La prima e la seconda amministrazione Trump hanno causato notevoli e critiche conseguenze. Il dizionario Oxford ha definito “post verità” la parola dell’anno 2016. L’autorità del giornalismo professionale è stata fatalmente danneggiata dalla nuova egemonia dei social media. Quando il consigliere presidenziale Kellyanne Conway, pochi giorni dopo l’insediamento della prima amministrazione Trump a inizio 2017, coniò il termine “verità alternativa“, la finalità comunicativa del nuovo governo divenne palese.
Il concetto del MAGA ha ulteriormente amplificato le bugie del presidente. E gli strumenti dell’esperienza liberale sono apparsi sempre più disarmati nel cercare di arginare questa preoccupante deriva.
Anna Arendt nel suo “Le origini del totalitarismo” osservò “il fine ultimo del totalitarismo non era quello di convincere i nazisti e comunisti, ma la gente comune, per la quale la distinzione tra il vero e il falso non doveva esistere più. E così fu“.
Rispetto alla prima amministrazione Trump, nella seconda le denunce hanno una profumo diverso. Il problema centrale è che non viviamo più in un’era di bugie, ma in una di stupidità. Hillary Clinton ha scritto: “Non è l’ipocrisia che mi spaventa, ma la stupidità“. E come darle torto.
Lo scrittore intellettuale marxista Richard Seymour ha firmato un saggio sul tema “La stupidità come forza storica“. E come la Arendt, Seymour ha citato Trotsky affermando “quando la curva del pensiero politico declina, la stupidità domina il pensiero sociale“.
Due aspetti della seconda amministrazione Trump sono del tutto nuovi e senza dubbio stupidi. Uno è la tremenda incompetenza che ha portato un giornalista dell’Atlantic a inserirsi per caso in una chat su Signal riservato agli addetti alle operazioni militari. La seconda è una incomprensibile determinazione ad ostinarsi con alcune politiche deleterie, come l’aumento dei dazi o la cancellazione della ricerca in campo sanitario: sembra un assalto al progresso umano. L’escalation dal Trump One al Trump Two sembra irrazionalmente allargarsi dalla sfera pubblica alle radici del governo stesso. Stiamo semplicemente assistendo alla conseguenza di aver autorizzato un uomo deragliato ad approdare alla più alta carica mondiale. Esempio ne sia la sua intonazione verbale così noiosa, senza alcun crescendo o cambiamento di ritmo, priva di qualunque retorica politica: un modo di comunicare che trasporta l’ascoltatore in una camera coi rumori di fondo per indurre il sonno.
Potremmo riconoscere nella stupefacente crescita del consumismo e nella massimizzazione del profitto i sintomi base di questa nostra età della stupidità. Una delle ragioni per le quali l’America è scesa in questo abisso è che la gente intelligente ha smesso di riprodursi, mentre la gente stupida non smette di farlo. Diversi studi statistici e psicanalitici lo dimostrano, sulla base del QI dei soggetti osservati.
Di certo le politiche economiche stupide si trasformano in strategie politiche stupide, che comportano presto o tardi una perdita di potere.
L’impossibilità di fondo del presidente Trump di capire come da un comportamento A ci si ritrovi in un risultato B non si limita alla politica economica, né si limita solo alla sua amministrazione.
La sfida posta da questa crisi politica è come riuscire a prendere sul serio la stupidità senza ridurla a un problema unicamente mentale o psichiatrico, o forse a un fenomeno genetico.

La stupidità può diventare funzionale, uno strumento che le organizzazioni adoperano quotidianamente ostruendo le idee e l’intelligenza, nonostante le palpabili conseguenze negative.
La stupidità trumpiana non è solo l’effetto collaterale emergente dell’impossibilità della gente intelligente di assumere il controllo della società: è una stupidità imposta e rafforzata.
Immanuel Kant nella sua Critica della ragion pura scriveva “la deficienza nella capacità di giudizio è davvero ciò che noi chiamiamo stupidità, e non c’è alcun rimedio per questo“.
Kant diceva pure che esistono diversi modi per mettere a tacere la capacità individuale di giudizio individuale. Ad esempio la conformità a un dogma, cosa che autorizza le persone a palesare la propria stupidità.
Concetto rafforzato dalla sua nota definizione di “illuminazione“: ciò che accade a un uomo quando emerge dalla propria immaturità. Definizione ripresa poi da Arendt in un suo saggio del 1953, quando scrisse:
“fin dall’inizio di questo secolo l’aumento della stupidità è stato accompagnato dalla perdita del senso comune. Ciò è emerso semplicemente come un aumento di idiozia, nel senso kantiano di infermità diffusa, che però non può più essere tollerata“.
