Nella sintesi delle madri e dei padri costituenti il 25 Aprile rappresenta non solo la fine di un conflitto, ma la fondazione morale di una nuova nazione.
Per Piero Calamandrei, la Resistenza è il “testamento di centomila morti” che trova la sua attuazione pratica nella Costituzione, definita come un organismo vivente che richiede l’impegno costante dei cittadini per non restare “carta morta”.
Anche l’analisi dei leader politici del tempo rivela sfumature complementari da non tralasciare.
Giuseppe Saragat interpretò la Liberazione come l’approdo naturale dell’umanesimo socialista, vedendo nel 25 Aprile la vittoria definitiva della democrazia rappresentativa contro ogni forma di totalitarismo.
Aldo Moro, membro della Commissione dei 75 eletto il 2 giugno del ’46, ne sottolineò il valore della “ricomposizione unitaria“. Per lo statista, indimenticato e indimenticabile, la data segnava l’inizio di una dialettica democratica in cui forze diverse convergevano su valori comuni, trasformando il conflitto in partecipazione civile.
Pietro Nenni focalizzò l’attenzione sul protagonismo delle masse popolari. Per il leader socialista, e padre Costituente, la Liberazione era il primo passo verso un’emancipazione sociale che andasse oltre la libertà politica, mirando alla giustizia economica.
Sandro Pertini, il nostro presidente partigiano, che incarnò l’anima combattente e intransigente, vedeva nel 25 Aprile un monito perenne agli italiani tutti. E disse: “la libertà è un bene che va difeso quotidianamente” perché inscindibile dalla dignità del lavoro e della pace.
La visione corale di questi statisti trasforma la ricorrenza da evento storico a fondamento etico, dove la libertà individuale si intreccia indissolubilmente con la solidarietà sociale e la sovranità popolare.
Anche nella dottrina giuridica italiana il 25 aprile è considerato come momento fondativo dell’ordinamento repubblicano.
Piero Calamandrei, non solo padre Costituente ma esimio giurista, definì la Resistenza come il “secondo Risorgimento“, identificando nel 25 Aprile l’origine della legittimazione morale e politica della Costituzione, descritta come un testamento di centomila caduti.
Costantino Mortati interpretò la Liberazione come l’atto d’instaurazione di un nuovo ordine materiale, dove il popolo riprende la sovranità per esercitarla secondo i principi di democrazia pluralista.
Norberto Bobbio, pur essendo filosofo del diritto, evidenziò come la data segni il passaggio dalla “legge del più forte” allo Stato di diritto, trasformando la ribellione in una fonte di produzione giuridica democratica.
Gustavo Zagrebelsky lo descrive come il punto di rottura con l’arbitrio del regime, rendendo il 25 Aprile la radice stessa della convivenza civile e del patto costituzionale vigente.
Liliana Segre definisce la celebrazione un “obbligo morale” e un vaccino contro l’indifferenza. Ha spesso evidenziato come la storia debba essere studiata per comprendere la “resurrezione” dell’Italia dopo l’abiezione del fascismo.
Michela Murgia, scrittrice e divulgatrice che ci ha lasciati troppo presto, considerava la Liberazione un processo continuo e non un traguardo statico. Per lei, resistere oggi significa opporsi all’omologazione del pensiero e non abbassare mai la guardia contro il rischio di nuovi autoritarismi.
Il 25 aprile, per le donne che parteciparono attivamente alla Resistenza, ha sempre rappresentato non solo la fine dell’occupazione e del conflitto, ma anche il momento della conquista di una nuova cittadinanza.
Tina Anselmi (Staffetta partigiana “Gabriella”) spesso ricordava il 25 aprile come il giorno in cui è nata la democrazia italiana, sottolineando come la partecipazione femminile non fosse solo un supporto logistico, ma un atto politico consapevole. Per lei, la libertà non era un regalo, ma una conquista che le donne avevano guadagnato “stando in piedi” e non più un passo indietro.
Teresa Mattei (Partigiana “Chicchi” e Madre Costituente, la più giovane eletta all’Assemblea Costituente a soli 25 anni) vedeva nel 25 aprile l’inizio di una sfida ancora più grande: tradurre lo spirito della Resistenza nella Costituzione. Diceva che il fiore della libertà va innaffiato ogni giorno perché “la libertà non è mai conquistata per sempre”.
Ada Gobetti (Organizzatrice dei Gruppi di Difesa della Donna) nei suoi diari descrive il clima della Liberazione come un momento di gioia immensa ma anche di grande responsabilità. Per lei, il 25 aprile segnava il passaggio dalla lotta armata alla ricostruzione civile, dove le donne avrebbero dovuto finalmente avere voce in capitolo nella gestione della cosa pubblica.
Lidia Menapace (Staffetta partigiana) ha sempre insistito sul fatto che il 25 aprile non dovesse essere solo una celebrazione militare, ma una festa civile e pacifica. Sottolineava come le donne avessero fatto una “Resistenza civile” fondamentale, inventando modi nuovi di combattere senza necessariamente usare le armi, ma attraverso la solidarietà e il sabotaggio non violento.
Carla Capponi (la gloriosa partigiana “Elena” della liberazione di Roma, medaglia d’oro al valor militare), descriveva la Liberazione come il momento in cui l’Italia ha ritrovato la propria dignità. Nelle sue memorie, evidenziava il senso di fratellanza (e sorellanza) che si era creato nelle ore della vittoria, un legame che superava le differenze sociali in nome di un obiettivo comune.
A noi sta non dimenticarlo, e non dimenticarli, mai.

