di Fabrizio Montanari
Il 13 giugno 1924, tre giorni dopo la scomparsa del segretario del PSU Giacomo Matteotti, i partiti dell’opposizione diedero vita al “Comitato delle opposizioni” con lo scopo di monitorare la situazione e pretendere dal Governo la verità su quanto era successo. Già dalle prime discussioni i lavori del “Comitato” apparvero complessi e alla ricerca di continue mediazioni. Così quando Gramsci propose di proclamare lo sciopero generale gli altri partiti, forse anche memori degli insuccessi degli scioperi generali precedenti, votarono contro, i comunisti uscirono dal “Comitato”.
A lavori della Camera sospesi sine die dal presidente Rocco, i 123 deputati dei partiti d’opposizione, in mancanza di informazioni ufficiali ed esaurenti, decisero di riunirsi il giorno 27 giugno nella “Sala della Lupa” di Montecitorio, da allora detta dell’”Aventino”, per commemorare Matteotti e per ufficializzare la loro astensione dai lavori parlamentari fino a quando fosse emersa la verità, fossero eliminate le milizie e l’illegalismo. I principali protagonisti di quella fase politica furono il socialista unitario Filippo Turati e il liberaldemocratico Giovanni Amendola, che non esitò ad affermare:” …Quando il Parlamento ha fuori di sé la Milizia e l’illegalismo, esso è soltanto una burla”.
Turati, come si apprende dalla copiosa corrispondenza con la compagna Anna Kuliscioff rimasta a Milano, in cuor suo fu molto incerto sul da farsi. Da un lato non volle isolarsi dagli altri partiti democratici proponendo azioni velleitarie, dall’altro lato cercò sempre di non appiattirsi nell’immobilismo, nella vana speranza che la soluzione parlamentare potesse arrivare dal re.
Con l’intuito degno di un vero politico, nell’agosto del 1924, tuttavia, Turati cercò di sbloccare la situazione andando alla ricerca di una possibile intesa con i popolari, che avrebbe potuto rappresentare una concreta prospettiva di governo, qualora la Casa Reale avesse tolto la fiducia a Mussolini per assegnarlo a Giolitti o un altro politico d’esperienza.
Anche questo tentativo però andò a vuoto, nonostante l’apertura espressa da De Gasperi e da Don Sturzo. Il veto definitivo venne il 16 agosto dalla Santa Sede, tramite un articolo de La Civiltà cattolica, molto più interessata a definire tramite un Concordato i rapporti tra Stato e Chiesa. Don Sturzo, il fondatore del Partito popolare, venne addirittura invitato a non occuparsi più di politica e a lasciare il Paese.
Anche il tentativo di Ivanoe Bonomi del novembre 1924 di sollecitare una chiara e risoluta presa di posizione del re cadde nel vuoto. La possibilità, prospettata da Bonomi al sovrano, che i memoriali di Filippelli e Rossi potessero essere pubblicati dai giornali e diventare di pubblico dominio, coinvolgendo direttamente Mussolini come mandante dell’assassinio di Matteotti e di conseguenza la Casa Reale per il suo silenzio, non sortì alcun effetto. Il re, infatti, quando si rese conto delle terribili accuse contenute nei due memoriali, si nascose il viso dicendo di “essere cieco e sordo”. Aggiunse anche che “i suoi occhi e le sue orecchie erano la Camera e il Senato”. Quindi riconsegnò i due memoriali al latore senza prendere alcuna iniziativa.
I partiti aventiniani, oltre a svolgere iniziative di protesta in varie città d’Italia e a esercitare pressione sul governo, non riuscirono a fare. Turati e Amendola, consapevoli dell’impotenza in cui erano caduti e che il trascorrere del tempo avrebbe aiutato Mussolini a riprendere l’iniziativa, cercarono in tutti i modi di tenere viva nell’opinione pubblica lo sdegno e la condanna nei confronti del Governo. Lo fece soprattutto il PSU con il suo nuovo segretario Luigi Basso, il quale però dovette scontrarsi con la precaria organizzazione, specie al Sud, del partito.
Il 20 ottobre ’24 i comunisti avanzarono una nuova proposta semplice ma dal grande significato politico: trasformare l’Aventino in un vero e proprio Antiparlamento, a significare che i soli e veri eletti dal popolo erano loro e non gli usurpatori fascisti. Ma la maggioranza delle formazioni moderate e democratiche che componevano l’Aventino espresse ancora una volta il suo parere sfavorevole. Di fronte all’ennesimo rifiuto, il PCd’I decise il suo ritorno in aula.