In effetti la massa, compresi molti intellettuali, ha smesso di esercitare il proprio potere di giudizio a prescindere dalla sua abilità di riuscirci o meno. Ma quali sono le condizioni sociali e politiche che rendono possibile tutto questo? Uno dei fattori è una società in cui la gente aspetta istruzioni su come pensare: è come se si vivesse in una costante condizione di immaturità, come diceva Kant, o di totalitarismo, come sosteneva Arendt. Un altro fattore sta nel considerare che il giudizio non è stato rimpiazzato da una specie di autocrazia personale, ma si è tradotto in ignoranza diffusa, oppure è stato affidato a sistemi super intelligenti di analisi e collezione di dati, chiamato “intelligenza artificiale“.
All’inizio del Ventunesimo secolo, non appena la piattaforma del capitalismo ha preso il volo, un simile argomento era stato sollevato dall’ideologo Chris Anderson, personalità molto seguita nella Silicon Valley, e grande sostenitore del sistema dei Big data. Anderson sosteneva che quando ogni cosa è quantificata nessuna misurazione è necessaria, ma basta solo la ricognizione algoritmica dei dati. Pertanto, espandere il sistema del comportamento stupido rappresenta una grande opportunità per quelli che fabbricano e gestiscono le piattaforme finanziarie e digitali dei Big Data, che garantiscono l’utilizzo soltanto di una minima quantità di intelligenza.
Questa tendenza sembra mettere a tacere il ruolo del giudizio umano, e di certo impoverisce il neoliberalismo.
L’informatizzazione della vita umana significa che il vero e il falso, la realtà e il sospetto, diventano meri dati di identico valore. In un mondo completamente informatizzato tutto si riduce allo stato puntuale di comportamenti e contesti; significato, intenzione e spiegazione diventano irrilevanti.
In questo contesto persino le più classiche teorie della cospirazione come quella dell’assassinio di Kennedy o dell’attacco alle torri gemelle, sembrano richiedere un’immaginazione teoretica troppo elaborata. Invece il nuovo cospirazionismo libera dal peso di ogni spiegazione e sostituisce la validazione scientifica con quella sociale. “Se molta gente dice che è così, allora è vero” per usare la tipica frase di Trump.
Ci sono molti agenti ideologici al lavoro qui: il nuovo cospirazionismo è uno sforzo per delegittimare la democrazia, e ha le sue basi tecnologiche nelle piattaforme digitali e nell’aumento degli influencer reazionari definibili ormai “imprenditori della cospirazione“. Influencer che possono identificare specifici nemici e rafforzare i pregiudizi senza spiegare niente né suggerire un piano politico. Del resto la deliberata mancanza di efficienza è una parte basilare e costitutiva del capitalismo.
Le leggi stesse del mercato sembrano favorevoli al sabotaggio economico, fintantoché si tratta di un sabotaggio voluto. Ma sarebbe un errore pensare che la classe capitalista tolleri la stupidità.
Arendt sosteneva che esiste una seconda facoltà umana accanto al giudizio: il potere dell’immaginazione. L’immaginazione ci consente di vedere le cose nella giusta prospettiva. La sfida che Arendt ci propone è pensare al vero e al significato non dalla prospettiva dell’economista o dell’analista finanziario o dell’informatico, ma da quella dello storico, cioè quell’essere umano che riesce a notare i punti di rottura, le anomalie e le criticità che stanno nel percorso dell’umanità. Questo è ciò che il mondo chiuso delle piattaforme digitali e del mercato economico non può raggiungere: è un tipo di comprensione che non è riconducibile ai meri dati empirici. Nello spazio simulato di questo nostro mondo chiuso la storia è già finita, e tutto ciò che rimane è solo una lunga serie di comportamenti fini a se stessi.
Trump e la sua amministrazione sono senza dubbio, e gravemente, stupidi. Non sanno ciò che stanno facendo, non conoscono né i precedenti né i fatti da cui deriva il presente, e non hanno alcuna curiosità su ciò che potrebbe conseguirne.
I concetti fondamentali della macroeconomia, ad esempio, dovrebbero avere una qualche rilevanza empirica dopo tutto, e ignorarli completamente è di certo un atto di stupidità. Purtroppo un simile processo di prevaricazione della stupidità è già avviato nella sanità pubblica e nel commercio statunitensi.
Ma anche la distruzione del settore pubblico o la lotta alle università sono fenomeni ascrivibili al tentativo di un sabotaggio capitalista mirato, che punta all’affermazione dell’intelligenza artificiale: smantellare i centri del giudizio umano per consentire alle forme di conoscenza non umane di emergere, è il risultato della stupidità diffusa. Ma anche accogliendo l’interpretazione più libertaria di una simile strategia, le conseguenze sociali e culturali saranno devastanti.
Niente, né mercati né le macchine né i robot potranno salvarci, tranne (forse) la nostra immaginazione.

