La morte di Saif al‑Islam Gheddafi, avvenuta nel pomeriggio del 3 febbraio scorso, è piombata sulla Libia come un colpo improvviso in un Paese che da quindici anni vive sospeso tra frammentazione, interferenze straniere e speranze continuamente tradite. Non è soltanto la fine violenta di un uomo, ma l’ennesimo capitolo di una storia familiare che, nel bene e nel male, continua a incarnare il destino della Nazione. Secondogenito di Muammar Gheddafi, il leader che ha governato la Libia per quarantadue anni fino alla caduta del 2011, Saif era cresciuto come l’erede designato, l’uomo chiamato a traghettare il regime verso una modernizzazione controllata. Educato tra Tripoli, Vienna e Londra, con studi in ingegneria e un dottorato alla London School of Economics, aveva costruito un profilo diverso da quello dei fratelli, più intellettuale, più diplomatico, più incline a dialogare con l’Occidente. Per anni era stato il volto presentabile della Jamahiriya (il sistema politico creato da Gheddafi nel 1977 e presentato come ‘lo Stato delle masse’, un modello di democrazia diretta che nella pratica concentrava il potere nelle mani del leader e del suo cerchio ristretto, quindi in realtà un sistema politico fortemente autoritario), l’interlocutore scelto per le trattative internazionali, il promotore di riforme annunciate e mai davvero realizzate, fino a quando la rivolta del 2011 lo aveva visto schierarsi senza esitazioni dalla parte del padre, attirandosi le accuse della Corte penale internazionale.
Dopo la morte di Muammar Gheddafi, ucciso a Sirte nell’ottobre del 2011, la Libia non ha più conosciuto un’autorità unitaria. Il Consiglio nazionale di transizione ha governato per pochi mesi, incapace di trasformarsi in un vero Stato. Dal 2014 il Paese è scivolato in una guerra civile permanente, con due governi rivali, uno a Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite e uno a Tobruk sostenuto da potenze regionali, mentre le milizie, le tribù e gli attori stranieri hanno occupato ogni spazio lasciato vuoto. La figura del generale Khalifa Haftar ha dominato la scena orientale, sostenuto da Egitto, Emirati e Russia, mentre a ovest si sono alternati governi deboli, spesso ostaggio delle stesse milizie che avrebbero dovuto controllare. La Libia, da allora, non ha più avuto un governo nazionale nel senso pieno del termine, ma una somma di poteri concorrenti, ognuno legato a interessi esterni e a equilibri locali instabili. In questo vuoto, la famiglia Gheddafi, pur dispersa tra esilio, silenzi e lutti, ha continuato a rappresentare un punto di riferimento simbolico per una parte della popolazione che rimpiange l’unità territoriale perduta.
La sorte degli altri figli del Colonnello racconta la stessa storia di disgregazione. Mu’tassim e Khamis sono stati uccisi durante la guerra del 2011, Saadi ha trascorso anni in carcere dopo l’estradizione dal Niger, Hannibal è detenuto in Libano per un vecchio caso irrisolto, Mohammed e Aisha vivono in esilio in Oman sotto protezione. La famiglia, un tempo potentissima, è stata smembrata, dispersa, neutralizzata. Saif era l’unico a essere rimasto sulla scena, l’unico a parlare ancora alla memoria collettiva di una parte del Paese, l’unico a rappresentare un possibile punto di convergenza in una Libia che non ha più un centro.
È in questo contesto che Saif al‑Islam aveva tentato di tornare sulla scena pubblica. Dopo anni di detenzione semi‑ufficiale a Zintan, aveva iniziato a ricostruire la propria immagine politica, presentandosi non più come il figlio del Colonnello, ma come un possibile garante di stabilità in una Libia stremata. La sua candidatura alla presidenza aveva riaperto un dibattito che molti avrebbero preferito evitare, perché toccava il nodo irrisolto dell’eredità gheddafiana e della nostalgia per un ordine che, pur autoritario, garantiva una forma di coesione nazionale. Per alcuni era un ritorno inaccettabile, per altri l’unico nome in grado di parlare a più Libie contemporaneamente, alle tribù del sud, alle città dell’ovest, ai clan dell’est, a quella parte del Paese che non si riconosce né nei governi rivali né nelle milizie che li sostengono.
