La nascita di sedi stabili per la politica o lo svago del proletariato segue due fasi di sviluppo: quello delle osterie e quello delle case in proprietà cooperativa, dove vennero raccolte tutte le società operaie. Le sale delle osterie o degli alberghi, essendo pubblici esercizi, potevano ospitare, senza particolari timori di chiusura da parte della polizia, anche i primi aderenti alle formazioni socialiste. In Europa Case di Comunità o Case del Popolo erano già presenti in diversi paesi come la Francia, il Belgio, la Svizzera e l’Inghilterra. A quelle s’ispirarono le italiane. Particolarmente apprezzata fu la Maison du Peuple di Bruxelles, che venne presa ad esempio di creatività, forza e unità della classe operaia. La storia delle Case del Popolo italiane cominciò nel lontano 1893, quando a conclusione del secondo congresso nazionale di Reggio Emilia del Partito dei Lavoratori, i cooperatori e i contadini di Villa Massenzatico, frazione nei pressi di Reggio Emilia, e quasi tutti i congressisti, il 10 settembre, inaugurarono, alla presenza del belga Emile Vanderverde, la prima cooperativa di consumo d’Italia, detta “L’Artigiana”, chiamata poi Casa del Popolo. Nell’occasione parlarono Turati, Ferri e il padrone di casa Camillo Prampolini, che aveva donato un terreno di sua proprietà. Le pitture e i fregi presenti furono opera del grande artista reggiano Cirillo Manicardi, mentre all’ingresso venne posta la scritta, dettata da Prampolini “Uniti siamo tutto, discordi siamo nulla”.
Altri casi che guadagnarono nel reggiano l’onore della cronaca per diversi giorni sono quelle di Cavriago, Rubiera e S. Ilario d’Enza.
Nel dicembre 1906 fu, dunque, la volta di quella di Cavriago resa possibile da una sottoscrizione popolare di azioni rimborsabili con la gestione della cooperativa di consumo e con l’affitto dello stabile. Il progetto previsto contemplò perfino la presenza di un teatro multiuso.
A Rubiera le riunioni del circolo socialista locale, le leghe e le assemblee delle cooperative si svolgevano da sempre nell’ampio salone della cooperativa di consumo, che ospitava anche gli uffici delle cooperative birocciai, ghiaini, muratori, della lega proletaria fra reduci di guerra e quelli della cassa contadini. Di Casa del Popolo si cominciò a parlare nel 1920, ma essendo entrati nel periodo degli assalti fascisti a tutte le organizzazioni proletarie, i socialisti dovettero desistere dal loro intento e accontentarsi momentariamente di un piccolo e vecchio casolare ristrutturato. La cooperativa di consumo con gli uffici e i servizi annessi diventerà dii lì a poco la Casa del Fascio.
Quella del comune di S. Ilario d’Enza condivise gli spazi con la cooperativa di consumo, seguendo una formula ormai consolidata in tante realtà. Anche la sorte fu la stessa. Entrambe vennero distrutte dai fascisti giunti in treno da Reggio, Guastalla e Parma con il pretesto di inaugurare la loro casa del fascio, il 27 febbraio 1921. Al termine degli scontri, i carabinieri, manifestamente giunti in appoggio dei fascisti, arrestarono una ventina di socialisti poi scarcerati dopo soli venti giorni per mancanza di prove.
Con il pretesto degli avvenuti disordini, il consiglio comunale, retto dal sindaco socialista Augusto Salvatori fu dichiarato sciolto dal prefetto il 30 aprile. A Salvatori subentrò come da prassi un commissario prefettizio.
Fino al secondo decennio del Novecento si assistette a un fiorire continuo di Case del Popolo o comunque, quando non vi erano le condizioni, alla nascita di punti di aggregazione comune del proletariato, condividendo quasi sempre gli spazi con la cooperativa di consumo locale.
All’origine di tanto impegno stava l’esigenza dei promotori d’affermare la propria autonomia, la propria autosufficienza, la necessità d’essere riconoscibili e affermare la loro specificità sociale e politica, rispetto alle passate esperienze, che li avevano visti confusi con tutti gli altri clienti o frequentatori delle osterie.
Quelle case, costruite grazie al lavoro volontario dei soci, la sottoscrizione di titoli della cooperativa di consumo, rimborsabili con la gestione e le offerte dei circoli di partito e delle cooperative, generalmente presentarono al loro interno la cooperativa di consumo, la mescita del vino, un’ampia sala per le riunioni e le feste sociali, una stanza con bigliardo e i tavoli per il gioco delle carte. Vennero organizzati corsi di formazione politica democratica, di lotta all’alcolismo, di educazione igienico-sanitaria, di cultura laica dello stato e della scuola, nonché corsi di alfabetizzazione.
Alle pareti vennero appesi i simboli di partito: il sole nascente, i cerchi intrecciati simboleggianti l’unità di classe, l’effige di Marx, affiancato spesso da quello di Andrea Costa. La Casa del Popolo aperta a tutti i democratici, acquistò per il proletario un significato simile a un simbolo paragonabile al Comune o al Duomo. La forza assunta dal movimento socialista, stimolò il sorgere di simili iniziative anche da parte di organizzazioni e partiti di diverso orientamento politico e religioso.
Su ispirazione di Aurelio Saffi sorsero quelle repubblicane in Romagna e in diverse province della regione si diffusero anche quelle cattoliche. Le Case repubblicane rappresentarono l’evoluzione delle “cameracce”, paragonabili alle osterie, e imitando quelle socialiste, compresero stanze di ricreazione, uffici di società operaie, di mutuo soccorso e, specie nelle campagne, spacci cooperativi.
Quelle cattoliche sorsero a partire dal 1905 (Faenza) sostanzialmente in seguito all’enciclica sociale di Papa leone XIII, la Rerum novarum (1891), con lo scopo di per meglio contrastare l’evoluzione del movimento socialista. Anche queste videro l’attiva partecipazione volontaria ai lavori di costruzione dei contadini e degli operai, oltre alla raccolta fondi dell’intera comunità parrocchiale di riferimento.
Con l’avvento del fascismo le Case del Popolo subirono sorti diverse. Molte furono assaltate e distrutte, altre vennero espropriate per essere trasformate in Case del Fascio, altre ancora andarono a costituire l’asse portante dell’Opera Nazionale Dopolavoro. La Casa del Fascio divenne il luogo dove, concentrandosi tutti gli enti e le organizzazioni fasciste si sarebbe dovuto attuare la partecipazione delle masse fasciste al potere. Finalità ovviamente mai raggiunto. Solo con la fine della guerra e la liberazione dell’Italia riprenderà la vita e l’attività delle Case del Popolo proletarie.
Fabrizio Montanari

