Segue da qui Altra frase tipica che ti senti dire è “ma perché non vai via di lì”.
È stato istituito il Codice Rosso… Innanzitutto puoi chiedere che venga applicato, ma non è automatico che lo sia. Se applicato significa che ti prendono e ti portano via. Hai una vita, un lavoro, un contesto sociale? Hai figli che hanno lo stesso? Non importa, via, spazzato tutto in un attimo. Il Legislatore mi dice che la mia vita vale meno di quella del tale che mi fa violenza.
Il reo, anche se non ancora giudicato viene lasciato dove sta, io senza ancora sentenze vengo portata via. Tra l’altro mi sono chiesta cosa accade se viene dato un Codice Rosso senza che poi venga appurato un reale pericolo, potrebbe capitare, capita tutto al mondo. Non conosco precedenti ad oggi: forse perché è talmente aleatorio questo provvedimento che non ci sono sufficienti dati per fare giurisprudenza sebbene le denunce siano aumentate, in modo esponenziale dice la cronaca.
Ecco, un po’ come il Legislatore, anche il tuo interlocutore ti dice che sei tu che devi alzare i tacchi, non chi ti mena. No, non è giusto che stia alla vittima andarsene. Per principio per quanto detto sopra. Per realismo perché è mica l’F.B.I. e ti trova se vuole (dice la cronaca) o comunque può arrivare ai tuoi cari. Per prevenzione perché se anche lascia stare te, può farlo ad altre donne.
E l’eventuale fuga dall’inferno che vieni invitata a fare te la devi creare da sola. Ti devi cercare una nuova casa, un nuovo lavoro fermo restando quanto detto nel precedente articolo circa quanto ti occorre economicamente per un Processo. Lo stesso devi fare per i tuoi figli se ne hai. Sola, sempre e solo da sola.
Al limite della spossatezza dopo l’ennesima persona che mi dice così comincio a controbattere “e dove vado, vengo da te?” Il gelo. Sì perché anche se tutti sono pronti a dirti cosa fare, mica ti invitano a casa propria. Ad una ragazza che mi parlava di un’amica vittima di violenza alla quale aveva dato questa perla di saggezza come consiglio, ho chiesto: “Ma perché non la ospiti tu per un pò, almeno per venire via finché non trova una soluzione?” Risposta: “Eh ma lui sa dove abito, me lo ritroverei sotto casa”.
Forse però la frase peggiore è “ma a me non ha fatto niente”.
Ti ritrovi a raccontare cose che fanno male e poi vedi che la persona a cui l’hai raccontato continua a trattare l’Orco come ha sempre fatto. Ciò ti sbalordisce un poco, speri sempre in un po’ di compassione anche nei fatti, non solo a parole. Ma sentirselo proprio dire “l’ha fatto a te, a me non ha fatto niente” è un razzo che in un attimo ti spara a chilometri di distanza emotiva da chi hai davanti.
Arriva il giorno che smetti di parlare, di raccontare a chi ti sta intorno, a me è successo. E questo è un paradosso perché si dice invece alle donne che devono parlare prima ancora che denunciare. Devono “chiedere aiuto”. Certo ci sono anche persone che mi vogliono bene che alle volte vedo nel delicato imbarazzo dell’impotenza o che sarebbero pronte a fare di tutto per difendermi e ne nasce un nuovo paradosso, sento che sono io che devo proteggere loro.
Un grande aiuto l’ho ricevuto dal Centro Antiviolenza, peccato che mi ci sono rivolta a cose già avviate, a denunce già fatte. Dico “peccato” perché tanta costernazione me la sarei forse evitata, lì te lo spiegano cosa significa denunciare e a che cosa ti devi preparare. Avrei evitato forse anche un po’ di dolore perché lì sei ascoltata senza pregiudizio e sanno quali sono le parole che fanno male.
Tanto mi ha aiutata leggere libri sull’argomento per ribaltare la prospettiva, per vedere il problema dall’alto invece che da sopraffatta: film, documentari, seguire la cronaca, ascoltare i contributi di persone di diverse professionalità, andare a leggere documenti ufficiali di cui spesso si parla solo citandone il titolo, non il contenuto. E scrivere.
Non si può che partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (nota: in principio in italiano Human Rights era stato tradotto come Diritti dell’Uomo…) documento adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948 a Parigi. L’art. 2 recita “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione” e ricorda tanto l’art.3 della Costituzione Italiana “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Sembrava tutto così chiaro nel 1946/48 sia in Italia che nel mondo. Puro, semplice, universale. Eppure se ne sono firmati tanti e tanti di documenti da allora.
La prima conferenza mondiale specifica sulle donne è stata organizzata dalle Nazioni Unite a Città del Messico nel 1975, anno che fu dichiarato Anno Internazionale della Donna e il periodo 1975 – 1985 detto Decennio delle Nazioni Unite per le Donne. Inizia finalmente un confronto ufficiale per la piena eguaglianza fra uomini e donne. Furono inoltre istituiti l’INSTRAW (Istituto Internazionale per la Ricerca e la Formazione per il Progresso delle Donne) e l’UNIFEM (Fondo di Sviluppo delle Nazioni Unite per le Donne).
Ma il passo successivo e presa di coscienza davvero forte credo sia stata l’Assemblea delle Nazioni Unite del 1979 a New York durante la quale viene adottata la Convenzione sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione della Donna (CEDAW) argomento anche della seconda conferenza mondiale ONU sulle donne tenuta a Copenaghen nel 1980 ed entrata in vigore nel 1981, in Italia nel 1985.
Nella Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948 si usa la parola “eguaglianza” per delineare l’ìmpari situazione tra uomo e donna, nella Convenzione del 1979 si inizia ad usare la parola “discriminazione”.
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