La notizia della sua morte, avvenuta nella zona di Zintan, ha riportato tutto questo al centro della scena. Le prime versioni, rilanciate dalle fonti arabe, parlavano di scontri armati iniziati nel primo pomeriggio. Ma altre testimonianze, più vicine a lui e meno vincolate ai codici della prudenza diplomatica, hanno raccontato una dinamica diversa, più netta e più inquietante. Secondo queste fonti, Saif sarebbe stato colpito nel giardino della sua abitazione da un commando composto da quattro uomini armati, entrati con una rapidità che lascia pensare a una conoscenza precisa del territorio, degli accessi e delle routine della residenza. Non ci sono dettagli ufficiali su come il gruppo abbia superato eventuali guardie o sistemi di sicurezza, ma in un’area dominata da milizie locali, dove la sicurezza personale dipende spesso da accordi informali e da equilibri mutevoli, non è difficile per un commando addestrato avvicinarsi a una casa, soprattutto se gode di complicità interne o se sfrutta un momento di vulnerabilità. Le ricostruzioni parlano di un’azione fulminea, durata pochi minuti, un agguato più che uno scontro, un’esecuzione più che un episodio collaterale della guerra permanente.
Chi lo aveva sentito negli ultimi giorni riferisce di un uomo concentrato soltanto sulla pace, sulla sicurezza, sulla possibilità di restituire alla Libia una sovranità che da anni appare più teorica che reale. Parole che oggi suonano come un testamento politico e umano, e che rendono ancora più amaro il sospetto che la sua eliminazione sia stata voluta proprio per impedire che quel progetto potesse maturare. La sua morte non colpisce soltanto una persona, ma un simbolo. Per una parte della popolazione, Saif rappresentava l’ultimo frammento di un passato che, pur controverso, garantiva unità territoriale e ordine istituzionale. Per altri era il fantasma di un regime che aveva soffocato libertà e diritti. Ma al di là delle letture opposte, la sua figura aveva un peso che nessun altro attore libico possiede: quello di appartenere a una famiglia che continua a essere percepita come un elemento identitario, un nodo irrisolto della storia nazionale. Eliminare Saif significa colpire ciò che resta di quell’eredità, ma significa anche togliere dal tavolo uno dei pochi nomi in grado di parlare a un Paese che non ha più un centro, né un progetto condiviso.
In una Libia dove ogni morte eccellente diventa un detonatore, l’assassinio di Saif al‑Islam rischia di aprire una nuova stagione di sospetti, vendette e chiusure. È difficile non vedere, dietro questo gesto, la volontà di impedire qualsiasi tentativo di ricomporre il quadro nazionale senza il controllo di attori esterni o di milizie che hanno trasformato il caos in una forma di potere. La Libia, ancora una volta, si ritrova davanti allo specchio della propria storia recente: un Paese ricchissimo e impoverito, vasto e frammentato, desideroso di pace e costretto alla guerra. La morte di Saif non è soltanto un fatto di cronaca, ma un segnale. Dice che ogni tentativo di ricucire le lacerazioni viene percepito come una minaccia da chi prospera nella disgregazione. Dice che la sovranità è ancora un’aspirazione più che una realtà. Dice che la speranza, quando prova a rialzare la testa, viene colpita prima che possa diventare progetto.
La sua eliminazione chiude simbolicamente un ciclo iniziato con la caduta del padre e conferma che la Libia continua a essere un terreno dove il potere non si conquista con la politica, ma con la forza, le alleanze mutevoli e le interferenze straniere. Dal 2011 la Libia non ha mai avuto un processo politico realmente suo. Ogni governo è nato all’estero, ogni negoziato è stato scritto fuori dai confini nazionali, ogni equilibrio interno è stato condizionato da milizie che rispondono più ai propri finanziatori che allo Stato. Le potenze straniere hanno trattato il Paese come una scacchiera, decidendo chi sostenere, chi ostacolare, chi far emergere e chi far sparire. In questo contesto, nessuna figura politica ha potuto muoversi liberamente, e la morte di Saif al‑Islam è il sintomo più evidente di un sistema in cui la politica non si svolge nelle Istituzioni, ma nei rapporti di forza tra attori armati e interessi esterni.
Dire che senza un processo politico autenticamente libico non ci sarà stabilità significa affermare che la Libia non potrà mai trovare pace finché non sarà libera di decidere da sola il proprio futuro, senza che siano altri a scegliere chi deve governare, chi deve cadere, chi può candidarsi e chi deve essere eliminato. Significa riconoscere che la sovranità, in Libia, è ancora un’aspirazione più che una realtà, e che ogni tentativo di ricucire le lacerazioni viene percepito come una minaccia da chi prospera nella disgregazione. Significa ammettere che finché il Paese non avrà un percorso politico costruito dentro i suoi confini, riconosciuto dalle sue comunità, rispettato dalle sue tribù e protetto dalle sue stesse istituzioni, ogni equilibrio sarà fragile, provvisorio, esposto al prossimo agguato, alla prossima interferenza, alla prossima esplosione di violenza. La morte di Saif al‑Islam, con il suo carico di simboli, di ferite e di storia familiare, riporta al centro una verità che nessuno può più ignorare: la Libia non potrà rialzarsi finché non tornerà a essere padrona del proprio destino. E finché questo non accadrà, ogni speranza sarà destinata a spegnersi prima ancora di diventare progetto.
Angioletta Massimino