Turati intanto apparve sempre di più tormentato, comprendendo che la paura dell’isolamento rispetto alla maggioranza dei partiti dell’Aventino e l’inutile attesa di una presa di posizione di Casa Savoia, avrebbe portato al fallimento dell’azione aventiniana. D’altra parte le forze del solo PSU non erano sufficienti a reggere lo scontro con Mussolini.
Il 27 dicembre ’24 il giornale Il Mondo, diretto da Giovanni Amendola, pubblicò il memoriale di Rossi, nel quale si leggeva: “voglio subito dire che tutto quanto è successo è avvenuto sempre per la volontà diretta o per l’approvazione o per la complicità del Duce”. Il memoriale di Filippelli apparve invece in febbraio del 1925 sulla rivista Non Mollare, diretta da Carlo Rosselli. Le sue confessioni non smentirono se non aggravarono quelle di Rossi.
Alla riapertura della Camera, Amendola, a nome dei partiti dell’Aventino, lesse un documento nel quale, si ribadivano tutte le motivazioni che avevano portato ad abbandonare i lavori parlamentari, confermando la volontà di non rientro.
Purtroppo ancora una volta quelle affermazioni non furono seguite da alcuna proposta politica capace d’indicare al re una soluzione parlamentare per sostituire Mussolini. La secessione dell’Aventino si ridusse così a esercitare solamente una forte funzione morale.
A quel punto fu il Duce stesso a riprendere in mano il timone del comando. Con il noto discorso del 3 dicembre 1925 Mussolini si assunse personalmente la responsabilità politica, morale e storica dei fatti, ottenendo il voto di fiducia della Camera. Al discorso e al voto di fiducia seguirono le repressioni in tutto il paese. Piero Gobetti e Giovanni Amendola, più volte aggrediti nel 1925, morirono in Francia nei primi mesi del 1926. Lo stesso Salvemini conobbe il carcere.
Nel marzo del ’26 si svolse il processo per gli implicati nel delitto Matteotti. Il processo si concluse con tre assoluzioni e tre condanne per omicidio preterintenzionale a 5 anni e 11 mesi, di cui 4 condonati in seguito all’amnistia generale del 1926.
Vennero poi emanate, a seguito dell’attentato fallito a Mussolini, attribuito al giovane bolognese Anteo Zamboni, le leggi eccezionali, che comportarono la soppressione tutti i giornali antifascisti, l’introduzione del confino di polizia, la creazione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, lo scioglimento di tutti i partiti e delle organizzazioni ostili al fascismo. Il 9 dicembre 1926 tutti i 123 deputati dell’opposizione furono dichiarati decaduti.
L’esigenza di ritrovare l’unità dei socialisti e la necessità di ridare movimento a una situazione stagnante, aveva portato Turati a sostenere la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani (PSLI), con segretario Zannerini e la creazione, nel marzo 1926, della rivista, animata da Carlo Rosselli e Pietro Nenni, Quarto Stato, volta alla ricerca delle ragioni politiche e storiche della sconfitta e, contemporaneamente, a valutare nuove prospettive che rendessero possibile l’unità socialista. Obiettivo che per forza di cose fu affidato ad un apposito congresso. Tale congresso però si svolse solo nel 1930 a Parigi, quando ormai il Duce era tornato nel pieno delle sue capacità di movimento.
Morti Camillo Prampolini, Anna Kuliscioff, Piero Gobetti e Giovanni Amendola, agli oppositori non rimase dunque che l’esilio. L’elenco completo di tutti coloro che scelsero d’evadere all’estero per continuare la battaglia antifascista sarebbe infinito.
Qui basta ricordare che Turati morì a Parigi nel 1932, Gramsci venne internato per otto anni a Turi, poi messo in libertà condizionata per motivi di salute, che lo portarono alla morte nel 1937.
Tra i tanti socialisti unitari furono costretti all’esilio Pertini, Treves (morirà a Parigi nel 1933), Saragat, Modigliani, Buozzi, Zannerini, Morgari; Lussu del PSdA; Nenni del PS; i repubblicani Pacciardi, Schiavetti, Bergamo, Facchinetti, Eugenio Chiesa (morto a Giverny nel 1930), Pietro Montasini; l’ex presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini e i tanti comunisti, come Togliatti, Di Vittorio e Tasca, che non fecero parte del fronte interno, il direttore del Popolo Donati, preceduto dal fondatore del Partito popolare don Luigi Sturzo, indotto al volontario esilio dalle gerarchie ecclesiastiche.
Molti altri, noti e meno noti, scontarono l’esilio nascosti in diverse località italiane o trascorsero molti anni al confino o in carcere.

