformista che non contrappone pregiudizialmente capitale e lavoro, ma pretende che l’impresa abbia una responsabilità sociale e che chi contribuisce alla produzione della ricchezza partecipi, in forme concrete, ai suoi risultati e alle sue decisioni.
Condivido altresì la necessità di superare un bipolarismo che, anziché semplificare la democrazia, l’ha impoverita, trasformando il confronto politico in una scelta obbligata fra due aggregazioni eterogenee, unite più dall’avversione verso l’avversario che da una visione comune del Paese. La rappresentanza non è un intralcio alla governabilità: ne è la premessa democratica. Senza partiti veri, culture politiche riconoscibili e un Parlamento restituito alla sua centralità, la cosiddetta governabilità rischia di diventare soltanto il governo di pochi su cittadini sempre più lontani dalle urne.
Ma la frase politicamente più importante è forse l’invito a sostituire l’“Io” con il “Noi”. La storia dell’area socialista, laica, liberale, repubblicana e cattolico-democratica è disseminata di intelligenze generose, ma anche di divisioni incomprensibili, personalismi e minuscole sovranità esercitate su territori elettorali ormai deserti. La generosità richiesta da Leoni non è dunque una virtù accessoria: è la condizione preliminare perché il progetto possa vivere.
Non si tratta di ricostruire artificialmente la politica di Saragat, Nenni, Turati, De Gasperi o Sturzo, perché la storia non procede all’indietro e nessuna stagione può essere replicata. Si tratta, però, di recuperare ciò che quegli uomini avevano in comune: il senso del limite, la cultura delle istituzioni, la tensione morale, la preparazione, il coraggio delle scelte impopolari e la convinzione che la politica debba servire qualcosa di più grande delle ambizioni di chi la esercita.
La partita è davvero più aperta di quanto sembri, purché nessuno si presenti come il nuovo salvatore della patria e ciascuno accetti di essere parte di un’opera collettiva. Perché la passione politica sarà anche, come scrive Alberto, una “brutta malattia”; ma in un Paese rassegnato, smemorato e prigioniero del presente, potrebbe essere rimasta una delle poche malattie capaci di guarire la democrazia.
Chi definisce le tappe necessarie per mettere in piedi “la cosa”?