L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Ma davvero? Questo assunto si basa sul dogma inappellabile dell’esistenza di uno Stato radicato nella democrazia. Una democrazia che consente questo: l’anno scorso sono state autorizzate oltre 507 milioni di ore di cassa integrazione, in aumento del 20% rispetto al 2023. Un costo totale annuo che supera la mostruosa cifra di 23.000 miliardi, in costante aumento anche quest’anno. Debito che grava sulle spalle di tutti i cittadini. Democraticamente.
E a questo punto parafrasando Eugene Ionesco (e poi Woody Allen) potremmo dire che “Dio è morto, ma anche la Democrazia non si sente tanto bene“.
A proposito di declino della democrazia, Albert Cohen sostiene: «Non è che sia diminuito il numero di paesi che hanno un sistema democratico: è la democrazia stessa ad aver perso smalto. È un’idea che non brilla più». Le ragioni sono molte: il caos insanguinato provocato dalle guerre in Iraq e in Afghanistan, combattute in nome della democrazia, ne ha danneggiato la reputazione. Soprattutto se confrontata con il regime della Cina, stabile, spiccatamente pacifico e antimilitarista, ma dittatoriale, che presenta una crescita economica di oltre il 10% l’anno. Cohen arriva a scrivere che «improvvisamente, la dicotomia tra libertà e tirannide suona molto novecentesca».
Ai paesi liberati dalla tirannide comunista la democrazia occidentale prometteva prosperità, sviluppo e pace, ma ha dato molto meno di ciò che prometteva. Tra le democrazie più antiche, l’Europa è da anni bloccata in una crisi politica che è chiaramente incapace di risolvere; in Israele, la politica è intrisa di corruzione; in Italia, la democrazia si sta trasformando nella parodia di sé stessa. Il Congresso americano è paralizzato dallo stallo tra i partiti, e l’unica azione che è in grado di approvare, o promuovere, è l’inazione.
Ci sono molte altre ragioni per cui la democrazia sta perdendo rapidamente il suo prestigio. Per esempio, essere una stella di prima grandezza nel firmamento della democrazia mondiale non ha impedito agli Stati Uniti di essere leader (o complici) nella violazione dei diritti umani. E ancora, osserviamo che in nessun paese le democrazie sono riuscite a evitare che le persone si rinchiudessero nelle proprie case, voltando le spalle allo spazio pubblico e al dovere di cittadini di prendersi cura del bene comune e condiviso.
Le democrazie si stanno rivelando incapaci di proteggere le minoranze e il loro diritto al rispetto e a una vita dignitosa. Sono venute meno all’impegno di favorire l’interesse dei cittadini al dialogo continuo, alla comprensione reciproca, alla collaborazione e alla solidarietà: attributi irrinunciabili e tratti distintivi della vita democratica.
La democrazia non può fondarsi su una promessa di arricchimento individuale. La sua principale caratteristica dovrebbe consistere nell’essere al servizio della libertà di tutti.
Tutto ciò è molto preoccupante. Soprattutto in un’epoca come la nostra, all’insegna dell’interdipendenza globale, che ci pone di fronte a una sfida senza precedenti: la necessità di elevare i principi sacrosanti della coesistenza democratica dal livello degli Stati-nazione a quello dell’umanità planetaria.
Considerata l’enorme sproporzione tra la grandezza della sfida e la miseria dei nostri strumenti, ci ritroviamo, come osservò quasi un secolo fa profeticamente Antonio Gramsci, in una fase di “interregno», dove il vecchio perde rapidamente presa ed efficacia, ma il nuovo deve ancora nascere o è ancora troppo giovane per riuscire ad attrarre la nostra attenzione”.
Negli interregni può accadere qualsiasi cosa, ma niente può essere avviato con la totale sicurezza di riuscire, e nessuno può essere certo del risultato di un’azione. La sventura del nostro tempo è l’immensa sproporzione tra le intenzioni e le forze necessarie per realizzarle. Il penoso dilemma non riguarda più “che fare“, ma “chi sarà in grado di farlo“, nell’eventualità che riusciremo ad accordarci sul da farsi.

