Xi Jimping e i suoi consulenti hanno presto assorbito lo stop alla nuova Via della Seta imposto, anche su pressione degli Stati Uniti, da vari Paese europei compreso il nostro prima con Draghi e oggi con la Meloni dopo il via libera del governo Conte. Lo hanno fatto aggirando il problema: da una parte individuando scali portuali in Stati meno ostili a questo progetto, dall’altra riuscendo ad entrare nel porto di Amburgo collegato strategicamente a quello di Trieste che costituiva il loro interesse prioritario. Se vogliamo il classico modo per uscire dalla porta e rientrare dalla finestra. Perché il Dragone non ha minimamente abbandonato la strategia di espandersi sui mercati occidentali per accrescere la sua influenza. Continua a farlo con massicci investimenti in infrastrutture e istituzioni scientifiche e culturali nonostante stia affrontando un periodo non certamente felice dal punto di vista economico. La testimonianza di ciò la si può notare dai mercati finanziari e da una serie di dati macroeconomici dell’ultimo anno. Parlano chiaro la ridotta crescita del PIL e le vendite al dettaglio, baluardo del precedente benessere finanziario, molto ben al di sotto delle attese. E così pure l’andamento negativo della borsa di Shangai che ha toccato una perdita nel 2023 del 18%, al contrario di quelle americane ed europee tutte in buon attivo. La ricetta individuata a questo proposito e’ quella di fare crescere il peso dello yuan , la moneta cinese, attraverso i Brics. Si sta assistendo. anche in conseguenza dell’ invasione russa dell’Ucraina e delle relative sanzioni, a un notevole aumento delle transazioni commerciali con lo yuan al posto del dollaro in particolare per le forniture energetiche in alcune aree geografiche. Una condotta sicuramente dirigistica che se ha fornito aspetti positivi ha anche pero’ determinato maggiore cautela da parte di chi vuole investire in Cina. Da non sottovalutare inoltre la pericolosità degli interventi cinesi nel settore scientifico e culturale. Se ne e’ accorto il Canada che ha sul suo territorio piu’ di cento istituti di ricerca installati dal Dragone (e in piccola parte anche da Russia e Iran) . I loro collegamenti diretti o indiretti con enti militari o di difesa dello stato rappresentano un pericolo per la sicurezza del Paese. L’esigenza infatti di garantire il principio della libertà accademica deve convivere anche con la necessità di proteggere le proprie scoperte tecnologiche impedita da questi collegamenti. Il Governo canadese ha quindi deciso che i centri di ricerca che avranno collaborazioni con uno di questi istituti cinesi perderanno la possibilità e l’opportunità di avere finanziamenti statali. Si punta ad escludere che la Cina (o altri Stati esteri) si appropriano dei vantaggi tecnologici di Ottawa. Questo e’ il primo provvedimento preso in questa direzione. Anche negli Stati Uniti si pensa di seguire l’ esempio del Canada. Joe Biden ha subito troncato l’ esperienza dell’ era Trump di China Iniziative che aveva in sostanza trasformato ogni ricercatore cinese americano in una spia. Quasi tutti gli istituti Confucio presenti nelle Università degli Stati Uniti sono stati chiusi. In vari Stati USA sono stati presentate iniziative legislative per fermare gli accordi di collaborazione con istituti di Pechino. E l’Italia? Nonostante l’uscita dalla Via della Seta non sembra andare in questa direzione. Ne fa fede la recente missione della Ministra Gelmini in Cina dove si e’ parlato dei rapporti di collaborazione tra Università italiana e quelle cinesi che quindi continuano a prosperare per la felicità del Dragone.
