di Fabrizio Montanari
Nel 1907 Ivanoe Bonomi (Mantova 1873- Roma 1951) pubblicò un saggio su Azione Socialista che riassunse e chiarì le idee propugnate dai cosiddetti “riformisti di destra”, la frazione di Bissolati, Cabrini e Podrecca. Laureato in giurisprudenza, iscritto al Psi fin dal 1894, collaborò a diversi giornali socialisti tra cui Il socialista di Mantova, L’Avanti!, Critica Sociale, Il Tempo e L’Azione Socialista, diventando uno dei principali esponenti della corrente, denominata dei “riformisti di destra”, guidata da Bissolati. Quel saggio rappresentò un vero e proprio sasso gettato in piccionaia, una provocazione tesa a ribaltare l’organizzazione, il ruolo e la funzione politica del partito socialista. Ispirandosi al revisionista tedesco Bernstein, Bonomi giunse a dichiarare morto il PSI e la necessità di trasformarlo come organo tecnico-parlamentare per ottenere nuove leggi a vantaggio delle organizzazioni di classe. Teorizzò in sostanza la necessità di dar vita a un moderno Partito Laburista.
D’ora in poi, secondo l’opinione di Bonomi la funzione dal partito doveva passare alla Confederazione Generale del Lavoro, che già riassumeva e rappresentava tutte le anime del movimento proletario.
Considerava conclusa la fase che vedeva il partito portatore di istanze ideologiche in eterna contrapposizione a ogni governo anche quando questo si dimostrava favorevole a una illuminata politica di riforme sociali, che sarebbero andate a tutto vantaggio del proletariato. Per il democratico-sociale Bonomi, si doveva pertanto superare la rigida impostazione marxista e, pur perseguendo sempre i valori di libertà e di giustizia sociale, allargare il fronte delle alleanze e, se possibile, partecipare ai governi con programmi riformatori. Una fase, dunque, quella della crescita del movimento socialista, poteva essere considerata conclusa, per lasciare il campo ad una più matura svolta dalle organizzazioni proletarie.
Contro questa impostazione riduttiva, che spinse a considerare il partito, come lo definì Bissolati, un “ramo secco, prese posizione Camillo Prampolini con alcuni articoli. In particolare il 18 febbraio 1912, pochi mesi prima del Congresso nazionale di Reggio Emilia, che portò alla loro espulsione dal Partito e alla nascita del Partito socialista riformista Italiano, su la Giustizia settimanale, ribadì la sua contrarietà alle tesi bonomiane.
Per Prampolini il partito socialista non aveva concluso la sua missione, anzi restava uno dei fattori, forse non il più importante, della trasformazione economico-sociale che conduceva verso la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.
Egli non sottovalutava affatto il ruolo esercitato dalle associazioni, dalle Leghe, dalle cooperative e dai sindacati per la conquista dei diritti del proletariato. Anzi considerava la loro presenza organizzata decisiva per lo sviluppo di tutto il movimento socialista.
“Bonomi e compagni dimenticano che se quel certo “ramo” dovesse davvero distaccarsi, non si potrebbe più parlare di riformismo né di destra né di sinistra per la semplicissima ragione che, mancando il partito socialista, mancherebbero anche i suoi rappresentanti politici, cioè i deputati socialisti nel preciso senso di queste due parole…Per questo (i riformisti di destra) si rifiutano alla disciplina in un momento così solenne e credono d’aver il diritto e il dovere di appoggiare il Ministero, non ostante che il Partito concorde e unanime quale non fu mai reclami che i suoi rappresentanti si schierino all’opposizione; ma appunto per questo essi sono fuori ed anzi contro il partito.
Il fatto è doloroso per noi, che non mettiamo minimamente in dubbio la bontà delle loro intenzioni e che avremmo voluto averli sempre al nostro fianco, commilitoni e maestri”.
Interventista e volontario durante la prima guerra mondiale, nel 1916 entrò nel governo Boselli come ministro dei Lavori pubblici. Dal luglio del 1921 al febbraio 1922 fu presidente del Consiglio, per ritornare alla vita politica attiva alla nascita del CLN del quale divenne presidente. Nel giugno del 1944 divenne nuovamente presidente del Consiglio fino al giugno del1945. Membro della Costituente, fu eletto come primo presidente del Senato della Repubblica italiana.

