Quando l’ho letto pensavo che quel titolo così strano si riferisse alle frange della sciarpa, che il “bobonero”, pardon il rossonero più prestigioso della comunità socialista, è solito indossare quando va allo stadio a gridare i suoi incitamenti per Leao, Giroud, Theo e Maignan.
Invece no, questa volta non ha nessuno da incitare, anzi.
Con un pamphlet facebookiano intitolato “A fettine”, steso su tastiera con il suo solito stile a metà tra un “dimesso” di gozzaniana memoria e la pacatezza di una benevolenza strumentale, ha voluto nascondere in verità una lezioncina etico-morale sul comportamento tipo che dovrebbe tenere un socialista doc.
Che poi è quello di rimanere comunque fedele al simbolo di un partito, che ne ha passate di cotte di crude, a prescindere da quello che sarà il suo destino di domani e dopodomani.
È chiaro che quando scrive: “nostri compagni abbandonano la traversata del deserto ed aderiscono non ad una grande forza di opposizione ma ad un partito personale della seconda repubblica…” si riferisce a all’evento fondativo di ieri e a un gruppo di compagni, tra cui c’è chi scrive, che ha fatto scelte diverse da quelle della attuale classe dirigente di Via Santa Caterina da Siena.
Ed è altrettanto chiaro che una risposta vada in qualche modo data.
Che non sarà il banale richiamo ai suoi trascorsi per ricordargli che quella coerenza, che lui oggi invoca, è stata per lui una utopia di platoniana memoria. Caso mai potrei riferirmi ai suoi approdi. Perché se in italia c’è stato un “partito personale” per eccellenza erano proprio le formazioni politiche di Berlusconi alle quali egli aderì con il Nuovo PSI, di cui era mentore e guida, tanto da essere eletto deputato nel 2001.
Ma non mi interessa così come non mi appassiona neanche il fatto che Bobo, cui sono e resterò affezionato e al quale voglio davvero bene, in questi mesi sia stato un po’ qua, un po’ là, un po’ “non si sa ‘ndo sta”.
Perché in fondo ha tratto ispirazione dalle recentissime linee guida che provenivano dalle stanze di Via Santa Caterina da Siena che a tante porte hanno invano bussato comprese quelle che hanno varcato ieri i compagni (tra cui io) cui egli fa riferimento e che con le sue riflessioni tanto critica.
No, non è tutto ciò che mi interessa.
Piuttosto quel che mi colpisce è il richiamo finale del suo sermone:”Continuo a pensare che lottare nel nome di Turati, Nenni ed i nostri martiri socialisti a partire da Giacomo Matteotti sia cosa più coerente.”
E qui trasecolo, perché siccome so che conosce la storia allora la distorce, ed è peggio. Meglio se non la conosceva.
E già perché nel 1922, dopo che nel 1921 c’era stata la scissione di Livorno e il filone socialista filo-bolscevico se n’era andato a fondare il suo Partito Comunista, all’interno del PSI si creò una nuova frattura tra i massimalisti di Menotti Serrati e i riformisti guidati da Matteotti e da Turati proprio sui rapporti con i Comunisti e con il Comintern Sovietico che ai massimalisti erano tanto cari e ai riformisti tanto invisi.
Per tali dissensi i riformisti furono espulsi.
E fu così che Matteotti, Turati e Treves fondarono un nuovo partito socialista, il PSU (Partito Socialista Unitario distinto e distante dal PSI), con il quale diedero al Re la disponibilità di partecipare al governo Facta.
Oggi come allora.
Si dirà che i comunisti non esistono più. Vero ma ne esistono oggi gli epigoni neo, post, vetero, para comunisti che siano.
Si dirà che la rivoluzione bolsevica ha cento anni ed è stata superata con la caduta del muro di Berlino. È vero ma le tendenze di un certo modo di ragionare esistono ancora.
La realtà è che, allora come oggi, si è riproposto, all’interno del mondo socialista, lo stesso scontro sul rapporto da tenere con rilevanti forze di sinistra che ragionano, pensano, redigono progetti, esattamente con le stesse forme di integralismo e statalismo con le quali si muoveva il Comintern del 1920.
E, al di là di quel che sotterraneamente si fa dalle parti di Via Santa Caterina da Siena, la linea ufficiale degli attuali vertici del PSI sono i rapporti stretti con il duo Conte-Schlein e il mini-universo che gira loro attorno. O almeno questa era la linea che era stata tenuta a ottobre 2022 e sulla quale si consumò la rottura che ha portato una parte dei compagni a fondare il Movimento Socialista Liberale.
Oggi come allora, caro Bobo.
Il PSU di allora e i Socialisti Liberali di oggi.
E chi sta sulle orme di Matteotti e Turati non è certo dalle tue parti, ma dalle mie perché la storia si ripete. Sempre.
A meno che nottetempo non abbiano cambiato idee, ribaltando sorprendentemente ogni posizione precedentemente assunta, e tu non stai da quella parte solo per tentare di fare, con loro, quel che facciamo noi, ponendovi al posto nostro.
Forza Milan.
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Vice Direttore. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Da pochissimi anni ha iniziato a cimentarsi nell’arte della letteratura e ha già pubblicato quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale. Impegnato in politica è attualmente membro del movimento Socialista Liberale.

